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Foscarini: "Cittadella, guai psicologici. A Bergamo credono tutti nella Champions"

TMW RADIO - Foscarini: "Cittadella, guai psicologici. A Bergamo credono tutti nella Champions"
© foto di Federico Gaetano/Tuttolegapro.com
martedì 14 luglio 2020 18:59Serie B
di Dimitri Conti

Claudio Foscarini, ex allenatore del Cittadella dal 2005 al 2015, si è collegato in diretta con TMW Radio, intervenendo nel corso della trasmissione Stadio Aperto, condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini: "Sì, sono stato accostato a Ferguson per il mio periodo qui ed è un paragone irriverente... Per lui (sorride, ndr). Dieci anni sono tanti, devi essere in completa sintonia con la società".

Cosa vi manca per la Serie A che inseguite da anni?
"Con i dirigenti e il direttore è rimasto un rapporto d'amicizia, e pensavo che mancasse sempre qualcosina. Lo scorso anno il playoff col Verona è svanito per un soffio: pensavo che ci sarebbe stato un passo avanti, e queste tre ultime sconfitte mi hanno sorpreso, anche perché il Cittadella era ripartito bene. Penso abbia inciso tantissimo il ko di Pisa, poi col Crotone si sono smarriti e ieri a Salerno in pratica è stato come una sconfitta che tira l'altra. Lo scoramento secondo me è più psicologico che fisico. Conoscendo l'ambiente però credo che li vedremo lottare fino alla fine".

Chi il più talentuoso che ha allenato al Cittadella?
"Tanti. Forse mi vengono in mente i due giovani Baselli e Gabbiadini, arrivati qui giovanissimi tra i 19 e i 20 anni. Non erano i più talentuosi di tutti a livello tecnico, ma tra i più completi mai avuti".

Poco dopo il Cittadella è andato a Livorno, piazza dalla filosofia decisamente inversa.
"Mi han fatto i complimenti, perché sono rimasto in sella alla squadra per un anno intero nonostante qualche periodo burrascoso in cui sembrava esserci aria di cambiamenti. Poi però ci siamo ripresi, e la mia fortuna è che magari il presidente a Livorno veniva poco: eravamo più noi ad andare a trovarlo a Genova e a raccontargli le varie situazioni. Livorno è una piazza che mi è rimasta nel cuore, perché avevamo ricostruito qualcosa di buono dopo le due retrocessioni nei tre anni precedenti al mio. Quando si passa subito dalla A alla C, chi subentra ha un compito difficile, deve lavorare tanto a livello psicologico su chi è rimasto".

Si è sentito ricevere poca riconoscenza dal calcio?
"Ad Avellino ho fatto una piccola impresa di 40-50 giorni, portando la squadra a centrare la salvezza contro la Ternana, e anche questa mi è rimasta nel cuore. Ognuno ottiene quello che si merita, non recrimino più di tanto perché ho vissuto il calcio in modo professionale ma non maniacale, ritagliandomi i miei spazi nella vita privata. Per arrivare devi essere un po' ossessionato, io ho voluto fare calco e tenermi le cose belle del privato, non sacrificando la mia vita per il gioco. Credo di aver ottenuto ciò che ho meritato, senza recriminazioni".

Chi tra i nuovi allenatori del panorama la convince?
"Ho visto la Reggiana di Alvini fare un buon calcio, in C. Invece in Serie B mi piace lo Spezia di Italiano, e anche Dionisi del Venezia: ho visto per una settimana come lavora, e mi è piaciuto. Non lavora su tatticismi esasperati, con cui ci siamo un po' fissati facendo perdere entusiasmo ed intensità ai ragazzi. Lavora sul gioco e sulle partitelle, buttando dentro concetti interessanti. Vedendoli giocare, mi hanno trasmesso la voglia di seguirli".

Esiste un modulo europeo? Quello dell'Atalanta può esserlo?
"Sì. E poi non mi riferirei ad un modulo preciso, bensì all'atteggiamento. Anche io per necessità ho lavorato su linee difensive a tre, ma proporla sempre è molto difficile, se si vuole essere propositivi. Vedo l'Atalanta, ma anche l'Inter o la Lazio, e non è facile accettare certi rischi e uno-contro-uno continui: questo in Italia lo fa solo l'Atalanta, le altre semmai coprono spazi in diagonale e al centro. In Europa è più facile lavorare su una linea a quattro, ma la proposta di Gasperini permette di avere sempre il pallino in mano. Se subissero gli avversari, sarebbero più in difficoltà e non vincerebbero tutte queste partite".

Quanto conta avere persone di calcio in società?
"Penso sia importante, e questo concetto in Italia è sottovalutato: la filosofia societaria, e del presidente, diventa fondamentale perché imponendo un certo atteggiamento, di non accontentarsi mai e guardare in avanti, si arriva a fare certe cose. Sia nel campionato che in Champions: lui dice che se non vince, e non batte avversari come la Juve, ha qualcosa da perdere. Solitamente per una provinciale qualsiasi cosa in più è buono, ma negli ultimi anni questo all'Atalanta non passa più, e viene trasmesso anche ai giocatori. Ora qui a Bergamo ci credono tutti, c'è una convinzione bestiale, specie nei riguardi della Champions. Eppure affrontano una squadretta come il PSG... Questo è il frutto di un lavoro fatto in tanti anni".


Claudio Foscarini ai microfoni di Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini
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