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...con Pantaleo Corvino

...con Pantaleo CorvinoTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Balti Touati/PhotoViews
lunedì 09 marzo 2020 00:00A tu per tu
di Alessio Alaimo
“Fiorentina, dato e ricevuto tanto. I giovani da big? Il prezzo lo fa il mercato, io penso già alle nuove scoperte: pronto a ripartire dall’inizio. Lecce, bravo Liverani.Coronavirus, no alle partite!”

Tre campionati di Serie B disputati e tutti e tre vinti. Promozioni e tante salvezze con il suo Lecce dei vari Cassetti, Chimenti, Chevanton, Ledesma, Lucarelli, Tonetto, Vucinic e molti altri in tornei di Serie A a venti squadre che prevedevano quattro recessioni. Seicento partite in A e più di cinquanta tra Champions ed Europa League. La Fiorentina degli anni più belli, quella di Luca Toni premiato con la Scarpa d’Oro, quella di Mutu, Nastasic, Ljajic e Jovetic che incantavano il calcio italiano e non solo, quella di Neto oggi al Barcellona, quella che andava in Europa e si faceva valere. Il Bologna riportato in Serie A con un progetto giovane e vincente, poi il ritorno a Firenze dove probabilmente ha dato di più dovendo far fronte anche ad un monte ingaggi che doveva tenere conto di equilibrio finanziario. Ciononostante in viola recentemente sono passati giovani di grande talento che ancora oggi stanno facendo le fortune della squadra. Il regista di tutto questo? Pantaleo Corvino, direttore sportivo di lungo corso, esperto stratega del mercato e abile talent scout che ha nel suo curriculum anche tredici titoli italiani giovanili tra Casarano (dove si imponeva un giovane Fabrizio Miccoli appena scoperto), Lecce e Fiorentina. “Lei mi parla del passato, magari ho anche qualche rammarico, ma intanto mi preparo per il futuro e penso alle prossime scoperte e ai risultati che verranno ”, dice Corvino a TuttoMercatoWeb.

Direttore, dopo l’addio alla Fiorentina le possibilità di rientrare a campionato in corso, ovviamente, non le sono mancate.
“La Fiorentina è stata ceduta a giugno, quando i management delle altre società erano già completi. Accettare una chiamata a campionato in corso, anche se l’ho fatto già a Bologna dove l’esperienza pur condita dalla promozione in A con successiva salvezza nel massimo campionato e la valorizzazione di tanti calciatori, è una sofferenza. Quindi ho pensato che non fosse il caso. Ritengo che cominciare dall’inizio costruendo con tanta energia ed entusiasmo un nuovo ciclo sia la scelta migliore”.

Castrovilli (97), Vlahovic (2000), Milenkovic (97), Dragowski (97) acquistati per neanche dieci milioni. E Chiesa. Tutti protagonisti della Fiorentina attuale, tutte operazioni figlie del secondo ciclo targato Pantaleo Corvino. Quanto valgono oggi?
“Il prezzo lo devono fare gli altri e il mercato”.

È ancora la Fiorentina di Pantaleo Corvino?
“Dieci anni sono tanti, da Firenze, dalla Fiorentina e dalla Famiglia Della Valle ho ricevuto tanto e a tutti loro ho cercato di dare altrettanto anche quando non ci sono riuscito. Alla Fiorentina e a Firenze auguro ogni bene. E di ottenere sempre risultati migliori. Magari anche migliori della nostra gestione che ha raccolto nonostante un ambiente non compatto soddisfazioni anche nella seconda parte dove abbiamo assistito ad un periodo di equilibrio finanziario. Negli ultimi tre anni non era facile fare sessanta punti la prima stagione, cinquantotto sfiorando l’Europa la seconda ed essere fino a gennaio del terzo anno a tre punti dalla Champions. E sono sicuro che anche la terza stagione con la squadra più giovane d’Europa figlia di un’idea ben precisa sarebbe finita come gli anni precedenti se per diversi motivi, nel finale non si fosse alterato tutto”.

Diawara e Veretout presi al Bologna e alla Fiorentina oggi, compongono la linea mediana della Roma. Così come Pulgar e Castrovilli quella viola...
“Le ho già detto che questo fa parte del passato. Devo pensare ai prossimi colpi, quelli del futuro”.

Che mercato è stato quello di gennaio? Ci sono state tante operazioni.
“Un mercato diverso, è vero. Ci sono state delle spese. In tante realtà si è voluto migliorare il budget di spesa e il monte ingaggi: questo vuol dire che il calcio italiano è più in salute, o almeno si sforza di esserlo”.

Caos Milan, Boban via. E il prossimo anno un altro progetto. Così è difficile, non crede?
“Quando ci sono dei cambi di società questi cicli movimentati possono creare tempesta e normalmente verificarsi. Nel vissuto di un club ci sono momenti di grande travaglio. Ma il Milan ritroverà la quiete e tornerà grande”.

E il suo Lecce, direttore? Si salverà? In panchina c’è quel Fabio Liverani che lei ha avuto da giocatore a Firenze.
“È la squadra del mio Salento, della mia terra, delle persone a me più care. Faccio il tifo affinché possa salvarsi. Liverani era già un allenatore in campo: oltre ad aver vinto un campionato di C e di B se la sta giocando in Serie A proponendo un modello di gioco e organizzazione, complimenti, davvero”.

Che batosta contro l’Atalanta, il 7-2 è pesante da digerire. Viali, capitano del suo Lecce, in questi giorni ha raccontato a mezzo stampa che quando la sua squadra perse 6-0 contro l’Inter a San Siro il martedì negli spogliatoi tutti si aspettavano la ramanzina e invece lei si presentò con i pasticciotti leccesi...
“Tutto vero (lunga risata, ndr). Ma Viali avrebbe dovuto raccontare anche che nella stessa stagione dopo una partita persa in casa contro il Brescia di Baggio giocata in seguito per il recupero dopo la morte di Mero tornai nello spogliatoio in ritardo perché quella sconfitta, maturata in quel modo, non mi sembrava vera vedendo molti calciatori sorridenti. Era il Lecce di Chimenti, Balleri, Lucarelli e altri che hanno contribuito a fare cose importanti. Chiamai il team manager per farli rientrare tutti nello spogliatoio, quando tutti erano seduti non sapendo da dove cominciare mi venne spontaneo invece che utilizzare le parole prendere il grande tavolo posto al centro dello spogliatoio, metterlo sulle spalle e urlare che non si poteva perdere in quel modo. La grande soddisfazione fu anche quell’anno la salvezza”.

Lotta Scudetto: la Juve al di là della vittoria contro l’Inter, rispetto agli altri anni ha qualche problema e per questo Sarri è stato criticato, l’Inter e in corsa. E c’è la Lazio. Come la vede?
“Proprietà, Sarri e management non dovranno rimproverarsi nulla se non centreranno gli obiettivi delle altre stagioni. La Juve vince da otto anni, i cicli sono fatti anche per finire e non sai mai quando finiscono. La Juventus paga un calo psicofisico normale. Anzi i bianconeri mi sembrano straordinari nel tenere sempre alta l’asticella e cercare di non far terminare questo ciclo che invece l’Inter di Conte ha appena iniziato e darà filo da torcere fino alla fine. E per quanto riguarda la Lazio, questi risultati sono il giusto premio al lavoro di tutte le sue componenti, societarie, manageriali e tecniche. E a volte nel calcio può succedere il bello e impensabile: è accaduto al Leicester. Chissà che anche la Lazio...”.

Quest’anno ha deluso il Napoli.
“Vale quanto detto per la Juve: i cicli sai quando iniziando ma non quando finiscono. Mi sembra fisiologico che il Napoli dopo aver lottato per anni con la Juventus abbia questo periodo di mancanza di risultati dovuto alla fine di un ciclo. Ma gli azzurri ne faranno ripartire un altro all’altezza del primo”.

L’emergenza Coronavirus e le partite a porte chiuse: sarebbe stato più opportuno rinviare il campionato?
“Partiamo dal presupposto che la salute pubblica viene prima tutto. Possiamo però urlare che le porte chiuse sono l’anti calcio. Se non c’è il tifoso manca l’ingrediente principale. No... dal mio punto di vista non si deve giocare e prova ne sia quanto accaduto ieri. Se l’Italia chiude e prende delle misure drastiche come chiudere le scuole ed altre manifestazioni anche il calcio ha il dovere di prendere misure drastiche nell’interesse di tutti. Si sa bene che quando bisogna prendere delle decisioni in momenti particolari non accontenti mai tutti, ma chi ha delle responsabilità ha il dovere di fare delle scelte anche a costo di essere criticato. Bisogna tutelare il diritto della salute di tutti. Ma il calcio a porte chiuse non è calcio, perché i protagonisti oltre i calciatori sono i tifosi, senza di loro manca il cinquanta percento. Non si deve giocare, bisogna cristallizzare tutto e riprendere da dove ci si è fermati. Anche a costo di fare gli straordinari ad emergenza finita. Quando si verificano fenomeni inimmaginabili bisogna prendere provvedimenti altrettanto impensabili. È giusto salvaguardare tutti: calcio, calciatori e tifosi e chi dovrà occuparsi di fare delle scelte è all’altezza di farlo”.

Seicento partite in Serie A, competizioni europee, scoperte di talenti che si sono consacrati, tre volte in B e tre promozioni portate a casa. Le manca soltanto lottare per lo Scudetto. Se lo aspetta?
“Sono certo che andrò a lavorare e che ci metterò tanta passione e tanta energia che me le sento ancora addosso. Il calcio è la mia vita. E la scelta che farò sono sicuro che sarà quella giusta”.

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