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Caio, il passato italiano e il presente videoludico: "Sono la voce di FIFA. Via dall'Inter per le Olimpiadi"

Caio, il passato italiano e il presente videoludico: "Sono la voce di FIFA. Via dall'Inter per le Olimpiadi"
mercoledì 19 febbraio 2020 06:00Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

È stata una delle promesse più interessanti del panorama brasiliano, oggi è la voce del calcio e dei videogame nel paese del futebol bailado: Caio Ribeiro Decossau, ex giocatore di Inter e Napoli, ha parlato a Tuttomercatoweb della sua nuova vita e di cosa ha fatto una volta lasciato il nostro Paese,

Caio, cominciamo subito con una domanda: Wikipedia scrive che hai abbandonato il calcio diversi anni fa per fare il modello
"No, assolutamente. Kakà può fare il modello, Beckham può fare il modello. Ma io non ho mai fatto il modello".

Di che cosa ti occupi attualmente?
"Lavoro da dodici anni a Rede Globo, faccio il commentatore delle partite di campionato e della nazionale brasiliana. Ma questa è solo una delle mie tre professioni".

Quali sono le altre due?
"Sono la voce del videogame FIFA. Lavoro in coppia con Tiago Leifert da otto anni, siamo amici ed è lui che mi ha fatto conoscere l'universo dei videogames. E poi gestisco il Caioba Soccer Camp, lavoro con i bambini dai 5 a 14 anni ed è una delle cose che mi danno più piacere. Abbiamo avuto modo di collaborare anche con club come il Barcellona e il Manchester City".

Tornando alla tua occupazione principale, sei passato dalla parte dei giornalisti: da calciatore non ti ha mai infastidito il loro giudizio?
"Io ho trovato un modo differente di fare il commentatore, proprio perché essendo stato calciatore ne conosco la psicologia e quindi le mie considerazioni, i miei giudizi, non mirano mai a distruggere. Perché penso sempre che dall'altra parte non c'è solo un professionista, ma un uomo e padre di famiglia".

Veniamo al tuo passato. Arrivasti in Italia col soprannome di "Dottorino"
"Questo è dato dalla professione di mio padre, medico. Per cui per la stampa io ero il figlio del dottore".

Lo sei poi diventato, Dottore?
"Medico ovviamente no. E in generale, finché ero calciatore, non potevo coniugare professione e studio. Una volta smesso però mi sono iscritto all'università: management aziendale, indirizzo sportivo".

Che ricordi hai della tua esperienza in Italia?
"Ho il bisnonno italiano, di Lucca. E sono innamorato dell'Italia. Purtroppo da professionista le cose non sono andate come avrei voluto. All'Inter ho giocato due volte e non posso neanche dire di aver fallito, perché non ho avuto proprio l'opportunità di mostrare il mio valore. E come se non bastasse i sei mesi all'Inter mi hanno fatto perdere le Olimpiadi a cui tenevo tantissimo".

Cosa non è andato con i nerazzurri?
"C'è da dire che all'epoca potevano giocare solo tre stranieri. E l'Inter aveva Javier Zanetti, Roberto Carlos e Paul Ince. Io fui acquistato nel gennaio 1996 ma l'intenzione del club era lanciarmi per la stagione successiva. Decisero di anticipare il mio arrivo di sei mesi, per permettermi di conoscere il calcio italiano. Diciamo doveva essere un periodo di rodaggio. Io avevo chiarito sin da subito la mia esigenza di non perdere le Olimpiadi, che il Brasile non aveva vinto e che aveva buone possibilità di vincere ad Atlanta. C'era gente come Ronaldo, Roberto Carlos, Rivaldo. Un'occasione unica. L'allenatore dell'epoca era Roy Hodgson, gli parlai ma non ci fu verso di lasciarmi andare. E così io, che fui il capocannoniere del pre-olimpico, persi la mia occasione e non ne volli più sapere di restare".

Hodgson non aveva un gran rapporto con i brasiliani, a quanto pare...
"Roberto Carlos fu mandato via dopo un anno e ancora non me lo spiego. Uno dei più grandi terzini al mondo".

Dall'Inter al Napoli
"Città bellissima, gente accogliente. Mi sono trovato benissimo e sono rimasto tutt'ora tifoso degli azzurri. Mi è capitato di tornarci per Natale e per capodanno. L'affetto per l'Inter resta, tant'è che a fine stagione col Napoli mi voleva riprendere. Avrei giocato sotto Gigi Simoni, che ho avuto proprio con i partenopei e con gente come Ronaldo. Ma scelsi di tornare in Brasile, ponendo fine alla mia avventura europea, a parte una breve parentesi in Germania".

All'Oberhausen, Vestfalia, seconda divisione. Scelta curiosa
"Volevo smettere di giocare, non avevo più grinta né passione per giocare ad alto livello. Ma c'era un amico che era era lì e mi ha detto: 'Vieni, ci divertiamo e poi ci sono tante belle donne'. Del resto eravamo single, tutto era concesso! E comunque le donne italiane e brasiliane sono più belle (ride, ndr)".

Cosa ti ha lasciato l'esperienza in Italia?
"Ho imparato tanto, è stata una grande esperienza e ho incontrato bella gente. Quando posso ritorno e anche mio figlio si è appassionato, tanto che quando la maestra gli chiede qual è il suo sogno risponde: 'Vedere Napoli'".

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