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Sesa: "Mi divido tra Ferrara e Zurigo. Dopo l'Egitto pronto a una nuova avventura"

ESCLUSIVA TMW - Sesa: "Mi divido tra Ferrara e Zurigo. Dopo l'Egitto pronto a una nuova avventura"
© foto di davidsesa.ch
giovedì 28 aprile 2022, 10:58Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

Che fine ha fatto David Sesa? Oggi 48enne, l'ex attaccante di Lecce e Napoli è rimasto nel mondo del calcio e dopo aver allenato nella sua Svizzera ha potuto ampliare il suo bagaglio d'esperienza all'estero. Ai microfoni di Tuttomercatoweb si racconta:

Cosa fa oggi David Sesa?
"Vivo tra Ferrara e Zurigo e sono allenatore. Attualmente giro per l'Europa, mi aggiorno, vado a vedere gli allenamenti e le partite. Il calcio è sempre stato la mia vita e sono felice che ne faccia ancora parte. Ho avuto la possibilità di trasformare una passione in un mestiere e non c'è niente di più bello".

Cosa ci fa uno svizzero a Ferrara?
"Ho giocato due anni e mezzo alla SPAL, negli ultimi anni di carriera e dopo aver passato una vita a girare io e la mia famiglia abbiamo deciso di rimanerci. Mia figlia andava a scuola lì, la città è bella e a misura d'uomo e poi a livello logistico è ben collocata. Chiaramente da allenatore resto con la valigia in mano, devo essere flessibile".

Lei ha avuto esperienze da allenatore e da vice-allenatore. Quale ruolo preferisce?
"Io mi vedo come allenatore. Ho fatto il vice perché mi lega una amicizia lunga 30 anni con Rene Weiler. Quando lui è andato all'Anderlecht mi ha chiamato e per me è stata una grande opportunità quella di lavorare in un club così prestigioso. Avevamo una squadra molto forte, con giovani talenti come Tielemans e Dendoncker, per fare due nomi. Abbiamo vinto il campionato e la supercoppa, ci siamo divertiti. A quei livelli lì, con quei giocatori anche se sei vice-allenatore è molto gratificante. Abbiamo condiviso l'esperienza in Egitto, al Al Ahly, poi quando Rene è andato al Kashima Antlers, in Giappone, ho scelto di non seguirlo, preferendo concentrarmi su me stesso e vedere cosa può riservarmi il futuro".

Dal Belgio all'Egitto, in una realtà dove le partite a porte chiuse è la norma da molto prima della pandemia
"Questo per la tragedia a Port Said (febbraio 2012) in cui persero la vita molte persone. Da allora il Governo ha disposto le porte chiuse per le partite di campionato. Solo in Champions League africana e nelle partite della nazionale egiziana fanno entrare gli spettatori. È un peccato, vista anche la popolarità che c'è in Egitto per il calcio. Con la pandemia ci siamo tutti, noi però abbiamo vissuto già prima questa situazione e faceva uno strano effetto".

Cosa l'ha colpita di quell'esperienza?
"Per me è impressionante il ruolo che hanno i social media. Tutti in Egitto sono col telefonino in mano o davanti al computer a informarsi. I giocatori più importanti poi hanno 5-6 milioni di followers. C'è una grande fame di calcio, un seguito importante. Era un mondo che non conoscevo, ma posso assicurare che i primi 5 club sono di ottimo livello, anche come giocatori. Vedo anche una crescita a livello organizzativo e di strutture. Pur senza le entrate da botteghino ci sono tanti sponsor e grosse aziende che sponsorizzano il calcio".

Che tipo di allenatore è David Sesa?
"Mi piace il 4-2-3-1 ma ho imparato ad adattarmi con i giocatori che ho a disposizione. Deve essere una prerogativa dell'allenatore avere una certa flessibilità, perché ciò che conta al di là di tutto è fare risultato".

Da giocatore ha avuto modo di avere diversi maestri, con approcci umani e filosofie di gioco del tutto differenti. A chi si ispira?
"Prendi da ognuno un'idea diversa e la fai tua, consapevole che rispetto ai tempi in cui giocavi il calcio è cambiato tantissimo. Ho avuto modo di essere allenato da Zeman, che aveva uno stile che ha fatto la storia, ma anche allenatori dal puro stile italiano anche nella gestione. Tutto questo per me è stato importante".

Facciamo qualche passo indietro, al Sesa giocatore. Nasce juventino, la carriera l'ha portata altrove
"Mio padre è italiano, di Avellino, e seguivo anche io di conseguenza il calcio italiano. Mi piaceva la Juventus di Platini, Boniek, Scirea. Era una squadra fantastica. Poi chiaramente diventato professionista accantoni il tifo".

La sua carriera italiana la si deve a Pantaleo Corvino
"È colui che mi è venuto a prendere quand'ero al Servette e mi ha portato a Lecce. Mi ricordo che mi chiese molte informazioni sul calcio svizzero, sulle squadre. A mio avviso è il direttore sportivo che negli ultimi anni ha fatto meglio di tutti, almeno nel calcio italiano. Anche nel Lecce attuale ha pescato giocatori giovani all'estero che si stanno valorizzando e se dovesse succedere quello che sperano tutti i tifosi salentini vedrete che valutazioni avranno".

Si riferisce al ritorno in Serie A
"Non dico altro per scaramanzia, dico solo che me lo auguro di cuore perché Lecce è una piazza importante che riesce ogni anno a ottenere ottimi risultati".

Momento migliore della sua esperienza italiana?
"Penso alla vittoria con l'Inter per 1-0 con mio gol su punizione. I nerazzurri erano uno squadrone: Baggio, Blanc, Zamorano, Seedorf, Zanetti, Vieri. Insomma, il top del calcio mondiale. Ma in generale a Lecce ho vissuto due anni fantastici".

A Napoli a livello di risultati non fu lo stesso
"Guardi, a Napoli sono stato benissimo. Certo, in campo non è andata come speravo ma è la vita. In generale conservo bei ricordi del calcio italiano e posso dire di aver giocato in quello che era il miglior campionato al mondo. Anche la Serie B all'epoca era molto forte, molto competitiva".

Altro livello rispetto a oggi e anche la Nazionale, che ha fallito la qualificazione ai Mondiali, ne è la prova
"Penso che in Italia non si sia lavorato molto bene a partire dai settori giovanili: troppa tattica a discapito del ritmo e dell'agonismo. Guardate che differenza con la Premier League. Credo che il problema abbia radici più profonde".

A cosa si riferisce?
"Innanzitutto dalle infrastrutture, che mancano. Servono stadi di proprietà, centri sportivi, dei campi dove i ragazzi vanno a giocare. C'è poi un problema strutturale, penso anche al Sud Italia, tradizionalmente terra del talento naturale: ora ne esce poco. Tanti ragazzi si perdono, evidentemente anche gli allenatori dei settori giovanili non sono in grado di coltivarne il talento, di far crescere questi giocatori. Non si sfrutta abbastanza tutto il potenziale che avrebbe il territorio".

Diverso il discorso della sua Svizzera
"Ecco, l'Italia dovrebbe fare come la Svizzera o il Belgio. La Svizzera 30 anni fa ha deciso di investire in strutture e nella formazione degli allenatori. Hanno studiato i vari sistemi, fra cui anche quello italiano ma non solo, prendendo il meglio da tutti. Hanno avuto una programmazione chiara e hanno lavorato in collaborazione con i club, portando questi risultati".

Lei ha citato il Belgio, in cui ha lavorato e dove da una decade è letteralmente esplosa una generazione incredibile di giocatori
"Lì hanno prestato grande attenzione sul giocatore singolo, dandogli una certa libertà di esprimersi in campo senza ingabbiarlo negli schemi. Se ci pensate, e non credo sia un caso, in Italia fino a qualche anno fa c'erano giocatori come Mancini, Baggio, Totti e Del Piero. Perché ora non ce ne sono? Forse perché non si vogliono più per una questione tattica".

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