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Dagli accessori per smartphone al pet food, il Marcio Amoroso oggi imprenditore

ESCLUSIVA TMW - Dagli accessori per smartphone al pet food, il Marcio Amoroso oggi imprenditore
mercoledì 8 giugno 2022, 11:27Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

È stato uno degli stranieri più prolifici del campionato italiano negli anni '90, campione del Sudamerica con la seleçao brasiliana nel 1999, idolo non solo in Serie A ma anche in Bundesliga: oggi Marcio Amoroso ha 47 anni ed è un imprenditore a 360°, spazia su vari settori ma allo stesso tempo ha mantenuto un legame col mondo del calcio, grazie anche al figlio Matteo, 19 anni, oggi calciatore professionista: "E che spero diventi più forte di me" esordisce il papà. Ai microfoni di Tuttomercatoweb ci racconta la sua nuova vita e insieme abbiamo ripercorso le sue tappe da calciatore:

Marcio Amoroso, cosa fai oggi?
"Appesi gli scarpini al chiodo ho deciso di diversificare un po' i miei risparmi. Il mondo del business mi incuriosiva, i particolar modo quello legato".

Nello specifico, quali sono le aree in cui hai investito?
"Nell'edilizia, considerato che è un settore in cui ci sarà sempre domanda. Poi nella tecnologia con l'azienda Younnect: ci occupiamo di accessori per smartphone, caricatori, batterie. Eravamo una ditta piccola, ora siamo a 500 punti vendita in Brasile. E ho investito anche nel pet food (Tibii Nutriçao Pet), considerando che tantissime famiglie ormai hanno un animale domestico. Stiamo crescendo tantissimo nel mercato brasiliano e adesso valutiamo di espanderci nel continente americano".

Sappiamo anche di un Amoroso che lavora nel mondo della moda
"La parte legata all'abbigliamento, il marchio Revero, lo gestisce mio figlio Giovanni. Ci occupiamo di vendita online, che è ormai il presente e il futuro dello shopping. La gente ha sempre meno tempo e una volta conosciuto il marchio acquistare direttamente dal sito è più conveniente rispetto al recarsi in un negozio fisico".

Il calcio non è mai stato abbandonato, però
"Sì. Abbiamo avviato già da un anno e mezzo più o meno un'agenzia. Preferiamo seguire pochi giocatori per poterli seguire meglio. Lavoriamo con i settori giovanili, cercando di aiutare i ragazzi nella transizione verso la prima squadra. recentemente abbiamo una collaborazione con la P&P Partner di Pastorello".

Tra gli assistiti, tuo figlio Matteo
"Gioca nell'Internacional, ma si è formato in Europa. Prima al Granada, poi grazie a Gino Pozzo all'Udinese. È stata un'esperienza formativa, è servita a dargli la giusta mentalità. In questo modo se dovesse fare ritorno in Europa sarà già pronto".

Che tipo di giocatore è?
"Come posizione in campo e come attitudine, ossia quella del centrocampista con tempi d'inserimento direi un Ramires o un Fabinho. È mancino, può giocare da mezz'ala ma anche da centrocampista esterno. Sa tenere palla, ha visione di gioco e tecnica. Ha un contratto fino al 2023 e si sta sistematicamente allenando in prima squadra".

Molti calciatori hanno intrapreso, una volta smesso di giocare, il mestiere di allenatore o di dirigente. Hai mai pensato a un ruolo del genere?
"Per fare questo mestiere dovrei essere un rompicoglioni (ride). Mi piacerebbe, certo, anche perché ho le conoscenze ma sono troppo buono, per cui meglio lavorare nel settore giovanile a preparare i ragazzi a fare il salto in prima squadra. E poi gli spostamenti mi peserebbero: ho una bambina piccola e inizia ad essere stancante girovagare, l'ho fatto 20 anni. Preferisco essere vicino a mio figlio Matteo in modo da aiutarlo a gestire la sua carriera".

Passiamo all'Amoroso calciatore. Il tuo nome è principalmente legato all'Udinese. Nelle precedenti interviste dici che Udine ti ha cambiato la vita
"L'Italia mi ha dato la possibilità di crescere come calciatore e come uomo. Sono arrivato a Udine che avevo 21 anni, ero appena sposato. Ho avuto la fortuna di adattarmi subito, di conoscere persone poi divenute come fratelli. Persone che mi sono state vicino, che ha dato la possibilità a me e mia moglie di sentirci a casa. Per questo ho Udine nel cuore. E poi la famiglia Pozzo, che mi ha dato la possibilità di diventare un bravo calciatore. Gino sapeva delle mie qualità, ha scommesso su di me, ha avuto la pazienza di aspettarmi. Dopo 3 anni sono andato via come giocatore di alto livello. Con Zaccheroni ho avuto la fortuna di imparare i movimenti, creare lo spazio, i movimenti. E quando è arrivato Guidolin ero già pronto per una big, tanto da vincere la classifica marcatori. Anche la mia cessione al Parma fece la fortuna delle casse del club".

Nella tua carriera salta all'occhio un'esperienza, giovanissimo, in Giappone. Dove di solito si va a chiudere la carriera
"Guarda, è stata fondamentale per la mia crescita. Giocavo al Guarani e l'allenatore dell'epoca, José Macia, si trasferì al Verdy Kawasaki. Aveva bisogno di una punta e decise di punare su di me. Avevo 18 anni, ma accettai subito e quell'esperienza mi fu utile perché potevo sperimentare in campo, fare giocate ad effetto che mandavano in estasi il pubblico. Potevo rischiare il colpo a effetto, pertanto quando tornai in Brasile lo feci acquisendo consapevolezza dei miei mezzi. Non a caso ho vinto poi il Pallone d'Oro brasiliano e lì Pozzo mi ha chiamato all'Udinese".

Proprio grazie ai Verdy hai avuto il primo impatto con l'Italia
"Andammo a giocare il torneo di Viareggio e io segnai il gol d'apertura del torneo, contro il Padova di un ragazzo di cui avremmo sentito parlare a lungo: Alessandro Del Piero".

Capocannoniere in Serie A ma anche in Bundesliga, dove hai vinto da protagonista una Bundesliga col Borussia Dortmund. Adattamento immediato anche in Germania
"Sì, anche come clima. Ero ormai abituato a Udine, che già per un brasiliano come me è fredda. Per cui arrivai a Dortmund di fatto già abituato. L'unico problema semmai era la lingua, soprattutto per mia moglie che infatti rimaneva spesso a casa. Ma giocare nello stadio del Borussia era qualcosa di indescrivibile, il tifo è fra i più intensi e importanti al mondo".

Parma e Milan sono i tuoi rimpianti?
"A Parma mi sono trovato molto bene, certo avrei voluto giocare di più ma l'infortunio al tendine d'Achille mi ha fortemente condizionato. Davvero un peccato perché quel Parma era la squadra più forte in cui abbia giocato e penso che nella Serie A attuale avrebbe vinto il campionato con 10 turni d'anticipo. Anche il Milan in cui giocai era uno squadrone, arrivai nel 2006 e ci stavamo proiettando ai Mondiali: Ancelotti diede più chances agli italiani".

Progetti per il futuro?
"Fare conoscere ovunque le mie aziende. E cercare di godermi il più possibile la famiglia".

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