Boniek: "Sibilia mi faceva pedinare, Di Somma mi tirò un cazzotto in campo. A Pescara, Novellino pianse come un vitello"
Zbigniew Boniek, l'allenatore che traghettò l'Avellino in Serie B nel 1995, ha rilasciato un'intervista a Orticalab, ricordando la sua esperienza in biancoverde e qualche aneddoto di Sibilia: "Io non ho fatto altro che aiutare l’Avellino ad andare in Serie B, ma il grosso lo hanno fatto Carmine Esposito, Totò Fresta e compagni. Il mio approdo ad Avellino? Fui contattato dall’avvocato Dario Canovi, uno dei procuratori più importanti a quei tempi. Mi chiese se volessi tornare in panchina per aiutare una squadra di Serie C ad andare in Serie B. All’inizio rifiutai perché non mi piaceva l’idea di subentrare, ma poi mi feci convincere. Sibilia? Come potrei dimenticarlo. Mi trovai di fronte una persona così come me l’avevano descritta, ma ci trovammo subito in sintonia perché. Ci accordammo per tre mesi con un premio in caso di promozione e un patto da uomo a uomo, che non sarebbe mai più dovuto entrare nello spogliatoio. Lui doveva fare il presidente, io l’allenatore. Il commendatore non ha mai perso il vizio di chiedermi la formazione la sera prima delle partite e di farmi sapere chi avesse piacere che giocasse e chi no. Trovai una squadra con il morale a terra. Un gruppo fortissimo di giocatori ma impauriti. Sapevano di aver deluso la piazza e la dirigenza perché avrebbero dovuto e potuto vincere il campionato. Quella paura se la portarono fino al primo tempo della prima partita dei play off contro il Siracusa. Nell'intervallo volarono le sedie. Non era possibile accettare il 2-0 e urlai tantissimo. Il gol di Fresta cambiò il corso della storia. Al Partenio ci prendemmo la finale e quello che successe a Pescara è scritto nell’almanacco dell’Avellino. Di quel pomeriggio ricordo le lacrime di Novellino. Piangeva come un vitello. L’ho dovuto rincuorare e dirgli che la vita gli avrebbe offerto tante altre opportunità. Così è stato. Con Sibilia capitava spesso di trovarci nel bar di Mercogliano per giocare a scopa. Tante volte ho perso, ma altrettante l’ho costretto a pagare. Penso che quel mio modo di fare mi abbia fatto guadagnare la riconferma sulla panchina dell’Avellino, ma nell'estate del '95, il commendatore non mi ha voluto costruire la squadra che volevo. Gli avevo chiesto tre o quattro giocatori precisi nei vari reparti. Fece di testa sua perché su questo tema gli piaceva essere il protagonista della scena. Era un po’ geloso se qualcuno gliela rubava e la stampa che era dalla mia parte non giocò a mio favore. Mentre io provavo a fargli capire che la squadra stava rispondendo e crescendo, dopo cinque partite mi mandò via. Quando si innervosiva parlava in dialetto e io non lo capivo, prese Orrico, ma quando si rese conto di aver sbagliato a mandarmi via mi richiamò. Io gli dissi che non sarei tornato. Ricordo che il giovedì andavo a Napoli e lui mi faceva pedinare da un'automobile. Mi disse che doveva sapere tutto di me, anche dove andassi. Con Nucifora litigava spesso, ma si volevano bene e prima del match con il Gualdo mi fece capire che non avrebbe voluto vedere in campo Luca Bocchino. Secondo lui era troppo giovane e avevamo bisogno di gente d’esperienza. Ovviamente feci di testa mia. Da calciatore ebbi modo di conoscere Sibilia, una volta fece tardare l’inizio di una partita perché portò qualcuno negli spogliatoi a fare le foto con me, Vignola e con Platini. Al Partenio c'era un pubblico incredibile. Non era facile per nessuno venire a giocare ad Avellino. In campo menavano di brutto e bisognava stare attenti. Ricordo che una volta Salvatore Di Somma mi rincorse fino a centro campo per darmi un cazzotto. Non ricordo perché, ma il calcio di allora era così. Ed era il più bello di sempre. I migliori giocatori dell’Avellino venivano sempre alla Juventus".
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