L'allenatore che fa impazzire l'Italia del calcio e che fallì ad Avellino
Chissà se inventeranno mai un rimedio contro l'ignoranza calcistica. Lo sa bene Zdenek Zeman, tornato Dio del calcio per la massa dopo la straordinaria promozione in A sulla panchina del Pescara. Lui, dietro il fumo di quell'interminabile sigaretta sa bene che i primi ad idolatrarlo saranno gli stessi pronti a dargli del perdente quando le cose non andranno per il verso giusto. Perché Zemanlandia alla fine è un po' come un posto di mare: piace a tutti quando c'è un buon clima ma viene lasciato desolato d'inverno.
Una carriera fatta di alti e bassi, quella del boemo, che rispecchia nel migliore dei modi un personaggio fuori da ogni canone tradizionale. Zdenek Zeman non bada troppo al risultato, ma preferisce trasmettere ai giocatori che allena la sua filosofia: non sorprendetevi se vedete un portiere che imposta l'azione o giocatori che corrono come dannati anche al 90'. E' semplicemente il suo modo di intendere il calcio ed è la cosa che lo porterà sempre al di là di ogni opinione, negativa o positiva che sia. E pazienza poi, se quando vai a dare un'occhiata al suo palmares trovi in 30 anni di carriera un campionato di C2 con il Licata e due in B con Foggia e appunto Pescara: Zdenek non incarna in alcun modo il calcio italiano, non ha bisogno di un trofeo per sentirsi vincente.
Una delle tante cadute, Zeman, l'ha presa proprio in Irpinia... Arrivato ad Avellino tra l'entusiasmo e lo stupore generale, praticamente grazie alla mediazione del presidente Casillo che lo ebbe a Foggia, dove nacque il mito di Zemanlandia (ricordiamo ancora la sua risposta alla domanda per cui aveva accettato Avellino: "Sì, senza Casillo non avrei forse accettato"), vide ben presto ridimensionata la sua figura. Che fosse un allenatore che amava il gioco d'attacco si vide subito, fin dagli allenamenti: al fischio d'inizio i due esterni si posizionavano sulla linea mediana e partivano subito all'attacco, cercati dal lancio lungo dei due attaccanti alla battuta. Non sconfessava, e non sconfesserà mai, il suo credo tattico: 4-3-3, e basta. Che la squadra fosse sotto di due reti e avanti di tre, lui attacca. Punto.
Questo, con una squadra attrezzata e giocatori in grado di supportare un gioco così sbilanciato, ti permette di raggiungere risultati strabilianti, ha un suo perché il gioco, per certi versi unico, di Zeman. Ma se i giocatori non sono in grado di assecondarti, vai incontro a clamorose debacle. Ecco, se c'è una pecca nel carattere di Zeman è quella di non adattare mai il gioco alle situazioni, ma continuare testardamente sul suo gioco. Ad Avellino si sono viste roboanti vittorie, come un indimenticato 6-0 sul Verona, ma anche incredibili sconfitte, anche casalinghe, in partite che si stavano vincendo. In Irpinia verrà forse ricordato, insieme a Vitaliy Kutuzov, per l'incredibile vittoria 2-1 nel derby sentitissimo con la Salernitana, due gol in 100 secondi a partita quasi finita. Ma non certo per la retrocessione patita a fine campionato. Casillo non ha mai avuto coraggio di cambiare allenatore, anche di fronte alla palese inadeguatezza della squadra a seguirlo. Con lui fino in C, disse, e così fu purtroppo...
Eppure quella squadra non era così male: in porta c'era come secondo quell'Anania che si è poi portato a Pescara, in difesa Contini che ha giocato poi tra A e Liga; e ancora Sardo, Kutuzov, Nocerino, tutti giocatori che giocano o hanno giocato stabilmente in A. Ma non è bastato. Zeman devi prenderlo per quel che è, con le sue pecche e i suoi meriti. Crediamo che il fallimento di quell'Avellino fosse solo parzialmente colpa sua, della sua incapacità di adattarsi alle situazioni e a una squadra che aveva bisogno di salvarsi e non di dare spettacolo. Ma soprattutto di chi lo aveva scelto a ha difeso la sua scelta fino alla fine. Perché Zeman in fin dei conti ha una visione del calcio unica, che può portare a grandi risultati. E a Pescara (e non solo) quest'anno se ne sono accorti tutti. Il boemo è tornato.
Mario Garau - Domenico Fabbricini


