Sidigas, coach Vitucci respinge il miracolo ad Avellino
Nonostante le molte difficoltà societarie, la Sidigas Avellino viaggia a vele spiegate. La vittoria contro Treviso, successiva a quella contro Bologna, è la nuova gemma della formazione di Frank Vitucci, che sta regalando soddisfazioni ai propri tifosi malgrado negli ultimi giorni si siano dovute affrontare le partenze pesanti di Szewczyk prima e Troutman poi. Intervistato da La Repubblica, coach Vitucci spiega la situazione della squadra irpina. Ecco le sue parole che vi riportiamo integralmente:
Francesco Vitucci, non ci dirà mica che si ripete la storia dell'anno scorso?
"Credo proprio di no. Sul piano tecnico abbiamo cambiato tre pezzi del quintetto con un giovane di 19 anni (Gaddefors), un pezzo d'esperienza che per sua stessa ammissione era fermo da aprile (Golemac), ed un lungo che non si voleva intristire nel campionato bulgaro dov'era finito (Slay). Su quello societario se i problemi, che non sono finiti, dovessero emergere tutti faccio fatica a pensare che chi c'era già l'anno scorso tenga botta fino alla fine. Un percorso come quello già vissuto non è più percorribile. Parlo per me, ma anche interpretando lo spirito dei giocatori".
Ci sono stati cambiamenti al vertice della società, partiamo da qui per capire come viene vissuta la transizione che per una volta non è quella sui due lati del campo.
"Va dato atto ai nuovi che ci stanno provando. L'avvocato Preziosi, i nuovi soci, quelli che hanno manifestato il desiderio di dare una mano. Alla società noi chiediamo di trasmettere serenità. Che può anche non essere la puntualità svizzera sui pagamenti, della crisi ci accorgiamo tutti. E sappiamo che se arriva un lodo esecutivo da pagare ha la precedenza pure sui nostri stipendi. Ciò che vogliamo è che le cose ci siano spiegate con chiarezza, che ci sia una voce autorevole della società che parli alla squadra. L'anno scorso ciò che ci fece più male furono i silenzi".
Il muro di gomma però lo avete eretto anche voi: avete perso l'Mvp del campionato, Thomas, più Szewczyk e Troutman. Eppure quelli che fate entrare nel vostro sistema funzionano tutti e subito.
"C'è anche qualcosa che... paga, cioè il fatto di conoscersi, l'esperienza del vissuto. Viene a mio vantaggio il fattore del tempo assieme, che per un allenatore resta fondamentale. Così come i giocatori che c'erano hanno assorbito certe vicende, ci sanno convivere, vengono in palestra e si allenano. Abbiamo perso tre colonne, ma le valutazioni fatte con Antonello Nevola (il g. m.) sono andate nella direzione giusta. Qui l'asticella s'è abbassata, l'obiettivo è la salvezza, prima possibile. Poi vediamo".
Un allenatore che in ala piccola si ritrova, dall'avere l'Mvp dello scorso campionato, un 19enne svedese di belle speranze con 6 partite giocate in tutto un anno cosa fa? Lo prende e lo allena oppure chiede un intervento sul mercato?
"Gaddefors è un giovane interessante al quale chiedo il sacrificio di giocare da lungo in allenamento e da ala piccola in partita perché così siamo messi. La logica è quella del risparmio. Per ora avanti così, intanto a me piacerebbe arrivare a gennaio con lo stesso roster che ho oggi".
Poi è noto, Vitucci, che spesso la fortuna degli allenatori è avere una squadra corta.
"E' fuori di dubbio che è meglio allenarsi in dodici buoni. Quando però ne porti sette in panchina e vedi facce scontente, la gestione della partita diventa complessa. L'anno scorso avevo dieci potenziali titolari. C'è quello che dice "meglio in una squadra lunga, ma forte". Ma per quanti è solo facciata, quando poi si hanno meno minuti, meno palloni, meno tiri, meno punti? La formula ideale? Dodici in palestra, solo otto la domenica...".
Leggiamo i numeri, oltre la vostra vittoria su Treviso: Dean miglior realizzatore di giornata (con 26, eguagliato da Datome), Johnson secondo miglior rimbalzista (14, ad uno da Stipanovic), Green miglior negli assist (9, come Cook), Dean secondo nella valutazione (33, a due punti da Datome). Sono le vostre eccellenze, ma dentro una squadra.
"Il sistema è alla base, poi il sistema deve saper dare soddisfazione all'ego di qualunque giocatore. E' chiaro che in una squadra corta come la nostra il momento arriva per tutti. Come per Spinelli, quest'anno molto più coinvolto".
Ma anche Troutman e Szewczyk sembravano coinvolti, nonostante i soldi non arrivassero.
"Reduce dal grave infortunio al ginocchio, a giugno Troutman non lo voleva nessuno. Chiaro, volevano vederlo in campo. E' stato lui a venire in società a proporre di restare ad una cifra più bassa. Anche perché si fidava di me. Lo abbiamo rimesso in campo, forse troppo bene: alla prima occasione è fuggito. Con Szewczyk c'erano problemi di soldi, vero. Ed è salito sull'offerta della Reyer. Dico solo che ad Avellino devono essere solo riconoscenti perché è stata questa squadra che ne ha esaltato le qualità, forse anche oltre i loro limiti".
Anche voi avete pescato due pezzi che nessuno aveva voluto: Golemac e Slay, quest'ultimo dopo cinque anni in Italia.
"Di Golemac non mi è piaciuta la condizione con la quale è arrivato. Però ho apprezzato l'onestà di dirmi che era fermo da mesi. Ed ora l'impegno quotidiano nel lavoro per recuperare il tempo perso. Slay l'avevo conosciuto in una Summer League a Jesolo. Ha un'elevata intelligenza cestistica, sa giocare post basso e fronte a canestro, sa passare meglio di come palleggia. Aveva voglia di tornare Italia, se è a posto fisicamente è un ottimo giocatore. E col suo modo di fare, da guascone, è un giocatore di cui Avellino s'innamorerà facilmente. Sul campo poi con Johnson si trovano entrambi meglio di come Johnson si trovava con Troutman".
Vitucci, ci spiega perché il suo modo di allenare è una sorta di intrigo internazionale, pure se qui Hitchcock non c'entra nulla?
"Perché a Treviso ho lavorato con tre allenatori molto bravi ma tutti diversi tra loro. Ettore Messina mi ha scioccato sul piano tecnico e difensivo. Capisco che può non sembrare, guardando i punti subìti, ma sabato alla Benetton ne abbiamo concessi quattro nei primi otto minuti dell'ultimo quarto. Da David Blatt ho appreso come avere un'aggressività offensiva sempre molto elevata. E con Mahmuti il mettere l'esecuzione, di squadra, davanti a tutto. L'intrigo è qui, un italiano, un americano ed un turco, mettere tutto assieme e provare a farlo funzionare".
Uno vi guarda giocare, fare canestro (Avellino ha il miglior attacco dopo tre turni, a 85 di media), subirne pure (terz'ultima difesa, a 83.3), ma di certo non s'annoia con voi.
"Me lo dicono che siamo una squadra che diverte. E' un aspetto secondario per un allenatore, però visto che non devo vincere il campionato perché no?".
Una squadra corta, ma di talento, che sa giocare e non teme nessuno: le piace il paragone con la Macedonia vista agli Europei?
"Ci sta, se guardiamo alla determinazione nel voler fare le cose, soprattutto in attacco. Come il desiderio di fare squadra. Sabato, ad allenamento finito, i leader sono rimasti a parlare tra di loro a metà campo per ripassare alcuni concetti della difesa che avremmo dovuto applicare contro la Benetton".
Non tiriamo di nuovo fuori la storia del miracolo di Avellino, insomma.
"No, per piacere. Si attinge dai miracoli quando uno, in fondo, non è capace di fare qualcosa. Noi siamo terreni e proviamo a far bene le cose che sono alla nostra portata. Sulla strada della salvezza godiamo del rispetto che ci portano le avversarie. Pur se la vita, ad Avellino, non è facile. Anche per l'allenatore: più vinciamo e meno possibilità ho di un rinforzo dal mercato...".


