Kallon, dalla Sierra Leone al San Nicola: "Vi racconto il mio viaggio verso l'Italia. Aiutare gli altri mi rende felice"
"La forza della speranza". È questo il titolo che il Bari ha dato all'intervista (che si può trovare sul canale YouTube della società) fatta a Yayah Kallon, esterno offensivo biancorosso. Nella lunga chiacchierata ai microfoni del club, l'ex Verona ha parlato delle sue origini, della sua famiglia e del lungo viaggio che lo ha portato in Italia.
Sull'accoglienza della squadra e della città: "Il gruppo mi ha accolto molto bene e la città benissimo. Ogni volta che vado in giro ci sono tifosi che ci danno la carica prima delle partita. Qui c'è il mare e tanti bei ristoranti; la cucina pugliese è buonissima. Sono un ragazzo semplice che ama stare con gli amici e trovarne di nuovi, l'importante che siano ragazzi seri. Sono felice, spero di trasmettere la mia felicità alla gente che c'è attorno".
Casa sua, la Sierra Leone: "Spesso i miei pensieri sono rivolti alla Sierra Leone, dove c'è la mia famiglia, sono anni che non li vedo e quindi a volte sono sovrappensiero, i miei genitori sono ancora lì. In Sierra Leone la situazione è un po' particolare, ultimamente va meglio: c'è un grande commercio di diamanti, e quando ci sono queste risorse ci sono anche molti problemi che non si riescono a gestire e poi nascono le guerre. Nel Paese ci sarebbe ricchezza, avevano trovato anche il quinto diamante più grande del mondo poco fa, ma non sanno gestirla. Quando io ero lì c'era un gruppo di persone che rapiva i bambini per fargli fare i soldati, per questo ho deciso di andarmene. La mia infanzia è stata semplice, scuola e poi calcio con gli amici per strada. A 14 anni i miei mi hanno detto che sarebbe stato meglio andare in Europa piuttosto che diventare un bambino-soldato. Hanno pianto quando mi hanno accompagnato per iniziare questa avventura. Mio fratello purtroppo si è dovuto scontrare con la realtà dei bambini soldato, fortunatamente poi è riuscito a tornare a casa".
L'Odissea di Yayah attraverso l'Africa: "È stato un viaggio verso l'ignoto, ho trovato sul mio cammino alcune brave persone con cui ho lavorato per pagarmi i viaggi. Ho fatto di tutto: muratore, meccanico... a volte venivamo pagati, altre no. Dormivamo nelle case ancora in costruzione, nelle macchine o nei pullman. La tentazione di tornare indietro c'è sempre stata, ma i miei mi spingevano per andare avanti. In alcuni posti, come in Burkina-Faso, c'erano delle guerre e spesso ci toglievano tutti i nostri averi".
In Libia la tappa più complicata: "In Libia è stato molto difficile. Lì non c'è nessuno che può aiutarti e spesso chi vuole andare in Europa muore lì, l'ho visto con i miei occhi. La parte più difficile è attraversare il deserto: di notte fa freddissimo, di giorno il contrario. Lì non era possibile nemmeno parlare con i miei genitori e sono stato 6 mesi. Poi ci hanno messo sul gommone, e lì siamo stato fortunati perché molta gente è morta in mare. A Lampedusa mi hanno fatto chiamare i miei e sentivo solo mia madre che piangeva dalla gioia".
Sul rapporto con i suoi genitori e con la fede: "Prima delle partite chiamo sempre i miei genitori, chiedo loro di fare una preghiera per me: quando parlo con loro mi sento al sicuro. Aspetto ogni giorno il momento in cui loro potranno venire a vedermi giocare, purtroppo io non posso tornare lì. Voglio aiutare la mia famiglia e la gente che c'è lì, magari costruire anche un campo da calcio. Credo molto in Dio, nessuna sfida mi fa paura, lui mi ha salvato, sono molto fortunato".
Il calcio, una passione che nasce dalla strada: "Sinceramente per me il calcio era solo quello per strada, in Sierra Leone c'erano anche le squadre ma io non mi sono mai interessato, mi divertivo più per strada. Il calcio mi ha aiutato molto. La mia intenzione era quella di tornare a casa una volta diventato maggiorenne, ma prima di compiere gli anni è arrivata un'opportunità in questo sport. Io cerco sempre di migliorare e di aiutare gli altri, in campo e fuori. Per questo io amo fare gli assist, mi dà gioia".


