ESCLUSIVA TC - GIANLUCA FESTA: "Riva uomo dal carisma infinito. Era avvolto da un alone di mistero. Cagliari, ieri troppi errori soprattutto in fase difensiva. Giocherei sempre con due punte: in A non puoi limitarti ad aspettare l'avversario"
Per anni è stato colonna e portabandiera orgoglioso del Cagliari che, dall’inferno della serie C, compiva la prodigiosa scalata che l’avrebbe portato fino alla qualificazione in Coppa Uefa nel 1993. Poi, dopo una felice rimpatriata nel 2003-2004 (con la spettacolare promozione in serie A ottenuta militando nello squadrone che annoverava attaccanti del calibro di Zola, Suazo, Esposito e Langella), nel 2015 è tornato a difendere i colori rossoblù, questa volta nei panni di allenatore, sfiorando una clamorosa salvezza che avrebbe ribaltato le sorti della sciagurata annata zemaniana.
Gianluca Festa, da cagliaritano doc, non può far mancare il suo personale ricordo del grande Gigi Riva, scomparso in settimana. E, venendo all’attualità, non ha gradito – come qualsiasi tifoso rossoblù – l’approccio della squadra nella gara di ieri contro il Torino, così come le amnesie del reparto difensivo che hanno spalancato le porte al successo dei granata.
Gianluca, iniziamo dal suo personale rapporto con Rombo di Tuono. Avrà avuto sicuramente modo di incontrarlo e di conoscerlo nei suoi lunghi anni di militanza in rossoblù.
“Comincio col dire che, quando il Cagliari giocava al Sant’Elia e mio padre mi portava in curva Sud, io piangevo per tutta la partita perché volevo il pallone di Gigi Riva. Poi, una volta diventato calciatore rossoblù, l’ho conosciuto personalmente: ho avuto modo di parlarci, di frequentarlo e, qualche volta, di cenare assieme a lui. Era impressionante la personalità che sprigionava: era un uomo dal carisma straordinario. Non ho avuto modo di vederlo giocare dal vivo, perché io sono del ’69. Non ho ricordi vividi delle sue prodezze in campo, ma in compenso ho visto tantissime immagini dei suoi gol, delle sue giocate, dei suoi trionfi. Per noi tutti è stato una vera icona. A dodici-tredici anni mi vantavo, come tutti i miei coetanei, di avere avuto Gigi Riva nel Cagliari: uno che aveva declinato offerte importanti da parte di club prestigiosi per rimanere fedele ai colori e alla gente rossoblù. Uno che ci aveva reso fieri e orgogliosi di essere sardi.
Va sottolineato, per amor di verità, che non sarebbe corretto ricondurre lo storico scudetto del ’70 esclusivamente alla figura di Riva. In quella squadra c’erano fior di campioni che contribuirono in modo determinante alla conquista del tricolore. Lui era la punta di diamante, ma era circondato da fuoriclasse che, giova ricordarlo, mantennero il Cagliari ai vertici del calcio nazionale per quattro-cinque anni. Però Gigi si è sempre distinto per la sua unicità e impenetrabilità. Per quell’alone di mistero che avvolgeva il suo personaggio. Negli anni Sessanta e Settanta i calciatori si conoscevano poco e si vedevano raramente: magari in tv, sui giornali o, se si era proprio fortunati, dal vivo in giro per la città. Ma i social non c’erano, quindi questi eroi del pallone erano degli idoli sfumati, sfuggenti, difficili da mettere a fuoco. Per cui quando li vedevi sembrava di trovarsi davanti a un semidio, a un mito inarrivabile. In più Rombo di Tuono era estremamente riservato, ed era un uomo dalle parole misurate ma pesanti: quando parlava si faceva sentire.
Io sono molto amareggiato per quello che è stato l’epilogo, pochi giorni fa, di questa meravigliosa storia di sport, di vita e d’amore. Da quello che abbiamo letto sui giornali, magari con quell’operazione Gigi si sarebbe potuto salvare. Resta addosso una grande tristezza, anche pensando agli ultimi anni della sua vita, in cui si era un po’ isolato. Ma il ricordo glorioso di lui vivrà per sempre, immortale, in tutti noi tifosi.”
Spostiamo il focus sulla sconfitta subita dal Cagliari ieri sera contro il Torino. I rossoblù francamente non hanno convinto, interpretando ancora una volta la gara in maniera troppo conservativa e cercando poi la rimonta “a effetto” nella ripresa. Ma i miracoli, si sa, non riescono sempre.
“Sono d’accordo. Nel primo tempo abbiamo sofferto tantissimo. Certo, poi nella ripresa abbiamo tirato fuori il carattere. La certezza è che questa squadra quando c’è da sfoderare gli artigli risponde sempre presente, ma la ruota non può girare ogni volta per il verso giusto. Potevamo pareggiare se Lapadula avesse sfruttato quell’occasione enorme nel recupero, ma è comunque troppo poco per una compagine che deve mantenere la categoria.
Ho visto grande sofferenza in fase difensiva, sia nei singoli interpreti che a livello di reparto. Abbiamo subito dei gol brutti: Zapata è stato bravo sulla prima rete, però il nostro difensore si è fatto anticipare in area. No, i ragazzi non mi sono piaciuti. Troppi errori e troppe distrazioni. Bisogna che ci si rimbocchi le maniche e si ricominci a pedalare: le prossime sfide saranno molto impegnative e contro avversari di prestigio. Dobbiamo ritrovare solidità e compattezza, soprattutto dalla cintola in giù.”
Domanda scomoda, ma obbligatoria: l’approccio del Cagliari alle gare, determinato anche dalle scelte di formazione di Ranieri, non le sembra spesso controproducente? La tattica della difesa a tre - che poi diventa a cinque – e dell’unica punta sostenuta da un finto trequartista non paga quasi mai. La squadra, barricata nella propria metà campo, pare ancora più succube delle proprie paure e insicurezze. Tanto che quando prende uno schiaffo e si libera dei propri condizionamenti mentali, alzando il baricentro, come per magia riesce a mettere alle corde gli avversari. L’allenatore sta sbagliando qualcosa – e non da ieri – nell’impostazione mentale delle partite?
“Per me è difficile esprimere un’opinione in tal senso. Se il mister ha scelto ancora una volta la difesa a tre avrà avuto i suoi buoni motivi. Poi sicuramente le cose non sono andate come lui avrebbe voluto e si sarebbe aspettato. Sono convinto che lo stesso Ranieri, riesaminando la prestazione di ieri, apporterà dei correttivi e delle modifiche in vista delle prossime partite. Anche di carattere tattico.
Detto ciò, se il Cagliari si salverà lo farà con Ranieri. Questa squadra è costruita per centrare la salvezza giusto all’ultima o alla penultima giornata. Se ci dovessero essere delle rivoluzioni in panchina non sarebbe un buon segnale: francamente non so se un altro allenatore riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo. Ranieri ha qualcosina in più degli altri. Ma a livello difensivo e anche individuale non abbiamo colmato i difetti atavici che avevamo fin dall’inizio della stagione.”
Il modulo con due punte e il trequartista è il minimo comune denominatore delle migliori prestazioni del Cagliari in campionato. Lei punterebbe sempre su questo schema, anche alla luce del fatto che con una sola punta e col falso trequartista la squadra fa una fatica immane a collegare il centrocampo con l’attacco, o ritiene che per migliorare la qualità del gioco siano possibili anche altre soluzioni?
“Ad aspettare sempre gli avversari rischi, a questi livelli, di prendere il gol e di non avere poi la forza per ripartire. Tra l’altro, il Cagliari non ha nemmeno gli uomini per difendersi a oltranza nella propria area di rigore. Io sono per giocare sempre con le due punte, assolutamente. E con il trequartista. Viola è l’elemento che può tirare fuori dal cilindro la giocata risolutiva. Con Luvumbo fuori per la Coppa d’Africa, a parte lui non vedo molti altri giocatori in grado di spaccare la partita. Credo che schierare una squadra a trazione un po’ più anteriore potrebbe essere un’idea. Noi dobbiamo giocare sempre per cercare di vincere la partita, su tutti i campi. Per provarci, almeno.”


