Modello Cagliari, dollari americani e anima sarda per sognare in grande: ecco cosa cambia con l'ingresso del fondo Usa nel club rossoblù
di Sergio Demuru
Una volta era diverso, era il calcio dei "mecenati", dei presidenti-tifosi che firmavano assegni in bianco pur di strappare un campione alla concorrenza o regalare una gioia alla propria piazza.
Il modello Cagliari tra tradizione e investitori americani
Oggi quel calcio non esiste quasi più. Al suo posto è nata l'era dei grandi fondi d'investimento internazionali, con gli Stati Uniti nel ruolo di assoluti colonizzatori della Serie A. La geopolitica del pallone è cambiata ed è un fenomeno che non riguarda più solo le grandissime metropoli del Nord o della Capitale, ma che ha ufficialmente gettato le ancore anche in Sardegna, con lo storico ingresso di un fondo USA nell'azionariato del Cagliari Calcio. L'operazione, attualmente in cantiere, che ha visto l'ingresso dei soci americani nel club rossoblù rappresenta un modello virtuoso e strategico di "coabitazione" societaria.
A differenza di quanto accaduto altrove, dove i fondi hanno optato per il controllo totale (il 100% delle quote), a Cagliari la parola d'ordine è continuità. Tommaso Giulini resta saldamente alla presidenza, mantenendo la guida operativa e l'identità territoriale del club. Ed apparentemente nulla cambia. L'ingresso del fondo statunitense garantisce una massiccia iniezione di liquidità e, soprattutto, un “know-how” internazionale fondamentale per due “asset” strategici: anzitutto il nuovo stadio. Cercando di accelerare l’iter e la realizzazione dell'impianto di proprietà, snodo cruciale per l'autofinanziamento futuro. Quindi il “brand” estero: internazionalizzare il marchio Cagliari, sfruttando i canali commerciali americani.
Perché i fondi USA puntano sulla Serie A
Per la società rossoblù si tratta di un salto nel futuro: la solidità e la conoscenza del tessuto locale di Giulini sposano la potenza di fuoco finanziaria dei mercati d'oltreoceano. Viene spontanea la domanda del perché l'Italia faccia così gola ai fondi americani. La risposta è puramente economica: i club di Serie A sono visti come "asset“ sottovalutati con enormi margini di crescita (soprattutto sul fronte dei diritti TV globali e delle infrastrutture) rispetto ai costi ormai proibitivi della “Premier League” inglese.
La mappa del potere americano nel nostro calcio è impressionante e si divide principalmente in due categorie di investitori. Per primi i Fondi di Private Equity (i Giganti della Finanza), i quali gestiscono capitali istituzionali enormi e cercano il rendimento a lungo termine. Il caso più recente è Oaktree, colosso californiano da oltre 190 miliardi di dollari di “asset” che ha preso il controllo dell'Inter dopo l'era Suning. Prima ancora era stato il turno di “RedBird Capital Partners” (guidato da Gerry Cardinale) al Milan, subentrato a un altro fondo USA, “Elliott Management”, che aveva risanato i conti del club rossonero riportandolo allo scudetto.
Poi ci sono i “Tycoon” e le “Holding Familiari”: imprenditori che creano “network” multi-club. È il caso del Genoa, che era di proprietà di 777 Partners (società d'investimento di Miami poi caduta in disgrazia causa debiti e salvata da Dan Sucu), della Roma e del Cannes sotto la gestione della famiglia Friedkin, o della Fiorentina del compianto Rocco Commisso (italo-americano che ha tracciato la via). Senza dimenticare le realtà come l'Atalanta (con il “oc-owner” Stephen Pagliuca, già ai Boston Celtics) e il Bologna di Joey Saputo (canadese, ma pienamente inserito nelle dinamiche del soccer nordamericano).
I vantaggi e i dubbi del nuovo modello
Il tifoso italiano, ed il sardo in particolare, guarda spesso con diffidenza a questi passaggi di proprietà. Un fondo d'investimento, per sua natura, non agisce per "passione", ma ha come obiettivo finale la valorizzazione dell' “asset” per una futura rivendita (la cosiddetta “exit strategy”). Tuttavia, i vantaggi sono evidenti: la fine delle gestioni allegre, l'introduzione di algoritmi e “scouting” scientifico per scovare talenti a basso costo e una rigida disciplina finanziaria che mette i club al riparo dai fallimenti. Il "modello Cagliari" sembra voler prendere il meglio dei due mondi: i dollari d'oltreoceano per sognare in grande e la faccia del presidente italiano per garantire che la passione del popolo sardo rimanga sempre al centro del villaggio.


