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ESCLUSIVA TC - GIAN PIERO VENTURA: "La sensazione è che a questo Cagliari manchi un po' di qualità per reggere l'urto con la serie A. Ma le prossime tre gare saranno determinanti. Nel '98 noi giocavamo senza paura e, spesso, battevamo le big"TUTTOmercatoWEB
© foto di Carlo Giacomazza/TuttoSalernitana.com
martedì 17 ottobre 2023, 14:45Primo piano
di Matteo Bordiga
per Tuttocagliari.net

ESCLUSIVA TC - GIAN PIERO VENTURA: "La sensazione è che a questo Cagliari manchi un po' di qualità per reggere l'urto con la serie A. Ma le prossime tre gare saranno determinanti. Nel '98 noi giocavamo senza paura e, spesso, battevamo le big"

A Cagliari portò una ventata di entusiasmo, positività e ottimismo. Oltre a un gioco per l’epoca avveniristico, basato su un 3-5-2 aggressivo che, in fase offensiva, portava i due esterni a ridosso delle punte, trasformandoli di fatto in ali.

Tra Gian Piero Ventura e la Sardegna fu amore a prima vista: promozione immediata in serie A nel 1998, dopo la traumatica retrocessione del 1997 maturata in seguito al famigerato spareggio col Piacenza, e poi calcio-champagne in un campionato stellare zeppo di super-squadre dagli organici stratosferici. In un contesto di tale prestigio arrivarono i successi casalinghi in serie contro Milan, Juventus, Parma e Roma e i brillanti pareggi contro Lazio e Inter: top team che allora dettavano legge in Italia e in Europa, e che il Cagliari affrontava a viso aperto con ardore garibaldino e irriverente sfrontatezza.

Non altrettanto fortunato fu il ritorno del tecnico genovese nell’Isola nell’annata 2002-2003, quando guidò in serie B una banda giovane e talentuosa ma, scontando forse la poca esperienza di molti elementi della rosa, non andò oltre l’ottavo posto finale. L’anno dopo quasi a metà campionato lasciò la panchina a Edy Reja, che perfezionò l’operazione-ritorno in serie A grazie alle magie del “quadrato delle meraviglie” composto da Zola, Esposito, Suazo e Langella.

Gian Piero, quest’anno il Cagliari ha raccolto appena due punti nelle prime otto giornate. Qual è il peccato originale di questa squadra, il freno che le impedisce non solo di ottenere risultati ma anche di produrre un gioco convincente?

“Io ho visto l’esordio dei rossoblù in campionato, a Torino contro il Toro. In quell’occasione la squadra non mi era dispiaciuta, perché aveva costruito poco ma aveva anche subito poco. Poi strada facendo è sembrata smarrirsi, a mio avviso anche per via di una mancanza di qualità generalizzata tra i giocatori. Non entro nel merito degli accorgimenti tattici e del gioco offerto da Nandez e compagni - quello è compito esclusivo di Ranieri - ma posso dire che, obiettivamente, in rapporto al livello del massimo campionato la qualità dell’organico non appare eccelsa.

Va anche detto che in zona salvezza le dirette concorrenti stanno marciando molto spedite, e alcune di esse hanno preso già il largo. Questo non fa altro che accentuare e acuire i problemi del Cagliari. Il quartultimo posto attualmente è occupato dall’Udinese, che secondo me ha un organico superiore a quello rossoblù. Per contro squadre come Genoa e Verona, che in partenza parevano destinate a lottare per la sopravvivenza assieme ai sardi, hanno già messo in carniere qualche punto pesante che gli ha consentito di affrancarsi dalle ultime posizioni e di vivere un avvio di stagione più tranquillo.

Sul fatto che l’impatto degli isolani con la A sia stato complicato non c’è alcun dubbio. Credo che lo stesso Ranieri si aspettasse qualcosa di più dalle prime partite: è vero che la qualità della rosa non è poi così elevata, ma alcuni buoni giocatori ci sono. Ora non bisogna farsi prendere dall’ansia: quando dalla cadetteria si sbarca in serie A l’unica cosa che non bisogna assolutamente disperdere è lo spirito col quale si è ottenuta la promozione. Bisogna fare appello a quell’umiltà, a quella fame feroce, a quella voglia di fare risultato a tutti i costi che sono state giocoforza fondamentali per avere ragione di un torneo complesso come la serie B. Ovviamente stiamo parlando di due categorie del tutto diverse per valori tecnici, ma certe prerogative vanno mantenute e riproposte anche in serie A.

Siamo appena alla nona giornata: c’è tutto il tempo per rimettere le cose a posto. Le prossime tre partite contro Salernitana, Frosinone e Genoa, che in condizioni normali sarebbero state importanti, diventano cruciali: se si dovessero toppare subentrerebbero problemi e malumori di varia natura, anche dal punto di vista psicologico. Se invece i rossoblù dovessero centrare dei risultati positivi, di fatto il loro campionato inizierebbe da lì.”

Quando parla di una sostanziale mancanza di qualità nella rosa si riferisce in particolare al centrocampo? La squadra ha spesso palesato difficoltà nella costruzione del gioco, schierando dei mediani più muscolari che tecnici. Ultimamente Ranieri ha sperimentato il giovane Prati in regia, trovando a tratti un miglior palleggio e uno sviluppo più fluido della manovra. È forse questa la strada da perseguire in futuro?

“Potrebbe, certo. Prati l’ho visto, e mi ha fatto anche una buona impressione. Ma non dobbiamo caricare di responsabilità un giocatore così giovane.

Quando parlo di mancanza di qualità penso al paragone con altre squadre, ad esempio il Genoa, che si sono rinforzate molto dalla cintola in su. I liguri possono contare su un uomo dell’esperienza di Strootman a centrocampo e, soprattutto, su elementi importanti in attacco, da Retegui a Malinovskyi. Gente di alto spessore tecnico. In serie A puoi avere anche una buona organizzazione di gioco, ma se poi ti manca il giocatore di qualità che trova lo spunto decisivo in area o che detta l’ultimo passaggio tra le linee vai incontro a grosse difficoltà.”

Gian Piero, parlando di paragoni viene spontaneo - in riva al Poetto - rimpiangere gli anni Novanta. Anche lei, che a quei tempi ha allenato il Cagliari, può testimoniare che allora per le squadre più blasonate era difficile venire in Sardegna a fare punti. Spesso Milan, Inter e Juventus inciampavano al Sant’Elia, o strappavano a stento un pareggio. Oggi la sensazione è che i top team sbarchino nell’Isola per fare una sorta di passeggiata di salute, centrando regolarmente i tre punti col minimo sforzo. Il calcio, rispetto a venticinque-trenta anni fa, è cambiato così radicalmente?

“Direi che un po’ è cambiato il calcio e un po’ sono cambiati i parametri e i valori economici. Quando una squadra come l’Inter lascia in panchina Cuadrado, Frattesi, Arnautovic, Sanchez e Pavard capisci quanta sperequazione di valori in campo via sia tra ieri e oggi. In più all’epoca c’era anche un’altra mentalità: noi da neopromossa avevamo tanti esordienti. Penso ad esempio a Kallon, che non aveva mai giocato in serie A. Però entravamo in campo con la convinzione di potercela giocare contro chiunque, con la voglia irrefrenabile di ritagliarci un ruolo da protagonisti in un torneo terribilmente competitivo e stimolante. E a volte facevamo l’impresa. Qual è era il nostro segreto? C’era senz’altro una buona organizzazione di base, ma soprattutto non avevamo rinnegato la filosofia della fatica, del sudore e della lotta che ci aveva contraddistinto l’anno prima in serie B.

C’era uno spirito straordinario nel nostro gruppo, che ci unisce tutt’oggi. Ancora adesso quando io e Muzzi, o io e Vasari ci incontriamo ci emozioniamo a vicenda… Certo il calcio di oggi è diverso in tanti aspetti. Basta semplicemente vedere quello che sta succedendo in questi giorni. Che sia migliorato o peggiorato non sta a me dirlo: ognuno ha un proprio personale parere. Quello che mi auguro di cuore, ben sapendo quanto Giulini tenga al Cagliari, è che i rossoblù si scrollino di dosso gli impacci dell’avvio di stagione e riprendano a marciare. Due punti sono davvero pochi, ma il trittico di partite che verranno darà un’impronta e un indirizzo ben preciso al campionato dei sardi.”