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Schaaf, una vita al Werder. Ovvero perdere Ozil e non risentirneTUTTOmercatoWEB
© foto di Marco Conterio
mercoledì 18 agosto 2010, 23:15Personaggio del giorno
di Simone Fornoni
per Tuttochampions.it

Schaaf, una vita al Werder. Ovvero perdere Ozil e non risentirne

Rullo compressore senza abbondanza di piedi buoni, l'undici di Brema si affida al carattere e alla sagacia tattica del suo allenatore. Prima vittima a cadere nella rete, la sprovveduta Samp di Di Carlo

Orfano del talento di Ozil, ma padre di un undici regolare e implacabile come uno schiacciasassi. Thomas Schaaf, croupier di un Werder Brema costretto a fare cassa con la sua punta di diamante – ceduta ai galacticos ricchi e già più ingioiellati di P.E. Barracus -, cala un tris senz’assi sul tappeto verde e arrota la derelitta Samp all’esordio della campagna in Champions League. 3-1, con l’unico rammarico finale della matta azzeccata dal “Pazzo” Pazzini, che se non altro eviterà di trasformare in semplice e tediosa incombenza il ritorno a Marassi. L’immagine più significativa della serata? Il curriculum non esaltante del rompighiaccio dell’incontro, un rude terzinaccio – seppur Nazionale tedesco – di nome Fritz.

Privatosi – per scelta tecnica – di un ulteriore uomo di fantasia come il tedesco-bosniaco Marko Marin, in campo solo nel garbage time, l’ex randellatore difensivo dei bei tempi che furono ha modellato la formazione della Bassa Sassonia a sua immagine e somiglianza. A onor del vero, non un solo componente il puzzle dei titolari risulta fuori dal giro della propria rappresentativa di bandiera, ma tant’è: tra esperienza (Frings, autore del penalty del 2-0 e discreto metronomo), centimetri (lo statico Mertesacker, la spola umana Borowski e l’austriaco Prödl) e sostanza (il peruviano Pizarro, fuoriclasse solo nel rendimento), di piedi davvero fatati nello starting eleven di Schaaf ce ne sono davvero pochi. Forse il solo Hunt, anzi, abile ad affogare dalle corsie la difesa blucerchiata in una ciucca dietro l’altra di dribbling secchi.

Alla fine, con un tatticismo alla Muhammad Alì contro George Foreman, il Weserstadion agli occhi dei più anziani sarà apparso in veste di fantasma del palasport di Kinshasa. I doriani del nuovo profeta Di Carlo, sfogatisi ma nemmeno troppo nel primo tempo, sul più bello sono stati messi alle corde dalla danza cadenzata, regolarissima e in crescendo dei pifferai di Brema. Inserire un semisconosciuto Bargfrede dall’inizio, centrocampista di schiette doti difensive, è stato solo il primo dei lampi di genio dell’uomo in panchina. La storia del quarantanovenne di Mannheim, del resto, collima con la recente grandeur del team che allena dal 1999. Campione senza estremità articolari buone sullo scacchiere gessato (scudetti ’88 e ’93, Coppa delle Coppe ’92, Coppa di Germania ’94, Supercoppa tedesca ’88, ’91 e ’94), Sankt Thomas – una vita al Werder – ha dimostrato che come guida da sotto il plexiglass è di stralusso: Insalatiera ’04, due Coppe e una Supercoppa nazionali (’04, ’09 e ancora ’09), una Coppa di Lega (’06). Alla faccia del presunto strapotere del Bayern.
 

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