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L'Arsenal, Gheddafi, i Talent Show: parla Muntasser, primo libico in Premier

ESCLUSIVA TMW - L'Arsenal, Gheddafi, i Talent Show: parla Muntasser, primo libico in Premier
mercoledì 18 novembre 2020 10:19Che fine ha fatto?
di Gaetano Mocciaro

Che fine ha fatto Jehad Muntasser? Il primo libico a giocare nel calcio italiano e soprattutto primo arabo a giocare in una squara di Premier League, nientemeno che l'Arsenal. Oggi 42enne, vive a Dubai e ha diversificato i suoi interessi, sempre comunque restando legato al mondo del calcio. Ai microfoni di Tuttomercatoweb ci racconta la sua storia.

Jehad Muntasser, qual è stato il tuo percorso una volta appesi gli scarpini al chiodo?
"L'ultima volta che ero in Italia ero a Treviso nel 2007-08. Poi sono andato a giocare in Qatar, infine in Libia. Quando ho smesso ho avuto l'opportunità di lavorare a Dubai, all'Al Ahli. Facevo inizialmente l'assistente del direttore sportivo e uno dei primi calciatori che abbiamo portato è stato Fabio Cannavaro. Adesso ho aperto una società che collabora con alcuni procuratori in Argentina, tra cui Marcelo Simonian. Ci proviamo, non è facile perché questa regione ha limiti sugli stranieri. Negli Emirati Arabi puoi averne soltanto 4 e c'è tanta competizione nel mondo dei procuratori".

Cosa ti ha portato a far parte del calcio dall'altra parte della barricata?
"Dopo 7 anni in un club mi sono accorto di avere delle possibilità limitate. Così mi sono messo a fare altro, occupandomi di varie attività. Ad esempio ho creato un format televisivo che è andato in onda nei paesi arabi per 3 anni, una sorta di X-Factor per il calcio. Abbiamo avuto dei giudici d'eccezione come Diego Armando Maradona, Ronaldo il Fenomeno, Alessandro Del Piero. La trasmissione si chiama "The victorious". Inoltre ho aperto una società di import-export con la Libia, che è il mio paese d'origine: prodotti alimentari".

Dubai è ormai la tua base
"Avendo tre figli ho ritenuto che Dubai fosse un paese sicuro dove vivere. E non è facile in questa regione".

Sei il primo libico a calcare i campi di calcio professionistici in Italia. Come sei finito nel nostro Paese?
"Per motivi di lavoro mio papà si era trasferito dalla Libia all'Italia. Sono cresciuto a Milano dall'età di11 anni. Giocavo a calcio e il grande Mino Favini mi ha scovato, portandomi all'Atalanta. Ho fatto tutto il settore giovanile, poi la Primavera con la Pro Sesto con Piero Ausilio direttore sportivo, una persona per bene".

Il calcio nordafricano è fra i migliori del continente: Marocco, Algeria, Tunisia ed Egitto sono tra le maggiori potenze. Eccezione alla regola la Libia: mai ad un Mondiale
"Abbiamo avuto diciamo un regime che non era molto in favore del calcio, sin dagli anni '70-'80. Pensa che in tv non si poteva nemmeno nominare dei giocatori. Il commentatore doveva limitarsi a chiamarli per numero di maglia. Non c'è stata mai la possibilità di sviluppare il calcio in Libia, non si vedono campi in erba. L'unico, a Tripoli che esiste tutt'ora è stato costruito dagli italiani".

Le cose sono almeno migliorate?
"Avevo iniziato a giocare nell'Arsenal e il figlio di Gheddafi mi chiamò perché incuriosito nel sapere un libico fare il calciatore professionista in Inghilterra. Ed essendosi lui appassionato al calcio mi ha chiesto di giocare la nazionale. Così c'è stata l'apertura al calcio, anche se per Gheddafi padre il calcio era una minaccia, lui non voleva nessuno ricco e famoso. Non ci doveva nemmeno essere il rischio che qualcuno potesse metterlo in ombra".

Come ci sei finito all'Arsenal?
"Ero alla Pro Sesto e in scadenza di contratto, l'Atalanta l'avevo già lasciata. Mi diedero l'opportunità di fare un provino tramite Liam Brady, incaricato di scovare talenti: andò bene e firmai. All'epoca con me c'era anche Nicolas Anelka".

Un libico in una grande squadra europea non suonava come una minaccia per la popolarità di Gheddafi?
"Beh un po' sì ma io non avevo intenzioni politiche. Era un periodo nuovo, giocavamo le qualificazioni ai mondiali, erano 70-80 mila tifosi allo stadio".

In Serie A ha esordito proprio Saadi Gheddafi. Che ricordo hai di lui?
"Era un appassionato di calcio e ha cercato di investire tanto nel calcio in quel periodo. Lui stesso ha voluto cercare di intrapendere una carriera calcistica che sappiamo come è andata a finire".

È vero che c'era l'obbligo di schierarlo in campo con la Nazionale?
"Diciamo che lui ha portato tanti allenatori bravi come Bilardo, Bersellini, Scoglio. All'inizio lui non giocava, non era interessato. Poi ha voluto giocare e alla fine era pur sempre lui a metterci i soldi...".

Progetti per il futuro?"
"Tornare in Libia e diventare presidente della Federazione.Ho avuto proposte per farlo ma ancora oggi non ci sono le condizioni, perché la Libia sta attraversando un periodo difficile. Solo quando la situazione sarà migliore potrò tornare e mettere a disposizione la mia esperienza".

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