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Allarme rosso: la Juve rigetta il Sarrismo. L’allenatore resta solo se vince la Champions. La tentazione Allegri e il grande amore Guardiola. Milan, Rangnick manager o mister? Ibra va via

Allarme rosso: la Juve rigetta il Sarrismo. L’allenatore resta solo se vince la Champions. La tentazione Allegri e il grande amore Guardiola. Milan, Rangnick manager o mister? Ibra va via
© foto di Federico De Luca
venerdì 19 giugno 2020 08:02Editoriale
di Enzo Bucchioni

Le facce distrutte di Cristiano Ronaldo e Paolo Dybala, seduti in panchina l’uno al fianco dell’altro mentre il Napoli alza la Coppa, sono le facce della Juventus, una squadra a pezzi. Quello che è successo va oltre una finale persa, quello che si è visto in campo nelle ultime due partite, zero gioco, zero gol, ma anche negli ultimi mesi prima del Coronavirus, compresa la sconfitta di Lione, raccontano di una vera e propria crisi più profonda e più difficile da superare, una crisi che assomiglia molto a un rigetto del Sarrismo. La sensazione è proprio questa e non a caso nelle stanze della Juventus è scattato l’allarme rosso con tanto di vertice e controvertice per capire il da farsi. Va bene perdere la Supercoppa Italiana con la Lazio, ci sta di uscire sconfitti ai rigori dalla finale di coppa Italia anche se fa male, ma giocando così il rischio del fallimento di un’intera stagione diventa drammaticamente concreto. Se il problema è soltanto fisico come ha detto Sarri a fine partita, se manca la brillantezza, è ovvio che questa squadra crescerà, ma è dall’inizio della stagione che stiamo a descrivere la fatica di un gruppo che forse inconsciamente rifiuta di cambiare pelle, di passare da una squadra (quella di Allegri) che metteva al centro i giocatori e pensava a vincere più che a convincere gli esteti, a un’altra che vorrebbe privilegiare il gioco per arrivare alla vittoria attraverso la spettacolarità. Passaggio molto ardito.

“Non è facile abituarsi al gioco di Sarri”, ha detto di recente Chiellini, uno che pesa e che manca tremendamente. S’è visto che non è facile e quando le cose sono troppo difficili a volte non solo non riescono, spesso non vale la pena neppure di sprecare troppe energie per provarci. Non ci si crede e basta.

Dopo quelle di Chiellini mi tornano alla mente anche parole molto simili (ma anche più dure) di alcuni giocatori del Chelsea e forse allora ci sarebbe da interrogarsi anche se Sarri e il Sarrismo siano le ricette giuste per squadre top, per giocatori già affermati, pieni di soldi e di trofei. Non sono certamente un anti-Sarri, andavo a Empoli quando era ancora in serie B soltanto per vedere il suo lavoro, tutti abbiamo ammirato il Napoli, ma certi innesti in certe squadre possono diventare pericolosi. Un conto è se certe cose le dice e le impone uno come Guardiola che è stato un grande giocatore e da allenatore ha vinto tutto, è il numero Uno, un altro è se le dice Sarri che si porta dietro soltanto una straordinaria storia personale di passione e di lavoro, zero vittorie e forse neppure troppa fortuna.

Mi viene perfino da pensare che lo stesso Sarri ne sia conscio e consapevole, se ne sia accorto, se l’altro giorno in conferenza stampa ha ritenuto opportuno sottolineare le sue otto vittorie in carriera in categorie minori. Valgono anche quello, ovvio, logico, sportivamente parlando, ma non agli occhi di certi giocatori. Forse è questo il problema sottolineato anche ieri dalla sorella di Cristiano Ronaldo che per difendere il fratello ha accusato il non-gioco della squadra. Ma Sarri non era stato preso per far giocare bene la Juventus?

E allora torniamo al possibile-probabile fallimento di questo innesto. Agnelli ha fatto benissimo in questi anni, è il giovane dirigente calcistico più brillante che abbiamo, ma pensare di trasformare il Dna della Juventus fino a oggi sembra una fusione fredda che non ha funzionato.

Ma niente nasce mai per caso e allora dobbiamo ricordare perché c’è Sarri sulla panchina della Juve. Tutto deriva dalla grande voglia di Champions. Agnelli in dieci anni ha vinto tutto, ma non quella coppa lì. E allora, visto dalla sua angolazione, diventa legittimo cercare di capire cosa fare e logico provare a farlo. In Europa forse funziona un calcio diverso, le squadre giocano con meno tatticismi, è evidente che siano favorite le squadre in grado di imporre il proprio gioco, il calcio di Allegri ha funzionato fino a un certo punto, gli schiaffi presi nelle due finali giocate hanno fatto riflettere. Ecco così la Grande Idea di prendere il Numero Uno, appunto Guardiola. Il corteggiamento c’è stato, a un certo punto la Juve era davvero convinta di riuscire a portare a Torino l’allenatore del City, forse c’è stato anche qualcosa di più, ma alla fine è saltato tutto. E allora? Ormai l’idea di cambiare gioco era passata e così pare che sia stato proprio Guardiola a consigliare di prendere Sarri. Comunque, Guardiola o non Guardiola, la virata sull’allenatore toscano che il Chelsea aveva già deciso di non confermare, c’è stata. Quello che è successo è sotto gli occhi di tutti e ancora chiaro nella mente.

Sarri ha fatto buone cose, certo. In testa alla classifica c’è, ma niente di più. Ci siamo detti più volte che c’era bisogno di tempo per vedere il calcio del Profeta, per applicare il Sarrismo, ma il tempo, se possibile, ha peggiorato la situazione complice anche un organico forte, ma non omogeneo. Il gioco, quello nuovo, quello vero, s’è visto raramente. La sensazione che per Sarri fosse tutto in salita, dai rapporti con l’ambiente a quello (probabile) con i leader dello spogliatoio (ricordate la sostituzione di Ronaldo?), è diventata palpabile e clamorosamente evidente dopo queste due partite di coppa Italia. La scarsa condizione atletica dopo tre mesi di stop lamentata da Sarri dopo il ko in Coppa c’era anche per il Milan in dieci e c’era per il Napoli, il fatto grave non è questo, ma la sensazione di una squadra che non è dominante perché non crede in quello che fa.

E adesso? Agnelli e i dirigenti stanno parlando con i giocatori dopo aver sentito le spiegazioni di Sarri. Si aspettano una reazione immediata, anche dal punto di vista caratteriale. Il chiarimento finale ci dovrà essere fra l’allenatore e la squadra, servirà un compromesso e qualche passo indietro di tutti per ritrovare una sintesi fra l’idea di vittoria e l’idea di Sarri. Percorso non facile adesso che si gioca ogni tre giorni, che c’è tutto in ballo. La tentazione di richiamare Allegri deve essere forte e forse normale, sono sicuro che dentro lo spogliatoio qualcuno avrà pensato di suggerirlo, però non parlatene a Nedved e non parlatene in assoluto, la Juve è la Juve. Una mossa del genere la potrebbero fare presidenti di altro genere di altre società, gli Anconetani, i Gaucci, gli Zamparini della situazione. La Juve no. Lo puoi pensare, ma non lo puoi fare. C’è l’immagine da difendere, c’è l’idea del cambiamento che non può essere sconfessata così brutalmente. A meno che la situazioni non precipiti anche in campionato, ma sarebbe fantacalcio.

Certo è che adesso Sarri potrà fare i conti con il suo futuro bianconero soltanto vincendo la Champions. Non so se ce la farà a conquistare lo scudetto, la concorrenza è forte, la Lazio è a un punto, l’Inter non ha mollato, ma anche uno scudetto aggiunto agli otto già vinti sposterebbe di poco.

Sarri con il suo gioco ritenuto Europeo è stato preso per la Champions e la Champions dovrà provare a portare. Fra l’altro con le francesi ferme e le tedesche che chiudono oggi il campionato, in agosto magari la Juve potrà avere più chances. Forse. Di sicuro quella è l’unica strada possibile per evitare il fallimento di una Grande Idea di cambiamento che alla Juve potrebbe diventare pura utopia. Già una volta, prendendo Maifredi, i dirigenti bianconeri si fecero tentare da quel calcio che si chiamava Champagne. Fu impossibile allora portare il Bologna a Torino come sembra impossibile oggi portare qualcosa dei tre anni di quel meraviglioso sarrismo napoletano. La Juve è concretezza, praticità, cinismo, carattere, senso di appartenenza, deve cercare un buon gioco, una buona organizzazione partendo da queste basi sulle quali è stata costruita la storia. Non sarà facile riprendersi, già lunedì a Bologna sarà una gara molto complicata con Mihajlovic, grande amico di Sarri, che conosce bene virtù e difetti di un gioco che piace, incanta, fa scuola, ma che sulla Juve non fa presa.

Farà presa sul Milan mister Rangnick? Questa è un’altra bella domanda. Una scelta affascinante con molti punti in comune con l’idea juventina di prendere Sarri. Rangnick come Sarri è un uomo di calcio e di grande cultura calcistica, ha fatto bene a Salisburgo, a Lipsia e non solo. Il tema è un altro: funzionerà al Milan? I margini di rischio ci sono, la fusione fredda è dietro l’angolo e le cose vanno pianificate meglio rispetto al passato. Comunque l’accordo c’è e fossi consigliere del tedesco gli direi di dare retta zero ai consigli di Gazidis. Spero che Rangnick abbia ottenuto pieni poteri sulla parte tecnica, da direttore o da allenatore poco importa. Quello che conta è che il dirigente che più ha fatto danni nell’era Elliott si occupi soltanto di conti e la campagna acquisti venga pilotata dal tedesco. Andrà anche in panchina? Questo è un interrogativo ancora da risolvere. Ora si parla di Marco Rose, giovane tecnico del Borussia M’gladbach, passato anche per Salisburgo, sul quale Rangnick ha grande fiducia. Fiducia non riposta, invece, sul futuro di Ibra. Un personaggio così ingombrante e carismatico nello spogliatoio non può certamente agevolare il lavoro di chi viene da fuori e inizia un progetto nuovo, anche per questo mi sento di dire con luglio finirà la storia di Ibra rossonero. Inevitabile.

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