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Abete: “Metodo sbagliato, incomprensibile. Il calcio non è solo fondi”. Retroscena su MaraniTUTTOmercatoWEB
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Oggi alle 14:34Serie A
di Ivan Cardia

Abete: “Metodo sbagliato, incomprensibile. Il calcio non è solo fondi”. Retroscena su Marani

“Quando nel 2014 mi dimisi, dopo che l’Italia aveva perso con l’Uruguay ai Mondiali brasiliani, un dirigente federale mi mandò un messaggio per dirmi che il freddo poi sarebbe andato via, citando Vasco Rossi”. Giancarlo Abete, ultimo presidente della FIGC con la Nazionale ai Mondiali, e oggi candidato sfavorito rispetto a Giovanni Malagò, ha parlato all’assemblea elettiva della Federcalcio: “Con Malagò c’è una dimensione di amicizia, nel senso più bello del termine, con storie diverse e passioni uguali. Voglio ricordare anche suo padre Vincenzo, a cui ero veramente affezionato. Quando Gravina mi disse che si voleva dimettere, gli dissi di aspettare, di fare un consiglio federale. Mi rispose che non serviva, perché aveva già deciso. Le critiche successive sono state gratuite. Ora dobbiamo capire come valorizzare il talento, ma dobbiamo ricordare che la Federazione è entrata in crisi per i risultati della Nazionale maggiore. Questo ci deve far riflettere su qualsiasi cosa, quando parliamo di talento e di formatori. Dobbiamo crescere: è stato sbagliato il percorso che ha portato a questa elezione. È stato un percorso incomprensibile, in cui i nomi, anche di qualità come quello di Giovanni, servono a non parlare dei problemi. Sarebbe stato molto più serio andare a un tavolo e capire perché, con il 98,7% dei voti, non si fosse riusciti a costruire un progetto vincente, che desse una prospettiva. A quel punto, chi è che avrebbe potuto dire nulla a uno come Malagò? È stato sbagliato il metodo, e di fronte a questo fatto io ho dato la mia disponibilità a candidarmi, con sacrificio personale, perché ho fatto per anni il presidente, perché ho più di 75 anni e perché sono nel mondo che più riconosco, quello dei Dilettanti. È il mio mondo, come lo è la Serie C, in cui sono cresciuto. È stato sbagliato il metodo. Se fosse stato un metodo corretto, e non si fosse fatta un’operazione collegata alla qualità della persona, senza parlare dei problemi, probabilmente non ci sarebbe stata una competizione elettorale. Però alla fine siamo qui e il confronto è stato comunque utile: tante volte mi è stato chiesto perché non mi ritirassi, avendo meno voti degli altri. Io ho sempre detto che, prima di contare sul consenso degli altri, bisogna essere coerenti con sé stessi, con la propria coscienza. Quando si è sereni, si è già vinto. In Italia c’è chi è partito da una posizione minoritaria e oggi è presidente del Consiglio: la democrazia è fatta di questo, di dare voce a quello che si pensa. Nel tempo è cambiato il rapporto tra la politica e il calcio. Non è questione di persone, è cambiato perché il CONI, che Malagò ha trovato quando è stato eletto, è diverso da quello di oggi. Bisogna essere onesti, capire come va la storia. Il CONI controllava CONI Servizi, oggi ha un budget inferiore e non ha più la gestione delle federazioni, che vanno da Sport e Salute per avere le risorse. La dimensione del rapporto tra politica e sport è cambiata: se tu, Giovanni, sei figlio del calcio, io lo sono ancora di più. È cambiato anche il rapporto tra CONI e FIGC: quando io ho lasciato, ho lasciato una Federazione che aveva 60 milioni di contributi e veniva riconosciuto il valore di quello che il calcio fruttava allo Stato. Ora abbiamo 35 milioni, e nel frattempo le risorse sono aumentate. Io ho fatto politica e, lo dico, sono stato orgogliosamente parlamentare della Democrazia Cristiana, però mi hanno sempre insegnato a dire grazie a tutti e non essere costretto a dirlo a nessuno. Noi oggi abbiamo un problema con la politica, e mi auguro che si possa risolvere: noi avremo necessità, sui giovani, sui vivai, sul decreto Dignità, di parlare con la politica. E purtroppo la nostra reputazione non è alta: non parlo dei singoli, ma di quella del calcio nei confronti degli altri sport. Dobbiamo aumentare e qualificare la nostra reputazione, capire come comunicare diversamente i valori del calcio. Qui parlo anche da orgoglioso presidente della Lega Nazionale Dilettanti: dobbiamo ricordare che il calcio non è un’industria, ma un grande fenomeno sociale che determina effetti economici importanti. Un milione e mezzo di tesserati, di cui oltre un milione nel dilettantismo. Il calcio si ritrova nell’articolo 33 della Costituzione, che non parla delle grandi società di capitali e dei fondi di investimento. Non parla delle proprietà che stiamo cedendo all’estero. Ma cosa può interessare a un fondo di investimento, i risultati della Nazionale? La valorizzazione dei giovani? Tra le prime società italiane, che fatturano più di un miliardo, non c’è una squadra di calcio. L’industria è un’altra cosa. Tante volte in assemblea ho ricordato che un grande gruppo come Luxottica fattura come tutto il calcio europeo. Il calcio è una cosa diversa, che merita rispetto. Ma è anzitutto una grande dimensione sociale, e questa viene data anche dal calcio dilettantistico. Dobbiamo cercare non di fare degli accordicchi, ma di capire cosa è successo negli anni. La politica ha dato uno schiaffo allo sport in termini di centralità. Con tutto il rispetto per il CONI e il rammarico di chi ne ha fatto parte, la sua centralità non c’è più. Oggi il centro è Sport e Salute, e quando si vincono delle medaglie è giusto appendersele al collo, ma le medaglie le vincono le Federazioni e i loro presidenti, che pagano quando non si vince. I diritti nazionali stanno scendendo, noi di LND lo sappiamo benissimo: siamo scesi da 13,4 milioni a 10,8 milioni di euro. Abbiamo perso diritti TV, in maniera significativa, mentre quelli internazionali stanno crescendo. Il calcio sta cambiando, verso una dimensione in cui i diritti TV nazionali vengono drenati dalle competizioni internazionali. Nel 2025 l’Inter, tra la finale di Champions League e il Mondiale per Club, ha incassato 164 milioni di euro tra UEFA e FIFA, e 80 dalla Serie A che ha vinto. Noi in Eccellenza e in Promozione abbiamo avuto degli scioperi dei calciatori, in relazione al fatto che abbiamo messo l’obbligo di tre giovani. Ma signori, ma di che stiamo parlando? Se nemmeno tra i dilettanti possiamo mettere l’obbligo di giovani… Mi rivolgo a Marani: mi dispiace, caro Matteo, che tu abbia rifiutato. Avremmo dato volentieri un appoggio alla tua candidatura, perché anche oggi hai fatto un discorso da grande dirigente, hai fatto male a rinunciare a questa competizione, sarebbe stato un bellissimo confronto con Giovanni. Caro Simonelli: Ezio, sei un grande dirigente e un amico, ti contesto solo che ti sei dimenticato del dilettantismo. Mi fermo qui, perché non si può andare oltre. Con l’augurio di ritrovarci, quali che siano i ruoli, a combattere per risolvere i problemi”.