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tmw / juventus / Editoriale
Spalletti ha parlato. Yıldız ha recepitoTUTTO mercato WEB
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

Spalletti ha parlato. Yıldız ha recepito

Vi sono momenti, nella Vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare diventa un obbligo. Un dovere civile, una sfida morale, un imperativo categorico al quale non ci si può sottrarre. (Oriana Fallaci)

Nel vento gelido di Bodo, cittadina situata su una penisola che si protende verso il Mar di Norvegia, la Juventus ha vinto non senza sofferenza. Di certo non può essere considerata una svolta epocale. Vincere contro i modestissimi norvegesi sul filo di lana. Già, i bianconeri al cardiopalma come i vecchi podisti. Grazie alla sua duttilità il filo segue e regge il corso della vita di ogni uomo ‒ ma anche l’andamento di una competizione ‒ fino al momento finale. Ed è proprio al contesto delle gare podistiche che si lega la competenza dell’uso, ormai perduta, dell’espressione sul filo di lana. Almeno fino all’avvento delle moderne apparecchiature fotografiche, impiegate dai giudici di gara per stabilire con maggiore precisione l’ordine di arrivo, il filo era posto tra due paletti sulla linea del traguardo e veniva tagliato dal corpo del vincitore. Fu introdotto nei primi anni del XX secolo come strumento di ausilio per il giudice di arrivo e per il cronometrista. Molto presto entrò nella lingua di tutti i giorni per indicare una vittoria ottenuta all’ultimo istante, dopo una lotta serrata. Ecco, qui nel campetto di Bodo, la lotta per la vittoria da parte della Juventus è cominciata nel momento in cui è entrato dopo l’intervallo Yıldız, probabilmente corroborato da un bel discorsetto di Spalletti, che a differenza di molti altri è uno che parla ai suoi calciatori. Una vittoria speranzosa, sperando non sia stata soltanto una fredda illusione.

La sfida contro il Cagliari di ieri sera pare abbia allontanato le semplici e pericolose illusioni, almeno regalando i tre punti, grazie all’unico bianconero che lontanamente si avvicina alla figura di un vero e proprio campione, il numero dieci Yıldız, ancora lui a illuminare con due gol reggi-classifica, ma la Juve è ancora anni luce dal blasone della sua maglietta.

«Tacer non posso», cantava Petrarca. Nel suo volgare elogiava una donna assente. Tacere è un arte, scriveva l’abate Dinouart, tanto quanto parlare. Il silenzio è di massima importanza per la persona di lettere e per chi si occupa del governo, tanto quanto l’eloquenza. L’arte di tacere è pratica interna della cura del sé, quando diventa invece imperativo comandato, comincia il dominio dell’autorità pavida. Molti hanno taciuto in questi anni di mancate vittorie della Vecchia Signora. Molti che dovevano parlare per fare. Tacere è dominare la propria lingua, impedire ai soprusi della prolissità di avere il sopravvento sul discorso, fermare l’argomento esteso in una immobilità placida, pacifica. Il silenzio è preghiera per la dea muta, per la silente Tacita, riverita e ammirata da Numa Pompilio per rispettare e onorare il precetto pitagorico di conservare il silenzio, come scriveva Plutarco. L’abate Dinouart indica come nel discorso il parlante fuoriesca da sé e rischi di perdersi, quindi il tacere diventa un rientrare nel governo del sé stesso, il silenzio appartiene a nessun altro se non a sé. Il tacere e il silenzio, il fare mancare l’espressione e il pensare in disparte mostrano una padronanza di sé. Per l’abate francese il tacere era un mezzo della prudenza. Ma questo strumento deve essere corretto, per non essere eccesso di silenzio, per non sfinire nell’omertà. Quello adoperato negli ultimi anni non apparteneva all’arte dell’abate, anzi molto controproducente per i “governati”, ovvero i calciatori e i tifosi.

A volte, quasi quasi, bisogna dare il benvenuto alla parresìa, che risveglia l’individuo dal torpore del silenzio imposto. Nel calcio spesso il silenzio non paga, e Spalletti lo sa, sia nello spogliatoio, sia quando risponde in maniera quasi da cabarettista del nonsense ad un giornalista norvegese nel post partita. Certo non rimarrà nella storia come quello di Martin Luther King del 1963, sulla lotta per i diritti civili, con un forte messaggio di uguaglianza razziale. I have a dream, lui aveva un sogno, importante per l'umanità. Noi, soltanto di rivedere la Juventus, quella che la sua storia ci ha regalato.

Roberto De Frede