La Signora senza trucchi ricomincia dalla Ciociaria
Il pallone, quel piccolo globo un tempo di cuoio che gira senza bussola ma sa sempre dove deve andare, non capisce nulla di bilanci, di plusvalenze o di sentenze scritte sui fogli bollati dalle cancellerie di città senza mare; conosce solo il profumo dell'erba tagliata all’alba e il rumore sordo d'un fischio che spacca l'aria di fine agosto. Alla Continassa, dove la nebbia invernale nasconde i fantasmi dei trionfi e il sole estivo scotta come una promessa non mantenuta, ci sono volti che non conoscono ancora le pieghe di questa maglia. Nomi nuovi nelle stanze dove un tempo si decideva il destino del calcio italiano con un cenno del capo o un soffio di fumo. La società ha cambiato abito, ha pettinato i capelli bianchi della sua storia e ha deciso di fare i conti con la realtà, senza però dimenticare che l'aristocrazia non si vende: si eredita o si difende sui prati.
La Juventus è come certe donne di classe che non hanno bisogno di truccarsi troppo per far girare la testa ai passanti; le basta camminare a testa alta, con quell'aria un po' altera di chi sa che la storia ha già firmato un contratto a tempo indeterminato con il suo nome. La Storia però, se la lasci nel frigorifero, diventa un blocco di ghiaccio inutile. La storia va scaldata ogni domenica.
La rosa si è rinnovata, pulita dalle scorie di un recente passato pieno di ruggini e sospiri. È una squadra che sembra più fresca, più affamata, forse persino più umana, ed è proprio questo dettaglio a far tremare i polsi ai suoi vecchi detrattori. Perché una Juventus ferita è pericolosa, ma una Juventus che ritrova l'anima del proletariato pur vestendo la seta della reggia è un uragano silenzioso. Mancano ancora pezzi al mosaico, certo. Manca quel fuoco sacro nel mezzo, in quel territorio di nessuno che è il centrocampo, la zona nevralgica dove le partite non si vincono con la poesia, ma si scolpiscono con lo scalpello e la fatica. Lì, in mezzo al cerchio di gesso dove il tempo sembra fermarsi, serve qualcuno che sappia masticare i chiodi e restituire musica. Se davvero dovesse vestire di bianconero quel colosso che risponde al nome di Franck Kessié, allora il quadro troverebbe la sua ombra perfetta. L’ivoriano non gioca a calcio, occupa il territorio. È un contadino del campo che ara la terra con i polmoni e semina il panico tra i piedi degli avversari. Un suo eventuale arrivo non sarebbe soltanto un rinforzo tattico, ma una dichiarazione d'intenti scagliata in faccia alla Serie A: noi siamo la Juventus, e anche quando ristrutturiamo casa, continuiamo a pretendere il trono.
Perché per la Vecchia Signora l'ambizione non è un'opzione, non è una medaglia da spolverare ogni tanto quando ci sono gli ospiti d'onore. L'ambizione è l'ossigeno. È una condanna dolce e tremenda. Lo scriveva Mario Soldati, invaghito e tormentato da questo amore in bianco e nero: "La Juventus è un’idea, un modo di essere, una passione che ti prende da ragazzo e non ti lascia più, un vizio supremo." Un vizio che non ammette mezze misure. Chi indossa quella strisciata non può permettersi il lusso della transizione, non può nascondersi dietro la scusa dei progetti triennali o della gioventù dei suoi interpreti. Chi gioca a Torino ha il dovere della vittoria impressa sulla pelle come un marchio a fuoco.
E quest'anno, mentre la musica dorata e un po' snob della Champions League risuonerà nei grandi templi d'Europa senza la presenza della Signora, ci sarà da camminare lungo i sentieri più polverosi del continente. Bisognerà onorare la vecchia Coppa UEFA, oggi vestita da Europa League. Sarà pure una coppa di provincia per chi è abituato ai gran galà di Parigi e Madrid, ma la nobiltà si vede da come si spazza il marciapiede davanti alla propria porta. Quell'inno meno altisonante dovrà diventare la colonna sonora di una vendetta sportiva, un cammino da percorrere a denti stretti, stadio per stadio, fango per fango.
Ma prima dei viaggi d'Europa, prima delle notti fredde nei Balcani o sotto le piogge dell'Ovest, c'è il campionato che batte alla porta. E la porta si apre su un campo che non regala niente a nessuno. Si comincia contro il Frosinone, in terra di Ciociaria. Chi pensa che la prima giornata sia solo una passeggiata di fine estate tra un bicchiere di Cabernet di Atina e un pezzo di formaggio Marzolina non conosce la geografia del calcio italiano, né tantomeno la storia antica di questa terra baciata dal sole e dalla pietra. Frosinone non è una semplice gita fuori porta; Frosinone è una trappola dipinta di giallo e d'azzurro. Quando Annibale devastò la valle del Sacco durante la seconda guerra punica, trovò alle porte della città una comunità fieramente aggrappata alla propria terra, pronta a far sputare sangue agli invasori. Fu il poeta Silio Italico, nel suo Punica, a consacrarla con l'epiteto di Bellator Frusino, Frosinone la guerriera. La Juventus dovrà presentarsi con gli stivali infangati sotto l'abito da sera, pronta a una battaglia di nervi e polmoni. Speriamo solo, per la salute coronarica dei tifosi e la lucidità del mister, di incontrare un Frosinone un po' meno bellicoso di quello che oppose resistenza ai cartaginesi. Magari una squadra colta da un'improvvisa pennica post-prandiale o da un momentaneo attacco di nostalgia per la pace augustea. Dopotutto, la storia insegna, ma passare la domenica pomeriggio a schivare catapulte ciociare non è nei piani. L'augurio è che la Signora struccata ricordi come sbrogliare la matassa con eleganza spietata: pallone al centro, zero drammi e tre punti a casa. Che la caccia al trono dalla Ciociaria abbia inizio e la Juventus ha tutta l’aria di voler ritornare regina. Il fischio d'inizio è lì che aspetta. Il pallone è rotondo, la terra è arida e la storia, come sempre, non aspetta nessuno. Buona prima domenica di passione a tutti.
Roberto De Frede


