La malattia della Juventus
Nel calcio attuale c'è sempre meno epica e meno turbamento, e soprattutto meno drammaticità, mentre ciò che rende questo sport tanto idolatrato è il suo carattere di rappresentazione, con la sua intrasferibile storia a ogni partita e i suoi personaggi inequivocabili. Al giorno d'oggi quelle storie sono spesso intercambiabili e indistinguibili, e per questo di rado lasciano la cosa più importante, sia in un libro, in un film, in un'opera teatrale o in un brano musicale, cioè: eco, risonanza, memoria. Chi ricorda con nitidezza la semifinale della coppa nazionale di qualche giorno fa? Io no, naturalmente, e viceversa mi risulta incancellabile, a mo’ d’esempio, quando la Juventus, nei quarti di finale di Champions League del 2003, vinse 1-2 ai tempi supplementari contro il Barcellona al Camp Nou: indimenticabili il gol di Nedved e quello di Zalayeta su cross di Birindelli.
Inter-Juventus, una partita, quella di mercoledi sera a San Siro, che poteva esser vista anche a televisione spenta, tanto nessuno se ne sarebbe accorto. Uno strazio a guardare una squadra passata dal brillante glorioso bianconero al grigio statico e impalpabile, senz’anima. Inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa, afflitta da assenza di interessi, monotona, immobile, con un vuoto interiore cosmico, rallentata nel tempo tanto da non apparire, proprio come l’immagine che non c’è in un monitor spento. Una Juventus malata di accidia! Francesco Petrarca ne parla nella sua opera, Secretum, la descrive come «una funesta malattia dell'animo»: fingendo un discorso con Sant'Agostino, fa dire a questi «sei posseduto da una funesta malattia dell'animo, che i moderni hanno chiamato accidia, gli antichi aegritudo». Come è possibile che nello sport, nel calcio, una squadra possa soffrire di tale patologia? Un paradosso, un nonsense, un qualcosa al limite dell’assurdo, eppure sembra proprio così. Quale è la causa di tutto questo? Chi il colpevole? Almeno nel 9 d.C. Augusto, ci racconta Svetonio, potè sfogare la sua rabbia contro lo stolto Publio Quintilio Varo, generale romano, dopo la sconfitta di Teutoburgo e la distruzione totale di tre delle sue invincibili legioni, sbattendo, di tanto in tanto, la testa contro le porte e gridando: “Varo rendimi le mie legioni!”. Per la cronaca, Varo si tolse la vita.
Chi è il nostro “Varo”? A chi gridare di ridarci la nostra Juventus, quella che non contemplava nel suo vocabolario la parola “sconfitta”? Potremmo addebitare tutto questo alle scelte sbagliate della società (quella che fu) nell’estate scorsa, all’impalpabile colpo di mercato Paul Pogba, agli infortuni a raffica nel lazzaretto bianconero, alla scellerata figuraccia in Champions, alle dimissioni in blocco del consiglio d’amministrazione e all’addio della famiglia Agnelli dopo un secolo di storia, ad un campionato del mondo nel bel mezzo della stagione, ai processi acrobatici e alla decapitazione dei punti, ad un centrattacco dimezzato e non più rampante che di far gol non ne vuole proprio sapere, ai giovani fatti maturare troppo per forza maggiore, alla classifica virtuale che “resiste” ancor oggi in attesa di giudizio, ad un allenatore che da manna rischia seriamente di diventare minestrina riscaldata? Siamo sicuri che questo elenco rientra nella categoria “cause” e non “conseguenze” di qualcos’altro?
L’ultima speranza per curare almeno temporaneamente la malattia è vincere l’Europa League. Impresa che al momento appare ardua, contro un Siviglia che ha tutta la voglia di fare barba e capelli ai bianconeri. Quanto più ardua è l’impresa più alta, se si riesce nell’intento, è la probabilità che la medicina della vittoria faccia effetto e conquistandola si avrebbe anche la magra consolazione di mettere in difficoltà Ceferin per la composizione Champions dell’anno prossimo. Speriamo che la Juventus trasformi la sua accidia in ben altro. Che dietro una facciata d’indifferenza, nasconda un’astuzia vigile e pronta, direi sorniona, vestendosi di nebbia in attesa di rivelare la sua luce. Che in questo giorno, in cui per il terzo anno consecutivo non viene cucito il tricolore sulla maglia bianconera, la Juventus guarisca dalla sua malattia, ricucia nel suo animo la voglia di essere protagonista su tutti i campi del mondo e rinascano giuramenti, profumi e baci infiniti pregni di vittorie trionfanti.


