Il Derby della Mole un tempo poesia, oggi prosa vincente bianconera.
Il 13 gennaio 1907 un bambino, discolo e brillante, fuggito con la voglia di fantasticare, trovò riparo nell’antica libreria antiquaria Bourlot di piazza san Carlo a Torino. Il vecchio proprietario, seduto su una comoda poltroncina a fumare la sua lunga pipa churchwarden, ascoltava la radio che dava in quel momento il duetto Tutti i fior dalla Madama Butterfly di Puccini, cantato da Geraldine Farrar e Louise Homer, mentre leggeva un libro misterioso intitolato "La storia infinita". Il monello fu immediatamente attirato dal tomo, poiché aveva sempre desiderato leggere una storia senza fine e così, appena il libraio fu distratto da alcuni clienti, rubò il libro e fuggì a perdifiato fino alla soffitta della sua casetta di via Parini, di fronte proprio al liceo classico Massimo D’Azeglio. Qui iniziò a leggere la storia infinita, era quella del Derby tra i bianconeri della Juventus e i granata del Torino.
Una favola senza tempo che ci riporta addirittura agli albori del mito, alla biblica vicenda familiare di Caino e Abele, o a Polinice ed Eteocle protagonisti della storia di Tebe, o ancora ai gemelli Preto e Acrisio raccontati da Ovidio nelle Metamorfosi e protagonisti di feroci battaglie per il diritto a succedere come re della città di Argo. È la sempiterna lotta tra bene e male, difficili se non impossibili da identificare con certezza e oggettività, ma ben chiari negli occhi e nel cuore di ogni tifoso convinto fino in fondo della giustezza della propria fede contro i cugini-fratellastri rivali concittadini.
Non sarà mai una partita normale. Il derby da sempre è lo scontro tra scuole di pensiero, culture, stati d’animo diversi. La città ogni volta si divide e con essa i milioni di fedeli nel mondo, come se fosse una gran cerimonia religiosa pregna di paganesimo. Certo, oggi non più come prima. Immagino con nostalgia, nella tribuna stampa del vecchio Comunale, i maestri Arpino, Soldati, Brera, Caminiti e Bernardi pronti, con i loro sguardi attenti e schivi, l’entusiasmo, la cultura e l’anima appassionata, a fotografare con la stilografica epici duelli che sarebbero rimasti immortali nell’immaginario di tutti gli sportivi e a battezzare titoli incastonati nella storia del giornalismo. La Juventus è universale, il Torino è un dialetto, scrisse l’elegante Camin; La Madama è “esperanto” anche calcistico, il Toro è gergo, sentenziò l’autore del romanzo Azzurro Tenebra. E poi in tribuna c’era lui, l’Avvocato: «È la partita che non vorrei giocare mai, - diceva -. Non c’è niente da guadagnare: se vinci hai fatto il tuo dovere, ma se perdi ti rompono le scatole fino alla sfida successiva».
Questa è la storia di un pallone che rotola, ma anche il riflesso sociale di una città, una storia antica di magie, di botte e di amicizia. C'era una volta il derby, verrebbe da dire, quello poetico. Una sfida che raccoglieva furori non soltanto calcistici, ma sociali, economici e culturali. Già, che giorni e che emozioni! Se Boniperti fu il re dei derby degli anni cinquanta e sessanta, Platini suggellò la superiorità bianconera negli anni ottanta con parabole inventate dai colori dell’arcobaleno. In mezzo, i ruvidi e elegiaci anni settanta, descritti nostalgicamente dall’aulica penna di Darwin Pastorin.
La Juventus dominava l'Italia, ma spesso cadeva davanti ai cugini, che facevano di quell'appuntamento una ragione di vita e d'orgoglio. Da una parte, lo stile di Bettega e Capello, l'eleganza di Zoff, l’unicità di Scirea, le acrobazie di Anastasi, il cipiglio inflessibile di Beppe Furino, il palleggiare brasiliano di Causio, le sciabolate cristalline di Cabrini, la durezza lavica di Cuccureddu, Gentile e Morini, l’universalità di Tardelli; dall'altra l'aggressività, l’acciaio e il fuoco di Pecci, Salvadori e Sala (il prosatore), il giaguaro Castellini a tutela della rete granata, capitan Claudio Sala (il poeta del gol), la classica mezzala Zaccarelli a metronomizzare e là davanti i gemelli goleador Graziani e Pulici. Il derby diventava, recuperando Jean-Paul Sartre, una metafora della vita. La Juve degli Agnelli, di una lingua socialmente francesizzata, di una antica nobiltà, di un certo Trapattoni che sarebbe diventato leggenda insieme ai suoi prodi, ma anche degli immigrati siciliani e calabresi che avrebbero dato tutto pur di vedere Pietruzzo e Beppe in azione. Il Toro di Orfeo Pianelli, presidente del settimo scudetto granata, a tutt'oggi rimasto l'unico del dopo-Superga vinto con due punti in più sui cugini; Il Toro degli impiegati piemontesi, di quelli che parlavano il dialetto duro e puro. La Juventus odiosamata e pluriscudettata e il Torino che portava nelle vene, e porterà per sempre, il mito di capitan Valentino Mazzola e degli altri eroi di Superga, e il rimpianto per la farfalla granata, Gigi Meroni. Due modi di essere, diceva il giornalista di San Paolo.
Due mondi che – siamo sinceri – forse non esistono più, perché mancano quegli uomini, in campo e fuori e scarseggiano anche quelle stilografiche. È rimasta solo la scorza, l’involucro, la scatola del derby, come di tante altre cose: chissà se gli uomini nuovi di oggi e dei tempi che verranno sapranno riempire quello scrigno magico di fantasia e poesia, come le letture del piccolo discolo d’inizio secolo, tanto da trasformare i calciatori in 22 «podemi» (come i fonemi) in campo, - Pasolini docet – affinché le loro combinazioni possano riformare «parole calcistiche», lemmi che diventano immagini, suoni, maglie colorate ed emozioni.
Il derby è già un gol, da non perdersi nella vita: un batticuore che non può non essere vissuto e quello di ieri pomeriggio era da vivere. Il calcio è un gran film, e il derby forse la pellicola più bella che ci sia, perché si gira sempre in tempo reale e in novanta minuti. E a dispetto della vita, contempla anche i secondi tempi e i minuti di recupero... (Cuadrado e Pirlo docent). Gatti e Milik non saranno stati di certo cantori di poesie come i loro nobili predecessori, ma hanno scritto una grande pagina di prosa, un elzeviro freddo, incisivo e pungente, come lo sono state le due stoccate inflitte al Torino. Il toro è stato matato ancora una volta dalla Juventus e la vetta della classifica è lì pronta per essere conquistata. Il guanto di sfida alle rivali milanesi è stato ufficialmente gettato!
Chissà forse quest’anno in campo di poesia non ce ne sarà molta, ma noi non potremo fare a meno di sfogliare quel libro di emozioni e fantasia che quel bambino, rubandolo al vecchio libraio, ha donato a tutti: la storia infinita del derby dolcemente intrisa di indelebile bianconero, e con essa il sogno di una Juventus sempre più vincente fino alla fine.
Roberto De Frede


