Menu Serie ASerie BSerie CCalciomercatoCalcio EsteroFormazioniCalendariScommessePronostici
Eventi LiveCalciomercato H24MobileNetworkRedazioneContatti
Canali Serie A atalantabolognacagliaricomofiorentinafrosinonegenoainterjuventuslazioleccemilanmonzanapoliparmaromasassuolotorinoudinesevenezia
Canali altre squadre ascoliavellinobaribeneventocasertanacesenahellas veronalatinalivornomonzapalermoperugiapescarapordenonepotenzaregginasampdoriasassuolo
Altri canali calciomercatoserie bserie cchampions leaguefantacalciopodcaststatistichemondialimondiale per club
tmw / juventus / Editoriale
La bella bruttezza della JuventusTUTTOmercatoWEB
domenica 12 novembre 2023, 21:20Editoriale
di Roberto De Frede
per Bianconeranews.it

La bella bruttezza della Juventus

Tutti gli uomini cercano l’utile; ma di nessuna cosa si fanno giudizi cosi disparati ed erronei come dell’utile. (Arturo Graf)

La Juventus con il suo gioco è prima in classifica, e non deve dar conto a nessuno se è “brutto”. La vittoria rende tutto bello, ha la forza mostruosa di trasformare un rinvio prosaico a spazzare la difesa, in un poetico dribbling di Garrincha!

Per lungo tempo il gioco del calcio fu praticato addirittura senza alcun riferimento formale e scritto riguardante la regolamentazione dello stesso. La federazione calcistica inglese insieme a quelle di Scozia, Galles e Irlanda fondò nel 1886 l’International Football Association Board per creare un insieme di regole comuni per il gioco del calcio. Da quel momento sino ai giorni nostri, con giuste successive modifiche e nuove maldestre invenzioni tecnologiche, il calcio è stato posto sotto l’egida di un regolamento che – ringraziando Iddio - nulla impone sulla sua interpretazione estetica.

Il calcio è visto come un’arte, una rappresentazione teatrale, un concerto, un palazzo barocco che si edifica nel corso dei novanta minuti e per tal motivo il “bello” dovrebbe essere un elemento imprescindibile; la partita di pallone, quella frenetica, emozionante e passionale parentesi della nostra vita, però non è solo spettacolo, bensì una competizione, una tenzone tra due compagini, il cui obiettivo finale è la vittoria. Allora è più importante essere pavoneggianti e belli o utili e vincenti? Lapalissiano sarebbe acquistare il biglietto in tribuna per vedere comodamente la propria squadra vincere a suon di gol danzando in campo come le ballerine del Bol'šoj di Mosca, ma se non vogliamo chiamarla utopia, assistere a cotanta abbondanza è una rarità: mi sovvengono il Real Madrid di Di Stefano, l’Ajax di Cruijff, il Milan del trio olandese, la Juventus delle tre finali di Champions consecutive.  

Chi dice che uno strenuo catenaccio fino all’ultimo sangue per difendere la propria porta sia da considerare un qualcosa di “brutto”? “Brutto” rispetto a cosa? «Primo: non prenderle. – parole di Enzo Bearzot - Secondo: è imperativo vincere. Terzo: non c'è un terzo punto, perché i primi due han già detto tutto». Quante squadre campioni del mondo nelle finali disputate hanno giocato il cosiddetto bel calcio? Poche, eppure hanno alzato la coppa più bella! Altre hanno ricamato un gioco esteticamente meraviglioso, come il Brasile del ’50, l’Ungheria del ’54, l’Olanda del ’74 e ’78 e sono tornate in patria con tanti appalusi (eccetto la Seleção che in patria c’era già e di battimani dopo il Maracanazo ben pochi…), ma con un bel pugno di mosche in mano. «Sono retrocessi giocando un gran calcio», oppure «hanno vinto lo scudetto giocando male»: quante volte lo avete ascoltato? Provate a chiedere chi si sente peggio, tra gli uni e gli altri. Non si accettano scommesse, perché non ho dubbi sulla risposta che mi verrebbe urlata.

Trapattoni, Lippi, Capello e Allegri, gente che di trionfi un pochino se ne intendono, con il loro fare schietto, con quella ricerca costante dell’equilibrio, machiavellicamente hanno sempre messo il fine (la vittoria) davanti al mezzo (il gioco), con buona pace di esteti da platea e loggionisti. La loro Juve può o poteva anche essere “brutta”, purché fosse vincente. Perché, come impone lo slogan della ditta bianconera, «vincere non è importante, è l’unica cosa che conta». La bellezza è necessaria per l’uomo, in quanto, qualora essa dovesse venir meno, egli non potrebbe più definirsi tale: così Schiller nella sua poesia Nänie descriveva magistralmente la morte della Bellezza, illuminando il tema dell’importanza del Bello, senza il quale persino gli dèi e le dee piangon. Credo però che i cosiddetti raffinati del calcio non siano schilleriani, ma spesso soltanto dei simpatici incontentabili quando riguarda la propria squadra brutta e vincente, antipatici invidiosi quando si tratta di quella avversaria.

Il dibattito tra “giochisti” e “risultatisti” imperversa in ogni angolo dei salotti calcistici televisivi e su tutte le riviste sportive. Non c’è un modo esatto di giocare a calcio, né un’interpretazione che sia migliore dell’altra. Il catenaccio, il Gegenpressing, il tiki-taka, sono frutti della stessa necessità espressiva che giocatori e allenatori vivono intensamente, e proprio per questo non esiste un’espressione che sia ideologicamente superiore ad un’altra. Al massimo la superiorità può essere tecnica, ma essa è legata al contesto e al momento storico in cui le idee vengono applicate, così Pasolini insegnava in una sua lezione, che resta viva a cinquant’anni di distanza, perché rappresenta quel sentimento d’amore primordiale che ognuno di noi ha provato quando, da bambino, si è trovato per la prima volta ad ammirare le invenzioni di coloro che sarebbero diventati per sempre i loro idoli. Il fuoco della prima volta è rimasto vivo in Pasolini fino alla sua morte, e in tutti noi dovrebbe avvenire lo stesso.

Da sempre, o meglio da quando gli antichi Greci cominciarono a definirne i concetti, il bello, il vero, il buono e l’utile sono visti come realtà separate ed autonome. Talvolta addirittura contrapposte. I Greci addirittura personalizzarono questi concetti, inventandosi delle divinità, ognuna delle quali era l’incarnazione quasi archetipa dell’uno o dell’altro. Per la cultura contemporanea poi essi sono diventati realtà ed esperienze non solo separate ed autonome l’una dall’altra, ma anche del tutto relative, perché strutturalmente e radicalmente soggettive. Ciò che è bello per me non è detto che lo sia per te e viceversa. E questo vale anche per il vero, il buono e l’utile. L’esperienza spesso ci dimostra che ciò che è bello è anche vero ed è anche buono ed è anche utile. E viceversa per ciascuno di questi concetti, che consideriamo, sia pure nelle forme e con le visioni più diverse, i nostri più importanti valori di riferimento.

Il fine giustifica i mezzi, sosteneva Machiavelli; e se il mezzo è legittimo, perché non usarlo? L’unica cosa inaccettabile, e intollerabile, è vincere barando, cioè violando i regolamenti. Tutto il resto, catenaccio o tiki-taka, è ammesso. E qui si torna all’interrogativo iniziale: che cosa significa giocare bene o male? Se si gioca bene quando si fanno cinque gol, perché allora si gioca male quando non si fa segnare l’avversario? E allora evviva il cortomusismo, quello che ai tempi del vecchio Trap era l’italianissima strategia del catenaccio e contropiede. A volte conta più spazzare la palla in tribuna che non tentare un tunnel o costruire infinite azioni, e fidatevi, alla fine quando il tabellino dirà uno a zero per la vostra squadra – quella della spazzata – voi esclamerete nonostante tutto: che bello!

Quale è dunque il calcio vero? Quello bello o quello brutto? Quando si gioca male o quando si gioca bene? Il vero calcio è quello spazio di tempo compreso tra il primo fischio dell’arbitro e il suo triplice finale: una parentesi di vita che emoziona e l’emozione, sollevamento dello spirito, non ha bisogno di aggettivi. La vittoria di ieri sera contro il Cagliari è un esempio di quanto i tre punti e la gioia del trionfo cancellano qualsiasi critica presunta estetica.

La bellezza salverà il mondo, diceva Dostoevskij, ma la bella bruttezza con tanto di catenaccio e palle catapultate dallo stopper fuori dallo stadio può far vincere uno scudetto!

Roberto De Frede

Altre notizie