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Vent’anni senza un sorriso Mondiale: il 2017 sembrava un’eccezione, è diventata la regolaTUTTO mercato WEB
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Oggi alle 10:52Serie A
di Ivan Cardia

Vent’anni senza un sorriso Mondiale: il 2017 sembrava un’eccezione, è diventata la regola

Dal 24 giugno 2014, in Italia, sono nate circa 5 milioni di persone. Compiranno dodici anni nel corso del 2026, quando arriverà il 2026 ne avranno sedici. Nessuna e nessuno di loro ha mai visto una Nazionale partecipare a un Mondiale: la data in apertura è quella di Italia-Uruguay, ultima partita della spedizione azzurra a Brasile 2014. Un’avventura fallimentare, mai quanto quello che ci aspettava in seguito. Vent’anni senza un sorriso Mondiale. Quello brasiliano, appunto, sembrava un tracollo: Cesare Prandelli rassegnò le dimissioni, queste sconosciute, subito dopo il fischio finale. Lo imitò Giancarlo Abete. Non potevamo immaginare cosa sarebbe successo in futuro, e che il successo sull’Inghilterra a Manaus nella prima gara del girone sarebbe rimasto per oltre un decennio l’unica vittoria a una Coppa del Mondo. Pareva quello il punto più basso di una Nazionale che già nel 2010 era andata malissimo: con Marcello Lippi in panchina, la rassegna iridata sudafricana era stata un disastro. Di fatto, l’ultima gioia azzurra nella competizione più ambita resta la finale del 2006. Sembrava un’eccezione, è diventata la regola. Vent’anni segnano un Paese. Uccidono il calcio. Ci si appassiona tifando la Nazionale, prima di tutto. Chi oggi ha vent’anni, e ne avrà ventiquattro nel 2030 - il prossimo traguardo mondiale per l’Italia -, non ha mai vissuto gioie e dolori delle estati azzurre: come può affezionarsi? Non lo fa, infatti: non esistono dati ufficiali, ma sondaggi e rilevazioni. Secondo quelle Nielsen, nel 2008 gli appassioni di calcio erano circa 28 milioni. Gli ultimi studi vanno da 21-22 a un massimo di 25, nel 2026. Nel migliore dei casi, la Nazionale ha perso tre milioni di tifosi. Del resto, non avere i Mondiali sembrava anomalo: nel 2017 non ci si poteva credere, oggi è la dolorosa normalità. Si va a dormire con gli occhi umidi di lacrime, ci si sveglia pensando “ancora una volta”, poi si torna alla vita quotidiana. E il calcio perde altra passione.