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Guardiola è davvero la soluzione per l'Italia? Le spese pazze della Premier e il populismo: quando noi strapagavamo Mendieta…TUTTOmercatoWEB
Oggi alle 00:00Editoriale
di Ivan Cardia

Guardiola è davvero la soluzione per l'Italia? Le spese pazze della Premier e il populismo: quando noi strapagavamo Mendieta…

Pep è il grande sogno per la Nazionale: forse non è il vero punto, ma intanto prendiamolo. Altrimenti Conte. A Londra spendono e fanno pure bene
Pep sì, Pep no. A più di un mese dall’elezione di Giovanni Malagò come nuovo presidente della Federcalcio, l’Italia non ha ancora un commissario tecnico. Il termometro della febbre che vive il nostro calcio lo danno le altre nazionali: la Germania ha impiegato 30 secondi a fiondarsi su Jurgen Klopp, la Spagna ha Zinedine Zidane, il Portogallo si è tuffato su Jorge Jesus e via dicendo. Noi abbiamo ignorato legittimamente il candidato naturale - che, con Carlo Ancelotti legato al Brasile, si chiama Antonio Conte: non prendiamoci in giro -, perché Malagò ha scelto un altro percorso. E forse ha fatto bene, altrimenti sarebbe stata davvero una presa in giro parlare di nuovo corso se non cambiano le modalità di funzionamento. Detto questo, nel titolo c’è una domanda e serve una risposta. All’Italia serve davvero Pep Guardiola? La tentazione è il classico benaltrismo: ma no, il vero punto sono i giocatori. Giustissimo. Ma no, Guardiola è un allenatore da campo: il ct lavora sì e no due mesi l’anno. Indiscutibile. Però, se vogliamo la rivoluzione, che rivoluzione sia: dopo aver preso Paolo Maldini, puntare su Guardiola sarebbe una dichiarazione di intenti. Il calcio italiano diventerebbe all’improvviso cool. E poi potremmo imparare da chi ha rivoluzionato il calcio. Magari arriverebbero anche i giovani. Magari i club, che hanno la principale responsabilità da questo punto di vista, si farebbero ispirare. Certo, prima o poi una risposta serve. Con tutto il rispetto per Guardiola, la Nazionale italiana resta più grande di lui. Non oggi, per carità. Ma, nella notte più profonda, l’azzurro resta uno dei colori più rilevanti nella storia del calcio. Soprattutto, serve capire da che parte si andrebbe a parare in caso contrario: Roberto Mancini è un ottimo selezionatore, ha vinto un Europeo e ha mancato il Mondiale più alla portata - se fosse uscito con il Portogallo nessuno avrebbe avuto da ridire - dei tre visti da spettatori. Però ha senso prendere un ct che la Serie A non vuole vedere nemmeno con il binocolo? Andrea Pirlo è l’altro nome. È una scommessa che avrebbe senso nel progetto Maldini-Leonardo, se solo non fossimo disperatamente in cerca di una speranza a cui appigliarci. Ecco, il “Maestro” da allenatore è partito male e non si è ancora rialzato. Non ci possiamo fare niente, è un dato di fatto. Venissimo da un brutto Mondiale, sarebbe più semplice provarci. Così, meno. Il punto: se non deve essere Guardiola, che sia almeno Conte. Nel frattempo, il mercato a fuoco lento. Almeno in Italia: la Premier League fa segnare record su record, compra giocatori come noi le zucchine al mercato del mercoledì. E siamo tutti lì a giudicare, invidiosi di chi ha un sacco di soldi da spendere e forse li spande male. Le spese saranno pazze, ma in questo c’è tanta ipocrisia. Quando noi eravamo i pazzi, eravamo ben contenti di esserlo. Nel 2001, per esempio, la Lazio sborsò 89 miliardi di lire per Gaizka Mendieta. Non ce ne voglia lo spagnolo, che al Valencia aveva pure fatto cose egregie e in biancoceleste fu un flop colossale. All’epoca, erano gli altri a prenderci per pazzi. Eravamo noi a drogare il mercato. Oggi siamo lì a discutere se in Premier siano deficienti a spendere 60 milioni di euro per un terzino nemmeno titolare e 140 per un centrocampista che non fa innamorare quando tocca il pallone. Se 50 milioni per un centravanti di troppo a Parigi siano troppi. Per carità, siamo liberissimi di non spenderli - anzi, se la Juve uscisse dal cortocircuito per cui Kolo Muani e Vlahovic sembrano gli unici nove sulla faccia del pianeta Terra non farebbe nemmeno male -, ma giudicare non ci porterà a tornare ricchi. Piuttosto, c’è da interrogarsi sul perché un tempo c'eravamo “noi”, e oggi ci sono “loro”, mentre guardiamo col viso appiccicato alla vetrina di una boutique che non possiamo permetterci e con l’ansia di non arrivare a fine mese.