Esclusiva. Nicola: "In attesa di un nuovo progetto tecnico"
Vigone – Una chiacchierata nata per commentare un articolo pubblicato giorni fa da Amaranta.it su un progetto sociale che lui stesso sta conducendo a Vigone, il paese del Torinese dove abita, si è trasformata, quasi senza volerlo, in un’intervista esclusiva a Davide Nicola, ex allenatore del Livorno, colui che portò la squadra in Serie A due anni fa. Con Nicola abbiamo affrontato molti argomenti, lasciando però sullo sfondo l’enorme tragedia che lo ha colpito nel luglio scorso, quando pochi giorni dopo che aveva lasciato la panchina amaranto ha perso il figlio primogenito Alessandro in un tragico incidente. Il dolore è un fatto essenzialmente privato e non va enfatizzato. Inoltre, parlandoci, abbiamo trovato un uomo attento, centrato su sé stesso, capace di guardare al futuro, quasi che il dolore lo abbia ulteriormente forgiato. Perché il dolore, è noto, se non ti deforma, ti forma. E questo può dirsi il suo caso.
Iniziamo dal presente. Senza tornare su vicende tragiche e dolorose, per quanto profondamente sentite da tutta la comunità sportiva livornese, che cosa stai facendo, esattamente, oggi?
“Come riportato di recente proprio da voi di Amaranta.it, mi sto dedicando a un progetto rivolto ai ragazzini della Vicus, la società che io e mia moglie Laura abbiamo fondato nel 2010. Il Comune di Vigone ci chiese di dar vita a un progetto sociale di stampo sportivo perché in paese non c’era nulla di quel genere. Abbiamo così fondato un club dove il settore giovanile non fa selezione e dove lo scopo è dare ai bambini la possibilità di divertirsi e crescere in modo sano. Vicus è il nome latino di Vigone”.
L’obiettivo di questa tua passione?
“L’obiettivo è quello di far diventare la nostra scuola calcio un’agenzia educativa e formativa. Io ho dato le linee guida per l’addestramento tecnico-tattico delle varie categorie. Noi cerchiamo di dare la possibilità di giocare a tutti, ma per i più bravi, fermo restando che a queste età non vi sono obblighi di cartellino e quant’altro, abbiamo dei contatti con diversi club, fra cui la Juventus e il Torino. In quattro anni siamo arrivati a centodieci ragazzi, dai Pulcini agli Allievi. Quando sarà il momento, faremo anche la Juniores. In futuro, poi, per chi non ci avrà ancora lasciato per altri lidi, valuteremo la possibilità di dare sbocco ai ragazzi della Juniores nella squadra del Vigone che attualmente milita in Prima categoria”.
Un progetto interessante e forse utile anche per te.
“Diciamo che un’iniziativa nata per il sociale è diventata anche la mia palestra di miglioramento”.
In che senso?
“Fin da subito mi sono reso conto che il rapporto con i ragazzini era ed è per me una palestra tecnica importante, sia quando torno a casa ad esempio l’estate, sia anche quando, come adesso, sto aspettando un nuovo progetto tecnico. Questa palestra mi permette di sperimentare delle micro-situazioni o dei metodi specifici od anche solo una comunicazione particolare per migliorare la proposta dei miei allenamenti. Se riesco a farmi capire da dei bambini, penso, posso farmi capire dagli adulti”.
Torneremo più avanti sul fatto che sei in attesa di un nuovo progetto tecnico. Adesso, se permetti, apro una parentesi sul Livorno. Come mai prendesti la decisione di dimetterti?
“Premesso che a Livorno mi sono trovato molto bene e che il Livorno è una squadra che mi è rimasta nel cuore, chiarito che la società ha le carte in regola per fare comunque bene e che la piazza sportiva è straordinaria, all’indomani della retrocessione in B ho pensato di poter personalmente rimanere nella massima categoria. Ecco perché, nonostante avessi ancora un anno di contratto, mi sono dimesso. L’obiettivo era restare in Serie A. Tuttavia, anche se fossi rimasto, dopo quanto mi è accaduto, mi sarei ugualmente dimesso. Era giusto, in quel momento, fermarsi e stare con la famiglia”.
Dunque non è vero che avevi avuto dei contatti con dei club di serie A o B...
“Dopo le dimissioni ho parlato con delle società che erano interessate a me, ma niente di concreto”.
Quindi, ad esempio, non corrisponde al vero l’interessamento dello Spezia?
“E’ vero che il mio nome, allora, fu accostato allo Spezia, ma anche in quel caso non c’è mai stato un contatto ufficiale. Io non ho mai parlato con la dirigenza dello Spezia. Quando decisi di lasciare il Livorno, ho agito in base ad altre valutazioni”.
Tu hai iniziato e concluso la scorsa stagione alla guida della squadra amaranto, fatta salva la parentesi di Mimmo Di Carlo, e hai vissuto i giorni amari della retrocessione. Cosa è mancato per salvarsi?
“Noi eravamo una squadra alla prima esperienza. Molti di noi erano al debutto in Serie A, sia fra i giocatori che nello staff tecnico. Probabilmente lo stesso gruppo, per due anni di fila nello stesso campionato, si sarebbe espresso in maniera diversa. Forse, lo scorso anno, non avevamo tutti i requisiti necessari per conquistare la salvezza. Però è mancata anche una presa di coscienza comune. Come dico sempre, ci vuole lealtà e chiarezza. Se si decide di affrontare un campionato con una rosa di giocatori che non sai se è all’altezza della salvezza, devi poi comportarti di conseguenza, cioè bisogna tutti vivere le cose in maniera diversa ed avere la consapevolezza che le cose che vengono sono tutte importanti, non deludenti, comprese le sconfitte, perché altrimenti va fatto a priori un altro discorso con budget e giocatori diversi”.
Il difficile lo si ha quando si devono scoprire i valori ed attorno si ha un contesto in cui non c’è questa consapevolezza. E’ questo il concetto?
“Esattamente, è così. Nel campionato poi finito con la promozione, in partenza, la società mi ha chiesto di centrare la salvezza prima dell’ultima giornata. Io però ho visto subito che la squadra aveva valori più importanti, valori che l’anno prima non erano stati espressi, dunque che si poteva fare qualcosa di buono. In un ambiente sereno, con i tifosi, società e la stampa che ci hanno fatto lavorare in pace, siamo stati abili a gestire le cose come dovevano essere gestite e ci siamo trovati fra le prime in classifica. L’anno scorso, forse, non siamo stati così abili a volgere in positivo le cose negative. In Serie A, per una squadra di seconda o terza fascia, perdere cinque partite consecutive, è la cosa più facile del mondo. Quello che fa la differenza è la reazione della società, dei tifosi, della stampa, anche se i tifosi, a dire il vero, hanno sempre mostrato equilibrio. Diciamo che non siamo stati bravi a gestire, tutti, le situazioni non positive. E se perdi la serenità, la compattezza, la speranza, alla fine paghi dazio”.
Quando sei tornato, a quattro giornate dalla fine, ormai la strada era segnata. Col senno del poi, lo rifaresti di tornare alla guida di una squadra quasi retrocessa?
“Ci sono diverse motivazioni, intrecciate fra loro, che mi hanno spinto a farlo. In primis avevo bisogno di fare quel tipo di esperienza. Io alleno da quattro anni e in quattro anni ho utilizzato tutti i modi, o moduli che dir si voglia, di stare in campo. Ho vinto campionati e sono subentrato. Ma non avevo mai allenato subentrando. Avevo dunque bisogno di fare quel tipo di esperienza. Secondo me, inoltre, i valori non possono mai essere limitati ai risultati che uno consegue, ma alle azioni che uno fa. Da quel punto di vista, dunque, sapevo che, per quanto difficile, era importante provarci. Se ho anche solo l’uno per cento di farcela, io ci provo. So che quel tipo di esperienza saprà darmi comunque qualcosa per il futuro. E poi non avevo voglia di veder concludere una stagione con una retrocessione senza condividere l’epilogo con dei ragazzi ed un ambiente che mi hanno dato tutto, cercando magari di trasmettere loro la speranza di fare qualcosa di miracoloso. Tornassi indietro, sì, lo rifarei”.
Quest’anno, invece, come vedi da fuori la tua ex squadra?
“La squadra sembra competitiva. Poi, è chiaro, bisognerebbe vivere da dentro la realtà per giudicarla. Ma io mi fermo qui. Non dico altro. Osservo solo che gli uomini a disposizione sono competitivi e che bisogna dare tempo al tempo. I valori devono ancora uscire. Bisogna in ogni caso credere nelle scelte che si fanno e sostenerle. Se un club sceglie un allenatore, a meno che non accadano cose eclatanti, poi lo deve sostenere. Lasciamo lavorare in pace i giocatori e lo staff tecnico”.
Magari fra dieci anni, comunque in futuro, ti piacerebbe incrociare nuovamente il Livorno?
“In genere, ovunque sono andato, mi sono trovato bene. Solo in un paio di occasioni, sommando le esperienze di allenatore a quelle di giocatore, non mi sono trovato al massimo. Il tutto in oltre vent’anni di carriera. Ma a Livorno, in effetti, si è venuta a creare un’alchimia particolare. Livorno fa parte di quei luoghi che mi hanno esaltato e mi esaltano. In futuro, proprio perché mi sono trovato alla grande, semmai mi dovesse accadere di tornare a Livorno, cercherò di dimenticare quanto è stato fatto, perché così, insieme, cercheremo di fare qualcosa di nuovo.
E torniamo a quanto accennato all’inizio. Dicevi che, adesso, stai aspettando una proposta tecnica. Di che tipo?
“I miei obiettivi non sono mutati rispetto a quando ho lasciato il Livorno. La priorità è ancora quella di misurarmi con la Serie A. Questo, almeno, fino a quando mi è concesso di pensare concretamente di poter allenare nella massima divisione. Se poi non arriveranno proposte, o cambieranno le situazioni, potrò accettare una proposta tecnica in Serie B, anche se ovviamente, in quel caso, va detto che non tutte le realtà sono uguali”.
In definitiva, ti senti pronto?
“Lo sono. Io non saprò mai descrivere bene a parole quanto mi è accaduto, anche se in genere credo di sapermi esprimere abbastanza bene con le parole, tuttavia posso dirti che adesso, proprio per quello che mi è accaduto, in ogni cosa che faccio mi sento maggiormente responsabilizzato e determinato per farla al meglio. E’ come se avessi un motivo in più, nel tempo che dovrò vivere, per fare al massimo quanto sono chiamato a fare e quanto so fare”.


