L'ex grifone Murgia si sta ritagliando un suo spazio importante all'estero
Dalla Roma biancoceleste alla Romania, questi i due estremi fin qui nella carriera di Alessandro Murgia. Centrocampista centrale classe 1996, dai suoi primi vagiti con la Lazio nel calcio dei grandi (la summa in biancoceleste il gol decisivo per battere la Juventus nella Supercoppa 2017) ha poi cambiato due casacche nel calcio italiano (SPAL e Perugia) finché non ha deciso di andare a misurarsi fuori dal paese. Da quest'estate è in prestito con diritto di riscatto all'Hermannstadt, l'abbiamo intervistato in esclusiva per questo Natale in chiave italiani all'estero: “Ricordare un po’ tutto il percorso è sempre bello ed emozionante per me. Sono entrato nella famiglia Lazio che ero un bambino, da quando avevo dieci anni. Ogni anno era un passetto in più verso il sogno da bambino. Sono un tifoso biancoceleste, ancora oggi mi sento legato. Lì ho respirato l’aria dei grandi, già mentre finivo la Primavera: è stato davvero bello. Poi le presenze in Serie A, i gol, soprattutto quello in Supercoppa che rimarrà per sempre perché è valso un trofeo. Ancora oggi la gente della Lazio quando mi vede mi ringrazia ancora. Poi mi fermo, riguardo tutto questo e dico che sono io a dover ringraziare. Certe emozioni non le cancellerò mai”.
Dopo è arrivata la SPAL.
“Ferrara è stata dolceamara. Siamo partiti molto bene, la scelta era calcistica ma anche di crescita personale. Lasciavo la mia città, erano tante energie positive e anche sul campo raccogliemmo una bella salvezza. I primi sei mesi sono stati positivi, tanto che decido di trasferirmi a titolo definitivo. Nell’anno successivo direi che ci sono state tante componenti per cui le cose non sono andate bene. A metà anno è scoppiato il Covid, c’è stato uno stop che ha influito tantissimo sugli umori e sulla ripartenza. Era una situazione complicata, io ero un perno di quella squadra e quindi le cose non sono andate bene anche per me. Non voglio usare giustificazioni, ma non era facile. Io poi ero al secondo anno di A... Le realtà piccole come la SPAL hanno sofferto aspetti come la chiusura dello stadio, il Mazza era sempre molto caldo”.
E come ci finisce all'Hermannstadt?
“Parto dicendo che l’idea di fare un’esperienza all’estero mi è sempre piaciuta, così come di testare nuove culture, stili di vita e lingua. Dopo tre mesi in Romania ho imparato meglio l’inglese che in dieci anni di scuola. Sono in un campionato di serie A, per rimettermi in gioco e ripartire. Cercavo la voglia e la felicità di giocare a calcio e non me ne pento, è un’esperienza che mi sta dando tantissimo, come uomo e come padre. Poi c’è il discorso tecnico, sono in un altro campionato e c’è meno tattica rispetto all’Italia ma più intensità. E una visione diversa del calcio. Ho trovato stadi super-moderni, è una realtà sorprendente”.
Come nasce questo trasferimento?
“Ho ricevuto diverse richieste dalla Romania, non c’era solo Hermannstadt. Io penso che nel calcio gli stimoli e il confronto con chi ti vuole e ti cerca sono importanti. Da parte loro ho sentito un feeling particolare, venivo da diversi anni un po' così per cui avevo bisogno proprio di apprezzamento. Posso dare determinate cose a uno spogliatoio, anche in termini di leadership. Ho parlato con il direttore, l’allenatore e ho deciso di non guardare il nome di una squadra ma cosa può darmi in questo momento”.
Il suo presente e futuro se li immagina lì? Se tornassero a bussare dall'Italia?
“Mi sento molto bene dove sono, non mi spaventa assolutamente provare un’esperienza all’estero, anche altre che siano in paesi diversi. Sento di poter avere sempre di più, anche se ovviamente non volto le spalle all’Italia. Ma in questo momento penso solo al presente, all’Herrmanstadt. So che c’è gennaio e possono arrivare richieste, sono aperto a tutto ma sono abituato come persona a pensare al presente. E questo mi dice che sono un giocatore dell’Herrmanstadt. Sto avendo una crescita anche umana che mi permette di valutare tutto quello che voglio”.
A Sibiu, o Hermannstadt che dir si voglia (la città è chiamata in entrambi i modi, ndr) come si trova?
“Ero partito un po’ restio, noi italiani siamo molto legati alla nostra terra e alle nostre abitudini. Ho pensato “chissà dove vado”, lo ammetto, e invece mi trovo in una città antichissima, bellissima e tra le più visitate della Transilvania. Sono andato da solo senza famiglia, non è facile ma sto maturando tantissimo: è una lezione continua, quanto conti la famiglia e la qualità del tempo. Sicuramente si sente la mancanza, ma quando li senti vicini anche a chilometri di distanza è una cosa che ti dà tanto. Arrivare qui è un’esperienza”.


