Maxi rose e conti in rosso, ecco il buco nero della serie C.
Su Gazzetta dello Sport, analisi dedicata alla serie C da parte del giornalista Gianfranco Teotino, che sottolinea i conti decisamente in rosso della terza serie, "Maxi rose e conti in rosso, il buco nero della serie C".
"Fra i tanti numeri che circolano in questi giorni, ve ne sono alcuni, nel piccolo grande mondo del calcio italiano, che, per quanto assai meno angoscianti, ancora non vengono tenuti nella giusta considerazione. Prendete nota: 34-37-38. Sono i giocatori impiegati in questa stagione dalle tre squadre attualmente in coda alle classifiche della Serie C. Sì, avete capito bene: il Gozzano, ultimo nel Girone A, finora ha mandato in campo 34 calciatori, più ne ha altri 6 già convocati o registrati con numero di maglia; il Rimini, ultimo nel Girone B, ne ha schierati 37 e ne ha altri 10 convocati o convocabili; il Rieti, ultimo nel Girone C, ha il record con 38 in campo, più 4 disponibili. Ed è quello stesso Rieti che lo scorso novembre non disputò una partita, con la Reggina, per uno sciopero dei giocatori contro il mancato pagamento degli stipendi e fu ripreso per i capelli sull’orlo del fallimento.
Per capire meglio la portata di questi dati, vale la pena sottolineare come il Liverpool dominatore della Premier finora in campionato abbia impiegato 22 giocatori, la Juventus in Serie A 23, il Bayern Monaco in Bundesliga 24, il Barcellona in Liga 28 mentre soltanto il bulimico Paris St. Germain, nel calcio dei ricchi, è arrivato a quota 30. Sicuramente, la disperazione davanti al precipizio della Serie D ha inciso sull’affannosa ricerca di nuove soluzioni. Ma il solo pensiero che queste piccole società, certo attingendo ai settori giovanili, abbiano più di 40 giocatori a libro paga, lavoratori dipendenti a tutti gli effetti, mette i brividi.
Fenomeno che si ripete ai vertici della classifica. Il Monza, primo nel Girone A, in stagione ha già schierato 30 giocatori; il Vicenza, primo nel Girone B, è arrivato a 26; la Reggina, al comando nel Girone C, è anch’essa a 30. Nessuna sorpresa perciò che l’intero sistema della Serie C risulti insostenibile: è inevitabile se ogni anno spende il 50% più di quanto incassa, se i debiti corrispondono al 92% del totale delle attività, se le società evitano il crac soltanto grazie alla generosità degli imprenditori proprietari, se talvolta la malavita organizzata mette le mani in cassa al movimento. I tempi dell’uscita dal professionismo con l’introduzione di una forma di semi-professionismo sono incompatibili con la gravità della crisi attuale. Ecco perché una riforma della struttura dei campionati, con riduzione di almeno un terzo dei club di Serie C, è sempre più urgente.
Certo, avrebbe immediati costi sociali dolorosi, ma inevitabili e mitigabili con aiuti più consistenti al calcio di base. Il presidente dell’AlbinoLeffe Andreoletti ha affidato al sito della società le ragioni del suo no alla proposta di riforma illustrata su queste colonne nel “Calcio di rigore” della scorsa settimana. Ha ribadito la mission sportiva della Lega Pro «presidiare il territorio per individuare e poi formare, al meglio, i talenti locali» ed è giunto alla conclusione che governo e politica debbano rivedere la legge Melandri in modo da indirizzare alla C maggiori risorse. Però, non basta. L’AlbinoLeffe è una società seria e ambiziosa, ma senza gli sforzi economici del suo appassionato presidente sarebbe nelle stesse condizioni di altri club che rischiano il default. Nessun Paese europeo oggi può reggere 100 società calcistiche professionistiche. Figuriamoci dopo la pandemia. L’ora delle riforme è adesso".


