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Pellè: "Con la Samp ho iniziato bene, poi ho avuto guai fisici e c'era anche Pozzi, così io entravo nei finali"; sulla Nazionale: "È normale che ci speri"TUTTOmercatoWEB
© foto di Daniele Buffa/Image Sport
mercoledì 9 gennaio 2013, 13:30News Doria
di Lorenzo Montaldo
per Sampdorianews.net

Pellè: "Con la Samp ho iniziato bene, poi ho avuto guai fisici e c'era anche Pozzi, così io entravo nei finali"; sulla Nazionale: "È normale che ci speri"

La dimensione ideale di Graziano Pellè è l'Olanda, questo ormai si è capito. Dopo essere tornato per mezza stagione in Italia, per vestire la maglia della Samp, l'attaccante di San Cesario di Lecce è risalito subito sull'aereo, destinazione Rotterdam.

La maglia è sempre biancorossa, non più quella dell'Az Alkmaar, ma quella del Feyenoord. Il campionato però rimane lo stesso, la Eredivisie, la massima serie dei Paesi Bassi in cui mantiene una media da urlo, 14 partite e 14 gol sotto la guida di un'altra vecchia conoscenza blucerchiata, Ronald Koeman. Il giocatore si è raccontato a tutto tondo ai taccuini de La Gazzetta Dello Sport per Extra Time, partendo dalla nuova esperienza in terra Oranje fino ad arrivare ai Coffee Shop di Amsterdam, passando per la Samp: 

Pellé, se le diciamo Van Basten cosa le viene in mente?
«Le cassette della Gazzetta. Papà era un suo gran tifoso ma le prendeva tutte e io le divoravo, mi piaceva vedere come giocavano i campioni. Con il suo Heerenveen ho giocato bene (gol e rigore decisivo, ndr), e lui poi è venuto a farmi i complimenti. È stato bellissimo: avessi mezzo piede dei suoi...».

Lei fa un gol a partita, è l’italiano più prolifico. Koeman l’aveva già avuto all’AZ nel 2009, ma forse era il momento sbagliato...
«Avevamo appena vinto il campionato, io ero sul mercato, lui viene e mi fa "Se resti mi fa piacere". Così restai, e quando poteva mi ha sempre fatto giocare.Van Gaal era un sergente diferro, Koeman è una brava personae in certi spogliatoi ti vedonocosì e se ne approfittano. Ora è cambiato, usa sia il bastone che la carota».

Nel suo ritorno in Olanda galeotta è stata Ibiza...
«Lì c’è un lido dove vanno tutti gli olandesi, ci ho trovato pure Sneijder. Conosco dei ragazzi, e uno mi fa: "Ti saluta il figlio di Koeman". E io: "Ricambio, e digli pure se papà mi prende al Feyenoord". Una battuta, non so nemmeno se gliel’ha riferita, ma poi mi ha ripreso davvero. Ci aveva provato pure prima, ma c’erano problemi economici. Qui non c’è un presidente,
ma tanti investitori. E ora stanno tornando a metterci soldi come ai bei tempi».

Come se la spiega questa sua stagione monstre?
«Semplice, gioco con continuità. Per togliermi dal campo mi devono sparare. E così ho solo da dimostrare che la fiducia in me è ben riposta. Con la stazza che ho è naturale che debba lottaree far salire i compagni, che poi giocano per me, come in un cerchio che si chiude. E non solo gli esterni: anche il trequartista, Immers, è già a 10 gol anche grazie agli spazi che creo lì davanti».

Marchio di fabbrica: il cucchiaio...
«È l’adrenalina che ti suggerisce cosa fare, quando mi rivedo a freddo mi vengono i brividi. Con l’Heerenveen ho notato che il loro portiere si tuffava sempre e ho detto agli altri di tirare centrale. Non l’hanno fatto, e ci ho pensato io. E poi, prima di affrontarli, i portieri li studio. Se ne becco uno di quelli che si muovono all’ultimo, il cucchiaio non lo rischio».

Si riprende con Ajax-Feyenoord: all’andata inventò un gol pazzesco, 2-2 al 90’.
«E ho pure sfiorato il 3-2, i nostri tifosi impazzirono. Èuna garasentitissima, un must per chi ama il calcio. E poi l’atmosfera...
Qui non c’è mai lo stadio vuoto, mai. L’altro giorno, al rientro dalle vacanze, abbiamo fatto una partitina contro una squadra di una serie minore, niente di che. Siamo entrati e c’erano 35mila persone».

L’esultanza l’ha presa da Toni? Pare uguale...
«No, è simile ma non è copiata. Io la mano la porto alla bocca. Lo faccio perché lo fa uno al mio paese, anzi ho paura che quando torno mi venga a chiedere il copyright...».

In Italia che cosa non ha funzionato?
«A Parma non ho fatto male, ma il mestiere di una punta è fare gol e a me la palla proprio non entrava. Anche con la Samp ho iniziato bene, poi ho avuto guai fisici e c’era anche Pozzi, così io entravo nei finali, per spizzare qualche palla».

Quanto influisce essere prestati in giro qua e là? In Italia capita a molti...
«Spesso sono i giocatori che spingono, uno cerca sempre di andare dove gioca, per crescere e crearsi un futuro. Poi è anche vero che in Italia cercano sempre gente matura e il giovane lo danno in prestito. Se Giovinco fosse cresciuto all’Ajax, magari a 15 anni era già in prima squadra e poi a 19 lo vendevano al Barcellona».

Da lassù come vede la A?
«Un po’ di rabbia mi viene. Prima volevano venirci tutti. Ora quando parlo coi ragazzi di qui mi accorgo che siamo una terza
scelta, vogliono tutti l’Inghilterra o la Germania. Dell’Italia vedono stadi vuoti, club che vanno in ritiro forzato: qua i ritiri manco esistono. La svolta ci sarà con gli stadi nuovi. Fatti quelli, torneremo ad avere il torneo più bello del mondo. Ora girano pochi soldi, gli stessi presidenti non fanno altro che pagare stipendi. All’estero gestire un club va al di là di comprare tizio e vendere caio, ci gira intorno un business notevole, ci sono investitori, nuove forme di introiti».

Però la crisi aguzza l’ingegno: da El Shaarawy in poi, ha visto quanti giovani stanno emergendo?
«Infatti, e vorrei che non fosse solo perché siamo costretti a farlo. Quando torneremo ai fastidi un tempo mi piacerebbe che questa esperienza ci faccia riflettere, che ci insegni che vale la pena dare fiducia ai ragazzi. El Shaarawy ha doti strabilianti, certe cose al Milan non si fanno per caso».

Fra poco Prandelli convoca. Dica la verità, un po’ ci spera...
«E chi non vorrebbe andarci, in Nazionale? È normale che ci speri, da quando ho indossato per la prima volta la maglia dell’U20. Non so se mi seguono, penso che una punta il suo valore debba dimostrarlo nel lungo periodo».

Mai entrato in un coffee shop?
«Mai. Ci ho solo accompagnato davanti qualche amico. Io e il fumo siamo entità distinte».

E nei quartieri a luci rosse?
«Anche qui, ci ho portato in giro gli amici, persino la famiglia. È un’attrazione, lo so che qui si viene anche per questo. Ci sono
entrato? No. E non so nemmeno se qualcuno lo abbia fatto. Guardavo dall’altra parte...».

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