Mannini: "Anche i non Sampdoriani ci tifavamo in Europa. Quando passavamo con l'aereo sopra Ginevra Paolo Mantovani diceva..."
Moreno Mannini ha dedicato al Presidente Paolo Mantovani parte dell'intervista rilasciata al numero di marzo di TMW Magazine:
In quella Samp il punto di forza era il presidente Paolo Mantovani. Si troveranno più presidenti come lui? "Un presidente innamorato dei suoi giocatori e della sua squadra. Lui ci voleva vedere felici, sapendo che se lo fossimo stati la squadra avrebbe fatto bene anche in campo. Creò una squadra prendendo dei giovani giocatori come me, Vialli, Mancini, Salsano e negli anni la squadra è diventata fortissima. La sua soddisfazione era creare una squadra partendo da
giocatori semisconosciuti e ci è riuscito. Quella Samp si divertiva e faceva divertire e anche i non sampdoriani ci tifavano in Europa, mica come adesso dove tra tifosi di squadre italiane ci si gufa. Noi eravamo per tutti la squadra simpatia. Eccetto che per i genoani (ride, ndr)”.
C’è un aneddoto legato a Paolo Mantovani? “Paolo Mantovani era un personaggio che oltre a venire a giocare a carte con noi la sera, venire al ristorante con noi. Quando partivamo per giocare in Europa, quando passavamo con l’aereo sopra Ginevra diceva: “Vedete? Chi sposa mia figlia quella casa laggiù è sua”. Personaggio fantastico, di una simpatia e di un affetto unico nei nostri confronti. Per lui noi eravamo la priorità: ad esempio diceva alla sua segretaria ogni volta che si presenta un giocatore cancella tutti gli appuntamenti e fai venire il giocatore. Non come adesso che i presidenti sono irraggiungibili, devi prendere appuntamento. E poi lui si divertiva a giocare con noi con i contratti”.
In che senso? “Nessuno ha mai discusso un contratto con Paolo Mantovani. Arrivava con il contratto fatto e poi si divertiva a mettertelo davanti, girato al rovescio e ti diceva: quanto pensi di valere? Quanto vorresti guadagnare? E ti metteva in difficoltà, perché avevi paura di dire troppo, di dire una cavolata. Che poi il contratto era già firmato da lui, per cui se chiedevi una lira in più non te la dava mica, ma se ti aspettavi centomila lire in meno lui comunque ti dava quanto aveva già stabilito. Il suo divertimento era cercare di capire quanto tu ti valutavi. A Cerezo gli portò un contratto scritto in un tovagliolo al ristorante, per dire. E poi odiava i procuratori, diceva sempre che chi doveva guadagnare erano i giocatori, non gli intermediari. L’unica volta che un nostro giocatore si presentava col procuratore, successe con Pellegrini, lo mandava via. L’unica eccezione la concedeva ai giocatori stranieri, che magari non conoscendo la lingua ne avevano bisogno”.
Un gruppo storico che è rimasto unito nonostante le richieste dalle big. Siete rimasti per Mantovani? “Assolutamente sì. Eravamo talmente legati a lui che avremmo fatto qualsiasi cosa. Ai nostri tempi c’era più serietà. Le società non andavano a bussare dal giocatore, ma passavano prima dall’altro club. Mantovani ci raccontò dopo che una mattina alle 6 si presentò a casa sua Agnelli che voleva comprare me, Vierchowod, Vialli e Mancini. Per noi quattro
aveva messo sul piatto 50 miliardi di lire. Questo non ce l’aveva mai detto, lo fece solo anni dopo, una volta vinto lo scudetto nel 1991. Ci confidò che aveva rifiutato quell’offerta perché voleva provare a vincere con la Samp”.
Rimpianti per non essere andato alla Juventus? “No. Eravamo talmente legati tra di noi, d’altronde. Facemmo un patto dove nessuno avrebbe lasciato la squadra prima di vincere lo scudetto. E poi c’era Boskov che ci faceva divertire. Lui non aveva la presunzione di dire cosa fare a grandi giocatori, li metteva semplicemente nelle condizione di far bene, gestiva la testa”.


