The show must go on...
Questo campionato, questa Sampdoria, questo mondo del calcio, un po’ marcio un po’ sano, è tutto uno spettacolo che deve andare avanti, sempre e comunque, vincendo e perdendo, ma deve seguire una direzione sola. Freddie Mercury lo cantava tanti anni fa, “the show must go on”, e forse ce lo dovremmo cantare anche noi tifosi Sampdoriani, specie in questi giorni di festa, dopo l’ennesima partita finita male, giocata ancora peggio.
Ce ne siamo resi conto tutti, c’è qualcosa che non va, che non funziona più. Che sia una questione mentale? Probabile, anzi quasi sicuro. Ma perché non potrebbe essere una questione fisica? A pensarci bene la preparazione è iniziata a luglio, quindi non dovremmo aver problemi sul piano fisico… e allora cos’è? Cos’è questo groppo in gola che abbiamo tutti nel vedere, che non vinciamo più, con quella giusta rabbia in corpo, che avevamo quando abbiamo vinto con il Catania, con l’Udinese, con il Siena, con l’Inter, con il Bologna?
Sono fermamente convinta che non si possa passare da geni incompresi a broccoli viventi nel giro di un paio di mesi. Sono anche convinta che la gente che fa continuamente su e giù dal carro dovrebbe semplicemente decidersi, o stai con la squadra o vai a tifarne altre. Che la vita di un tifoso sampdoriano non sia poi cosi facile si sapeva, arrendersi ai primi problemi però non è da noi. Noi che di sfide vinte e perse ne abbiamo vissute tantissime, noi che crediamo nell’amore verso quei colori, noi che qualsiasi cosa accada siamo sempre con lei, la seguiamo, la incitiamo, ci facciamo km e km per andare a sventolare al suo seguito. No, noi non ci possiamo permettere di avere tifosi che si consentono di mollare la presa, di arrendersi.
Qualcuno cantava “e quando pensi che sia finita è proprio allora che comincia la salita”, ecco, noi siamo alle pendici della nostra salita. Quella più brutta, difficoltosa e impraticabile che possa capitare, ma la dobbiamo affrontare tutti uniti, ora più che mai. E per uniti intendo ritrovare quello stile Sampdoria tanto discusso ai tempi di Mantovani, e riportarlo allo stadio. Zittire chi fischia per un cross sbagliato, ammutolire la gente che borbotta alzando la voce e cantando sempre di più, ancora di più, fino a quando non ti brucia la gola. La gente non va allo stadio? Male. Ma a volte, meno siamo meglio stiamo. La partita con il Siviglia dell’anno scorso parla chiaro, quella di Coppa Italia con l’Inter ancora di più.
Sorrido nel pensare ai tifosi dell’ultimo minuto, quelli che hanno sottoscritto un abbonamento dopo le 4 vittorie consecutive ad inizio del campionato attuale. Sì, sorrido perché mi fanno un po’ ridere. Se ti abboni solo quando vinciamo e siamo primi in classifica vuol dire che al primo problema tu lasci l’abbonamento sul tavolo, inforchi le pantofole di sempre e ti butti in poltrona a seguirla dalla tv, quella maledetta tv che ti rende tutto così poco dinamico, triste, senza colori. Ed infatti questo è successo nelle ultime partite. La gente che aveva sete di punti ha chiuso il 2009 in casa, sotto la coperta e con la gola al caldo.
Posso capire la rabbia provocata dalla non-reazione avuta dopo i cinque gol presi dalla Juve, posso capire il nervoso dopo aver perso il derby, dopo l’eliminazione dalla Coppa Italia con il Livorno, dopo le tre reti subite dal Milan e di nuovo dal Livorno. Arrivo a tollerare, ma proprio perché voglio essere obiettiva, lo sdegno e la poca voglia di continuare a sostenere una squadra che non c’è, che ha lasciato le palle, quelle dell’albero di Natale chiaramente, ben nascoste in casa, ma secondo me esiste solo una cosa da fare. Riprendersi, rimboccarsi le maniche, sia noi ma soprattutto loro, gli undici che scendono in campo la domenica per portare qualche risultato utile in saccoccia.
Non è accettabile vedere una squadra che fino a metà ottobre le vinceva tutte o, al massimo le pareggiava (Fiorentina esclusa), crollare cosi in modo evidente, lasciare il coraggio, la rabbia, la grinta sotto al letto. No. Vorrei vedere, io come tanti altri tifosi doriani immagino, la tanto citata “maglietta sudata”, non perché sia un’immagine poeticamente bella, ma perché sarebbe la rappresentazione dell’impegno, della voglia di fare, di dimostrare ai tifosi un po’ di attaccamento alla maglia. Intendiamoci. Non sto dicendo che vorrei che ci fossero le bandiere che provano lo stesso affetto che proviamo noi verso i colori blucerchiati, sono dell’idea che di bandiere oramai non ce ne siano più, basterebbe che qualcuno ci mettesse la faccia ogni tanto, senza andare in giro a sbeffeggiare gli altri per poi nascondersi al terzo derby consecutivo perso.
C’era un giocatore che fino a quando era con noi, riportava negli spogliatoi la sua maglietta sempre sudata, di quelle che se le strizzi gocciolano per anni. Un giocatore che la grinta ce l’aveva sempre, che non si faceva problemi se perdevamo, ma le maniche se le rimboccava lui per primo, e ci credeva sempre lui per primo. Ecco. Questo giocatore che sabato è tornato a far sognare i suoi nuovi tifosi, lo stesso che ci ha presi quando eravamo in condizioni critiche e non si è mai fatto da parte. Lui. Avete capito chi. Ci vorrebbe anche solo un decimo del suo carattere per questa Sampdoria. Per tornare grintosi, vogliosi e rabbiosi. Per ricominciare a far capire chi siamo, cosa siamo in grado di fare, e per far sì che la gente allo stadio vada per cantare, per incitare la squadra e non solo per offenderla.
Spero, mi auguro dal profondo del cuore, che il Natale possa portare consiglio (si, lo so che è la notte che di solito porta consiglio, ma qua una notte solamente non basta!) a tutta la squadra; possa ridonare al mister la voglia di vincere e di arrivare in fondo al campionato senza inciampare di nuovo; possa aiutare la dirigenza a convincere la squadra che a Gennaio forse non servono tanti acquisti nuovi, ma che loro stessi possono essere la giusta marcia per questa Sampdoria e, mi auguro anche, che i tifosi possano trovare in fondo al loro cuore la volontà di andare allo stadio e di tornare sempre senza voce, con le mani arrossate a forza di batterle e di sventolare, lasciando a casa i fischi, i mugugni, le espressioni di sdegno, perché a noi la gente così non serve.
Anche perché lo show deve andare avanti, non possiamo fermarci adesso. Nessuno spettacolo che sia degno di essere chiamato tale si può interrompere a metà. Per il 6 gennaio è fissata la prima della Sampdoria 2010. Teatro Luigi Ferraris, ore 15. Io ci sarò, e voi?


