ESCLUSIVA TLP - Federico Nicastro: "Da ex portiere vi racconto la mia vita da croupier"
Quando contatto Federico Nicastro, ad un anno dalla sua scelta di appendere i guantoni al chiodo per fare il croupier in Svizzera, mi accoglie da par suo: "L'ultimo dei romantici che ha whatsapp, allora la tecnologia ha invaso anche te". E giù una risata come prologo alla lunga chiacchierata che ci siamo fatti. Con Federico è così: stima e rispetto. Il tutto amalgamato diventa questa intervista esclusiva che l'ex portiere di Savona, Lucchese, Crotone, tra le altre, ha concesso a TuttoLegaPro.com
L'amicizia con Nicastro parte dai tempi in cui vestiva la maglia dell'Ebolitana. Mentre la prima volta che l'ho incontrato era il post partita di Fondi-Ebolitana. Appena uscito dalla doccia, con gli occhi ancora umidi per il vapore che usciva dallo spogliatoio. La sconfitta di quel giorno, come capita a tutti gli atleti, non piacque. Il suo sguardo però era già rivolto al futuro. In quei pochi metri che ci dividevano dal pullman del club campano ho scoperto l'uomo che si nasconde dietro il professionista. Con il tempo si è instaurato un rapporto che va oltre il calcio.
Quando mi ha confessato che lasciava e appendeva i guantoni al chiodo c'era nelle sue parole il sapore amaro della sconfitta, la più cocente: quella del ritiro. La fiducia nelle sue qualità rimaneva intatta. Tante chiacchiere e fatti ben pochi: "Possibile che in questo calcio all'improvviso non ci sia più posto per me?" confidava sconsolato. Questo senso di impotenza alla fine è imploso fino a portarlo alla decisione di mollare.
Le regole che impongono i giovani portano molti come Federico Nicastro a cercare qualcosa che vada oltre il rettangolo di gioco. Un pomeriggio mi chiama e nella nostra breve conversazione, parlando dei mali del calcio mi parla di un corso da croupier. Me ne parla con entusiasmo, lo stesso che utilizza un anno dopo che ha lasciato l'Italia per trasferirsi in Svizzera, dove lavora nel casinò di Neuchatel.
Un tuffo - non nuovo per lui che dall'età di cinque anni gioca a calcio - nell'incognita, alla ricerca di quel pallone da deviare sotto il sette: da guardiano dei pali ad arbitro del tavolo verde. Il colore rimane uguale, si riducono le dimensioni, aumentando le responsabilità, con davanti a sé un pubblico diverso: persone comuni che giocano i propri soldi. Ambiente diverso: addio curve, il clima dello spogliatoio, gli allenamenti, le docce, le cene, le vittorie, le sconfitte. Tutto diverso fino all'estremo. Quel senso del dovere con cento occhi aperti che le dinamiche di una partita offrono, si è trasferito sui tavoli da gioco, dove anche la psicologia chiede spazio.
Dentro un casinò il mondo di Nicastro si apre la sera intorno alle 19 per chiudersi quando ormai tutti i comuni mortali vanno al lavoro. Una vita al contrario, che non gli pesa, che lo soddisfa appieno. Lo spirito di ricerca non gli è mai mancato. Lo sport, da questo punto di vista, è stato una scuola importante per lui.
Degli svizzeri gli piace la formalità, l'ordine che regna e non rimpiange l'immobilismo italiano, dove ogni decisione va spaccata in quattro. Ogni tanto una partita con gli amici: "Ma sai - mi ha detto una sera dopo mesi di inattività - che quando mi sono rimesso i guanti ho provato ancora quella scarica di adrenalina che sentivo quando giocavo? Quella non si perde mai, mio caro".
Federico, un anno dopo ci ritroviamo qui. Ormai sei un cittadino svizzero.
"Qui si sta bene, tutto fila liscio. L'esatto opposto dell'Italia".
Il solito ingrato.
"No no. E' la verità. I pagamenti sono regolari, in posta in tre minuti hai fatto, mentre in Italia quando entri in un ufficio ti dimentichi l'uscita".
Su questo non hai tutti i torti.
"Qui in Svizzera hai tutto per rendere al massimo, non c'è l'alibi del vorrei ma non posso. Però come ricevi, così devi dare. E' uno Stato che consiglio a tutti, per lo stile di vita dei cittadini: c'è un tasso di disoccupazione del 3% e tutto quello che in Italia sembra utopico, qui è realtà".
Il tuo rapporto con gli svizzeri come è?
"Sono parecchio diffidenti, mentre in Italia c'è più calore. Questo distacco lo senti in modo particolare. Tu pensa che i vicini di casa hanno iniziato a salutarmi - sempre in modo parecchio formale - dopo circa quattro mesi. Se poi vuoi avere il quadro di come sono gli svizzeri, ti racconto questa storia che ti fa capire tutto di loro: si ha nel condominio una lavatrice in comune e una mattina per sbaglio ho messo dieci centesimi (circa 12 centesimi di euro) in più. Non ci crederai, ma dopo mezz'ora una signora mi ha suonato restituendomi i dieci centesimi. Sono rimasto sbigottito e le ho detto che non era il caso. Sai cosa mi ha detto? Non è giusto, si è sempre pagato tre franchi e tali devono rimanere. Sono rimasto senza parole. Mentre se andiamo nel profondo: i primi tempi non sono stati per niente facili. Cultura diversa, ambiente che non conosci. Però ho avuto una scuola come il calcio che mi ha aiutato moltissimo. Quando a 23 anni ti trovi fuori da casa per giocare a calcio, ti formi caratterialmente e l'esperienza di stare lontano dalla famiglia diventa un bagaglio importante nella tua vita che ti porti lungo il tuo percorso. C'è poi la crescita personale, per non rischiare che, appesi gli scarpini al chiodo, ti ritrovi a non poter fare molto altro".
A tal proposito volevo chiederti se anche tu hai vissuto il trauma post ritiro. Molti ex giocatori del passato, in una recente inchiesta, hanno accusato questo problema. E' stato così anche per te?
"Ne ho sentito parlare e posso dirti che non è facile ritrovarti in un mondo diverso da quello che hai vissuto per tutta la tua vita. Avevo cinque anni quando ho dato i primi calci ad un pallone e il calcio è stato il mio primo amore. All'improvviso si spengono le luci e un senso di smarrimento lo provi. Devo dire che ho avuto la fortuna, quando ho iniziato il corso da croupier, di avere dei professori che mi hanno aiutato molto sotto l'aspetto psicologico, facendomi superare delle montagne che sembravano invalicabili. Però la mia fortuna è stata la scuola: per questo dico ai più giovani di non lasciare gli studi. E' troppo importante: è un faro che ti accende luci che consideri spente".
Tutto questo entusiasmo: e il calcio?
"Quello del calcio è un amore che non passa mai. La mente torna sempre al manto erboso e sai quante notti mentre mi sto per preparare per dormire mi tornano in mente quelle domeniche. Sono emozioni che non dimentico".
Ah, ma allora non l'hai dimenticato.
"E come faccio a dimenticarlo: è parte della mia vita. Da quando avevo cinque anni che corro dietro ad un pallone e quella magia della sfera che rotola non la puoi paragonare con nulla. Un mio ex compagno di squadra, Paolino Ponzo (scomparso un anno fa, ndr), diceva una cosa che mi trova parecchio d'accordo: il calcio è la cosa che dà più emozioni nella vita. E quanto aveva ragione".
Mi dicevi delle partite con gli amici.
"E' sempre la stessa emozione. Vero che si gioca per passare un'ora diversa, però senti qualcosa dentro. Anche se entri in uno spogliatoio diverso da quello di una squadra di calcio, risenti quegli odori, quell'atmosfera - giuro mentre ne parlo mi si accappona la pelle - che non vanno mai via. Un marchio di fabbrica che senti sulla pelle e nell'anima".
Prima di parlarci del tuo lavoro, dimmi un po': segui il calcio italiano?
Quasi non mi fa finire la domanda che subito mi anticipa, come un'uscita bassa: "So tutto, sono informatissimo dalla A alla D. E continuo sempre ad avere un occhio di riguardo per i portieri".
Vediamo se sei così ferrato: un portiere di Lega Pro che ti piace.
"Mi confermo e ti dico lo stesso dello scorso anno: Pietro Menegatti. La scorsa stagione era a Poggibonsi e quest'anno si sta confermando alla Spal".
Il movimento calcistico in Svizzera come ti sembra?
"Eh, qui sfondi una porta aperta. I preparatori vengono pagati in modo adeguato al lavoro che fanno - spesso dimentichiamo che questi hanno in mano dei cristalli che vanno curati in un certo modo, per evitare che si possano rompere -. Mentre in Italia lo si fa fare al primo che capita e ci sono molti che pur di portare a casa lo stipendio si prostituiscono. Come può un sistema simile poter generare dei ragazzi futuribili? Un'altra cosa che qui ancora avviene sono le partite per la strada. Quando ho la giornata libera e passeggio per la città mi capita di vedere dei bambini che giocano tra di loro in campi di fortuna. Ho avuto la fortuna di vivere la stessa sensazione da piccino e non sai quanto mi è servito sbucciarmi le ginocchia sull'asfalto. Altra scuola di vita".
Adesso però devi parlarci del tuo lavoro: sei pentito della scelta fatta?
"Assolutamente no. Sei in un contesto diverso e hai parecchie responsabilità, anche se non sembra. Inoltre ti trovi davanti persone che non vengono a vedere una partita di calcio, ma si giocano dei soldi. Quindi lavori parecchio sugli stati d'animo. Converrai con me che una persona che vince tanto ha uno stato d'animo diverso da uno che ne perde parecchi in mezz'ora. Devi essere freddo e cercare di avere sempre la situazione sotto controllo. E come ti dicevo prima, quando si parlava di salto nel vuoto, da calciatore a croupier nel mio caso: dagli allenamenti e quelle due tre ore, ti ritrovi a lavorare per nove ore e mezzo con gente che, se va bene, si può portare a casa cifre importanti. Ci sono gli orari diversi e la tua vita è sballottata proprio a causa del ruolo che hai. Però non mi pesa: ha la sua scarica di adrenalina anche questo lavoro".
Adrenalinico come parare un pallone sotto il sette? Dai, ora non esagerare.
Ride: "Quello no, ma devi gestire soldi non tuoi e devi stare attento a tutto. Quasi come su un calcio da fermo, quando l'avversario parte per calciare la sfera e devi osservare tutti i movimenti di chi è davanti a te. Ti senti padrone del mondo e in fondo per fare il portiere devi avere sempre quel pizzico di follia in più".
L'ultima domanda: ce la fa la Lucchese, ora in Serie D, a tornare nei Pro?
"Secondo me sì. Hanno raggiunto la prima (la Correggese, ndr) ed hanno ottime chance di farcela".


