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Scomparsa Padova una sconfitta del sistema calcio. Il costo del lavoro opprime le gestioni ed affossa i bilanci. Bello ispirarsi alla Germania, ma le risorse economiche? Il sistema arrugginito rifiuta il ricambio generazionale e propone TavecchioTUTTOmercatoWEB
© foto di Luigi Gasia/TuttoNocerina.com
giovedì 17 luglio 2014, 08:30Il Punto
di Vittorio Galigani
per Tuttoc.com

Scomparsa Padova una sconfitta del sistema calcio. Il costo del lavoro opprime le gestioni ed affossa i bilanci. Bello ispirarsi alla Germania, ma le risorse economiche? Il sistema arrugginito rifiuta il ricambio generazionale e propone Tavecchio

Vittorio Galigani, esperto dirigente calcistico, già Direttore Sportivo oltre che Direttore Generale in numerosi club professionistici dalla Serie A alla ex Serie C. Editorialista per TuttoLegaPro.com

A Padova sono rimasti di sale.  Il “vecio” Nereo si starà rivoltando nella tomba. Un epilogo tanto ridicolo non avrebbero voluto viverlo. Nessuno. A nulla sono valsi i buoni uffici del primo cittadino del capoluogo veneto. La verità è che, del Padova, a Cestaro, Penocchio e Valentini non interessava nulla. La “querelle” degli ultimi giorni? Un tentativo meschino di mascherare la reale situazione finanziaria della Società. Impossibile, per chiunque, tamponare la voragine dei debiti iscritti a bilancio. Che, si badi bene, vanno ben oltre le retribuzioni non corrisposte ai tesserati. Una situazione di 'non ritorno', aggravata, per di più, dall’ indagine in corso, promossa, sul territorio, dalla Guardia di Finanza.
I mali del Padova calcio, in verità, non sono soltanto figli della scellerata gestione Penocchio. Poco interessa, nell’ attuale, sapere a chi realmente appartenessero, nell’ ultimo periodo, le quote sociali di quella Società. I mali del Padova hanno origini ben più lontane. Frutto di gestioni “allegre” messe assieme negli ultimi anni. Spese folli che hanno dissanguato le casse del club. Cestaro ben conosceva la situazione e per questo ha passato la mano senza andare tanto per il sottile. Poco contava, in quel momento, se Penocchio era ancora proprietario di quote del Parma calcio e se sarebbe stato in grado gestire con oculatezza. In cuor suo, il vecchio “patron”, sperava soltanto che la nuova proprietà fosse stata in grado di superare, indenne, almeno lo scoglio di due stagioni sportive. Mantenendo la categoria e tamponando la massa debitoria. I pessimi risultati sportivi hanno invece contribuito a far precipitare la situazione anche dal punto di vista finanziario. E’ stato così che 104 anni di storia calcistica “sembrano” evaporati nel nulla.
Dico “sembrano” perché la storia di quella maglia non finisce con la radiazione che sarà ufficialmente decretata dal prossimo Consiglio federale. La città del caffè “senza” porte, del Santo “senza” nome e del prato “senza” erba, non rimarrà “senza” calcio. Con la spinta del sindaco Bitonci, quella maglia gloriosa, potrà ripartire dalla serie D. Certo, una categoria al di sotto della Lega Pro, ma con una Società ex novo, che non dovrà accollarsi oneri lasciati in “eredità” dalle scellerate gestioni dell’ ultimo periodo. Nel contesto di un sano progetto industriale e senza spese folli, potranno essere rinverdite, perché no, sul glorioso manto dell’ Appiani, le tradizioni e le ambizioni della casacca bianco scudata.
Il preambolo sulla situazione patavina per configurare la realtà che si vive nell’ ambiente calcistico a livello nazionale. Non si tratta, purtroppo, di un caso isolato. A far compagnia ai biancoscudati ci sono compagnie eccellenti. Siena fa da apripista. La riservatezza improvvisa ed inaspettata della Covisoc lascia supporre che, nel Consiglio Federale del 18 luglio, potrebbero esserci altre sorprese, in negativo. La riforma della Lega Pro, che nel volgere di poche stagioni, ha cancellato una categoria ed ha ridotto di trenta Società il proprio organico, potrebbe risultare insufficiente. Al di là delle nefandezze di gestione, poste in essere da taluni, fare calcio a livello professionistico, in tante piazze anche importanti e dal passato storico notevole, sta diventando impossibile. Il costo del lavoro è divenuto una posta di bilancio insostenibile. I circa 40 mila euro, al lordo,  di un minimo federale in terza serie, più vitto e alloggio, ne sono l’ esempio più lampante.
La necessità di una ristrutturazione generale in Federcalcio è evidente. Tale che abbracci tanto la normativa finanziaria quanto quella sportiva. Le Leghe tutte, anche la seria A, si debbono adeguare. Il Coni deve intervenire a tutela dell’ industria del calcio. Quella che sino a poche stagioni orsono produceva redditi notevoli a supporto di tutto lo sport nazionale. Quando invece, nel presente, è regredita in maniera oltremodo preoccupante.
Il modello tedesco è, oggi, sulla bocca di tutti. In molti vorrebbero infatti ispirarsi a quello stile di gestione. Senza dubbio di un calcio innovativo, remunerativo e redditizio. Fosse possibile realizzarlo sarebbe veramente un’ idea apprezzabile e condivisibile. Ci si dimentica però di una realtà incontrovertibile. La ricchezza economica della Germania facilita gli investimenti industriali nell’ azienda calcio. Nel nostro Paese gli sponsor, in periodo di grave crisi economica, sono tutti in fuga ed hanno abbandonato il settore.
Pur se il sistema non lo condivide (Tavecchio ha già iniziato la sua, personalissima, campagna elettorale). L’ idea del rinnovamento generazionale riempie la bocca. Gli “emergenti” sono tutti prodighi nel fare progetti quanto nell’ emettere giudizi e sentenze. Una linea di pensiero anche apprezzabile ma che necessita di una verifica. Infatti, se le sostanze disponibili sono quelle dell’ attuale e sono scarse in tema di investimenti futuri: sono sicuri di poter andare lontano con la programmazione?

Come sempre: tempo al tempo.

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