ESCLUSIVA TLP - Cosenza, l'allenatore Roselli: "Da Platini a Mourinho, la mia visione del calcio..."
In un calcio che fa della parola "progetto" solo un vuoto slogan, c'è una mosca bianca chiamata Cosenza dove "il progetto" ha un significato e si sta mettendo in pratica. Fin dalla fine della scorsa stagione il club calabrese ha gettato le basi per un futuro solido: vanno lette in quest'ottica di stabilità le riconferme del Ds Mauro Meluso (scadenza contratto 30 giugno 2016) e del tecnico Giorgio Roselli (30 giugno 2017).
Arrivato a fine ottobre 2014 al posto di Roberto Cappellacci, Roselli ha avuto il tempo di lavorare e ottenere un decimo posto a cui ha aggiunto la vittoria della Coppa Italia di Lega Pro in finale contro il Como. Ed è proprio a margine di un incontro con i tifosi per ricordare il trofeo vinto che Giorgio Roselli ci concede qualche minuto del suo tempo per questa intervista esclusiva ai microfoni di TuttoLegaPro.com.
Di partite di campionato il Cosenza ne ha disputata una e sarebbe stato riduttivo parlare solo di questo, così abbiamo scelto di sciogliere il nodo della cravatta e respirare l'idea di calcio che ha Giorgio Roselli.
Una stagione che è cominciata bene, ma subito vi siete dovuti fermare.
"Infatti! A mia memoria è il precampionato più lungo della storia (ride, ndr). In tutte le categorie una cosa simile non si è mai vissuta. Siamo partiti, ci siamo fermati, insomma è un'annata un po' particolare, almeno all'inizio, ma speriamo che si rimetta tutto in sesto quanto prima. Mettiamoci anche il fattore preparazione della settimana di lavoro che ogni volta bisogna stravolgere".
Altro problema non da poco...
"Ma non solo per noi, per tutte le componenti del girone. Nel calci secondo me la condizione si ottiene giocando: abbiamo fatto tanto allenamento, ma giocato poco e questo, almeno all'inizio, può indurre a farsi idee poco corrette sul valore di una squadra, non essendoci la continuità di un campionato regolare".
Dopo aver accennato qualcosa su questo inizio di stagione, voltiamo pagina e cerchiamo di conoscere meglio il vostro lavoro di allenatori. Si parla spesso nei vostri interventi del bisogno di tenere i piedi ben saldi a terra, quindi ti chiedo se un allenatore può permettersi il lusso di sognare o deve avere sempre quel pragmatismo senza vie d'uscita?
"Intanto l'allenatore deve essere sempre lucido, come lo stesso giocatore. Quello più bravo è colui che non si emoziona e non ha paura, vivendo le fasi della partita con quella mente sempre accesa, avulsa dalle emozioni che possono giocare brutti scherzi facendoti fare un movimento o un passaggio che non dovevi fare. Sono due armi - l'emozione e la paura - che secondo me non ti portano ad ottenere un risultato. Quello che dico spesso ai ragazzi è proprio questo: l'errore va benissimo, l'importante non sia fatto per supponenza o per paura. Siccome li ho fatti da calciatore, mi auguro che i miei giocatori non li ripetano".
A proposito di errori: ce ne sono di non allenabili?
"L'errore impossibile da correggere è quando si sbaglia un intervento, si sbaglia un gol, una palla in mezzo alle gambe. Si può allenare, tramite filmati, lavagna, campo, il perché si è verificato questo errore. Se la palla finisce in rete passando in mezzo alle gambe del portiere, che comunque è messo bene tra i pali, va benissimo. Se l'attaccante fa una giocata fantastica, idem. La cosa che possiamo correggere noi è quello che avviene prima: se hai fatto tutto quello giusto per non fare l'errore. La bellezza del calcio sta anche in questo: ci sono tanti dettagli che vanno curati e quello che cerco di insegnare ai ragazzi è proprio quello di anticipare l'errore, tramite filmati ed altro, lavorandoci durante la settimana. L'importante che tu sia messo bene in campo per cercare di dare all'avversario meno punti di riferimento dove colpirti. Il calciatore è l'attore principale, ed è lui che è il protagonista. Certo, la qualità in una squadra fa la differenza, quindi va tenuto in considerazione anche questo: quello che conta è cercare di anticipare con le letture giuste, la possibilità di un errore".
E' il calciatore che esalta il gioco o è il gioco che esalta il calciatore?
"Questo è un po' il discorso che si fa se sia nato prima l'uovo o la gallina. Penso che non si possa vedere una bella partita se non ci sono bravi calciatori. Il calcio è un gioco di abilità e con questo non si intende solo come tecnica, come tattica o come forza: l'abilità sono tante cose messe insieme ed è normale che chi unisce queste cose è avvantaggiato. Devi avere in squadra dei bravi giocatori, altrimenti non ottieni dei risultati. Sento qualche volta parlare: abbiamo vinto un campionato con una squadra che non era forte. A questo non credo: le partite le vinci se hai buoni giocatori. Certamente ci sono delle annate dove tutto ti va bene, ma la qualità del grande calciatore ti può aiutare e comunque il campione o colui che ti fa la differenza, se non sono inseriti in un contesto adeguato, non risultano determinanti come potrebbero. Dunque valgono entrambe le cose. Rimane un gioco di abilità e quando dicono: quella squadra gioca bene, questo avviene perché ci sono buoni calciatori. Mentre se tu dici: squadra organizzata, è un'altra cosa".
Esistono ancora i maestri nel calcio oppure questo ruolo è andato in pensione?
"Secondo me dovrebbero esisterne di più a livello giovanile, perché quando si entra nel professionismo le cose cambiano. C'è un esempio che voglio portarti: Samuel Eto'o che dice: io il terzino lo faccio solo con Mourinho. Il portoghese sotto questo aspetto è un maestro finissimo, capace di ottenere dai suoi tutto quello che vuole. Questo da la dimostrazione di una persona che riesce a infondere una forza per certi aspetti diversa ad un giocatore e quando sei arrivato a questo, sei un passo avanti".
Parlando di voi allenatori, negli ultimi anni in tanti, vuoi spinti dall'ambizione, vuoi dal fatto di sentirsi ormai maturi per una panchina importante, perdono di vista la loro vera realtà e si bruciano. Di esempi se ne potrebbero fare tanti. Al riguardo quale il tuo pensiero?
"Quello di noi allenatori è un ruolo che gioca anche con il rischio. L'ambizione è naturale: se alleno i pulcini e mi chiedono di allenare il Barcellona, non ci penso due volte. Ultimamente si è un po' frettolosi a fare certe scelte e in Italia si è voluto emulare gli esempi di Guardiola o Luis Enrique, come per dire: adesso anche io tiro fuori l'allenatore bravo. Penso che le eccezioni fanno parte della regola e ci saranno spesso allenatori giovani bravi, ma noi maturiamo con l'esperienza e l'esperienza non è mai gratis. Mi sento più bravo adesso che alcuni anni fa e questo non è accaduto perché ho letto di più, ma perché ne ho passate di più. Se non sei stupido, a forza di passare le cose, le correggi e non le ripeti".
Lavorando con i giovani, come avviene per la maggior parte dei club di Lega Pro, si può correre il rischio che qualcuno di loro si possa piangere addosso. In questi casi come agisci?
"Noi come Cosenza e la maggior parte delle società abbiamo in rosa molti giovani: ad esempio io ne alleno almeno una decina ed è normale che devi un pochino aspettarli, farli crescere. Tutte le volte che perdono la fiducia è un disastro, sia per la squadra che per il ragazzo stesso. C'è bisogno di lavorare con giudizio su di lui, in particolar modo se si trova a sbagliare in una piazza importante, come la nostra o la maggior parte di quelle al sud dove la squadra di calcio è vissuta in maniera diversa rispetto al nord, se non ha un carattere forte, poi è difficile che torni al suo livello. In quel caso devi essere bravo a farlo fermare e dargli il tempo di riprendersi, a meno che sia lui a dire: non ce la faccio, molla e a quel punto l'hai perso. Ci vuole bastone e carote, campo e meno campo, non vedo altre soluzioni".
E' arrivato un momento in cui il calcio ti è venuto a noia e ne hai avuto la nausea?
"Mai. Nel 99% dei casi, se non hai la passione non puoi fare questo mestiere per tanti anni. Fin da bambino, tirando il pallone contro il muro, fino a quando non entri a far parte di una squadra di calcio, per poi diventare allenatore, ed alla fine è una cosa che entra a far parte della tua vita. Ho passato momenti fantastici, altri difficilissimi e se non c'è la passione, non c'è quell'adrenalina che ti fa piacere allenare un ragazzo che non sa quasi niente e ti fa piacere allenare uno che invece sa anche troppo e finché c'è questo, non puoi mai venirti a noia il calcio".
Del giocatore che sei stato, cosa hai portato con te da allenatore?
"Sono stato molto fortunato, avendo iniziato da giovanissimo nello Spoleto, a diciotto anni ero già all'Inter e ho avuto la fortuna di avere degli ottimi maestri, soprattutto di vita: ho vissuto il passaggio dal gioco a uomo a quello a zona pazzesco che faceva Enrico Catuzzi a Bari: roba da far impallidire Sacchi e precedendolo di qualche anno. Da giocare a uomo a tutto campo, al giocare a zona facendo il fuorigioco a centrocampo. Ho avuto la fortuna di avere Dionisio Arce, allenatore allo Spoleto, Chiappella, Bersellini, uomini prima che allenatori. Il calcio invece si impara tutti i giorni e la bellezza del calcio è proprio questa: c'è sempre qualcosa da imparare".
Come si viene fuori dalle sconfitte?
"Come dalle vittorie. Dico spesso che le settimane dove mi trovo a mio agio per dare qualcosa - paradossalmente - è dopo le sconfitte. Quando si vince, in teoria c'è meno da correggere e anche il calciatore stesso può essere indotto a pensare: cosa vuole ancora questo se abbiamo vinto. Quando si perde, il calciatore sa di aver sbagliato qualcosa e c'è da correggere alcuni aspetti. Dopo tanti anni ho imparato che rimanere forti dopo la vittoria è più complicato: tutti si aspettano che vinci sempre. E' una cosa che stona con la storia del calcio. Platini, nel suo libro (Parliamo di calcio, Bompiani editore, ndr) ha ragione quando dice che Il calcio è l'unico sport dove non sai quello che succede nel prossimo quarto d'ora. A me è capitato di trovarmi sotto 1-0 al 90, al 92' vincerle e viceversa. Il calcio è una sport semplice, quello che lo rende complicato sono le nostre teste".
Sarà semplice come dici tu, ma ci sono varie sfumature e dettagli che spesso fanno la differenza tra una quasi vittoria e una probabile sconfitta.
"Anche questo è vero. Come ti dicevo: il calcio è un gioco semplice, ma il difficile è giocare al calcio in modo semplice. Questa frase è sempre di Michel Platini e quando l'ho letta ho detto: questa racchiude tutto, ha ragione".
Guardi il calcio in tv?
"Non sono un appassionatissimo di calcio in tv. Quando mi capita, mi piace vedere qualcosa che mi da qualcosa, vedere quelle sfumature che sono diventate l'abc per me. Ormai i dettagli diventano decisivi su tutto. Quando pensi di aver trovato la soluzione, ti rendi conto che nel calcio non esistono certezze. E questo modo di pensare ti porta ad accettare meglio le sconfitte ed esaltarti meno nelle vittorie".
I campioni che ti sono rimasti impressi?
"Sono stato tifosissimo di Felice Gimondi, Adriano Panatta, Cassius Clay. Delle nazionali posso dire Julio Velasco".
L'allenatore che porti come esempio?
"Quello che mi ha insegnato Catuzzi dal punto di vista tattico mi è rimasto impresso. Attualmente mi piace l'intelligenza di Mourinho mi piace. Il fatto di cambiare le cose al livello culturale, di approccio mentale alle partite è utile per migliorare tutto il sistema in generale".


