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ESCLUSIVA TLP - Tuttocuoio, Cristiano Lucarelli: "Condannati a giocar bene, però il vento sta cambiando. Anche oggi rifiuterei quel miliardo"TUTTOmercatoWEB
Cristiano Lucarelli
© foto di Dario Fico/TuttoNocerina.com
martedì 27 ottobre 2015, 12:00Interviste TC
di Daniele Mosconi
per Tuttoc.com

ESCLUSIVA TLP - Tuttocuoio, Cristiano Lucarelli: "Condannati a giocar bene, però il vento sta cambiando. Anche oggi rifiuterei quel miliardo"

L'allenatore dei neroverdi ha raccontato le difficoltà della sua squadra, dispensando ottimismo

Il passaggio tra campo e panchina è racchiuso in una piccola ma sostanziale differenza: non più protagonista, ma tramite per arrivare a rendere i giocatori in campo attori principali di ciò che si studia in settimana.

Non sempre le ciambelle riescono con il buco. Fuor di metafora: non tutto quello che si applica durante gli allenamenti alla fine conduce al risultato sperato.

Allenatore ruolo difficile, ma non ditelo a Cristiano Lucarelli, perché farebbe spallucce: a lui piacciono queste sfide impossibili.

Schietto, senza peli sulla lingua, sta vivendo il passaggio dal campo alla panchina con la serenità di chi accetta la gavetta come indispensabile trampolino di lancio.

Quest'estate è arrivato al Tuttocuoio, prendendo in eredità il regno che è stato per sette anni di Massimiliano Alvini. Sta attraversando la fase in cui al bel gioco non c'è la corrispondenza dei risultati: un solo successo in otto partite. Altra sfida difficile.

Cristiano Lucarelli in questa intervista esclusiva concessa a TuttoLegaPro.com parla della sua esperienza a Ponte a Egola e di come sia più bello il calcio vissuto in un paesino di poco più di quattromila abitanti.

Costretti a giocar bene per vincere.

"Siamo schiavi del bel gioco. Facciamo fatica a realizzare le tante occasioni che creiamo. Abbiamo delle difficoltà e in questo momento quello che ci manca è la freddezza sotto porta. L'importante è continuare a proporre e costruire tanto, perché sono convinto che arriveranno anche le partite dove con un tiro in porta si faranno tre punti".

Vede dei segnali incoraggianti?

"A Pistoia ho visto quello che volevo: la cattiveria e l'ignoranza di cui ho parlato nelle ultime settimane. Nei due finali di tempo c'è stata una supremazia importante, contro una squadra forte che viene da diversi risultati utili consecutivi. Possiamo ritenerci soddisfatti nell'aver fatto la partita con quel piglio".

Lei nella conferenza stampa post Pisa ha parlato di "ansia da prestazione" per un ragazzo uscito dalla primavera di un club maggiore che affronta la sua prima esperienza da professionista e si trova davanti a sé come allenatore uno con un passato da calciatore di un certo livello. C'è da comprenderli, diceva lei,  perché ci può essere un momento di soggezione che si può trasferire in campo. Ci può spiegare meglio questo concetto?

"Credo che ci sono due modi di reagire quando un ragazzo uscito dalla Primavera si trovi davanti un allenatore che ha avuto una carriera di un certo livello: come può galvanizzarsi e dare quel qualcosa in più o sentirsi inadeguati, non all'altezza, sotto esame e inibirsi".

L'allenatore in questo caso come si comporta?

"Dobbiamo essere bravi psicologi a metterli nelle condizioni di non fargli pesare il nostro trascorso sul campo. Il mio ragionamento era riportato all'ambito della Lega Pro: in A o B non hai questo tipo di problema".

Lei è alle sue prime esperienze in panchina, definendosi un aspirante allenatore. Quando pensa di poter dire di essere un allenatore?

"Spero di non dirlo mai, fino all'ultimo giorno della mia carriera da allenatore. E' il quarto anno che alleno - il terzo in Lega Pro -. Faccio questa gavetta con molta umiltà e con molta attenzione, perché credo sia un passo importante e obbligato per uno che vuol fare l'allenatore. In questo modo si ha la possibilità di sbagliare, di crescere, con una certa tranquillità. C'è la possibilità di confrontarsi con colleghi più bravi, più esperti, in un campionato come è la Lega Pro che è una vetrina importante non solo per i giocatori, ma anche per noi allenatori più giovani. Mi ritengono orgoglioso e felice di fare questa gavetta che oltre a formarmi come tecnico, la ritengo anche un modo per una crescita dal punto di vista professionale".

Quando si diventa allenatori si cambia la prospettiva: se prima lei era il protagonista in campo, adesso è il tramite affinché i protagonisti - che sono altri - ottengano il risultato. Sente questa differenza?

"Il mestiere dell'allenatore è completamente diverso da quello del calciatore. Una volta lessi un'intervista di Walter Zenga: il calciatore prima di cingersi a fare la carriera da professionista dovrebbe fare un anno da allenatore per capire cosa c'è dietro questo ruolo. La cosa non è realizzabile, ma ritengo che il calciatore è sempre concentrato su stesso, sulla prestazione, sui suoi diritti, maggiormente prevalenti sui propri doveri. In quel senso, se i giocatori avessero l'intelligenza di capire che un allenatore deve gestire un gruppo di venti, venticinque persone, si metterebbero nelle condizioni di capire le sue difficoltà".

Vivendo questo nuovo ruolo da allenatore, si è pentito di qualche sua sfuriata quando era giocatore?

"Pentito? No! Anche a me piacerebbe avere in squadra qualcuno che faccia qualche sfuriata e mi faccia venti gol all'anno. Glielo perdonerei molto volentieri, facendolo sfogare ogni settimana (ride, ndr). E' vero che avevo un carattere per così dire ribelle, ma sapevo come farmi perdonare in campo".

C'è un allenatore a cui si ispira?

"Ho cercato di ispirarmi a tutti gli allenatori che ho avuto: prendendo da ognuno di loro quel qualcosa di buono che mi sarebbe tornato utile adesso che faccio questo mestiere. E' chiaro che il rapporto più stretto e intenso rispetto agli altri che ho costruito nella mia carriera di calciatore è stato con Walter Mazzarri. Dal quale ho - diciamo così - rubato alcuni concetti".

Lei è un teorico secondo cui le caratteristiche di un giocatore vanno esaltate anche mettendo da parte il proprio credo tattico.

"Nel calcio di oggi bisogna avere un'apertura e un'elasticità a tante situazioni tattiche, senza fossilizzarsi su nulla. La priorità è quella di valorizzare le caratteristiche dei calciatori che hai. Più che alle idee, bisogna comprendere che alcuni concetti li puoi proporre con qualunque modulo. E' vero anche che il modulo è la base, ma quello che deve fare un allenatore prima di tutto è valorizzare, esaltandone, le qualità dei giocatori che ha in rosa, immettendoli in uno schema idoneo".

Il calcio in provincia è più a misura d'uomo?

"Qui a Ponte a Egola mi trovo bene: c'è un ambiente familiare, dove è bello far calcio. Parliamo di una realtà nuova per il professionismo, con circa quattromila abitanti: tutto assume un contorno realmente più umano. Questa esperienza e questo ambiente mi stanno dando tanto. Come nelle grandi piazze, dove si preparano le partite e c'è una pressione diversa, anche in provincia c'è quella giusta dose di stress che aiuta a lavorare meglio".

I tifosi del Pisa hanno esposto un bello striscione nei suoi confronti: "Lucarelli eterno rivale, nemico da rispettare". 

"Fa piacere. Vuol dire che mi hanno apprezzato dal punto di vista umano. Credo che quello striscione fosse riferito appunto ad aspetti che con il campo non c'entrano nulla".

Con il senno di poi rifiuterebbe ancora quel miliardo?

"Penso di si. Nella mia vita ho fatto degli errori e credo che una persona debba sbagliare per capire cosa è giusto e cosa no. Credo che li rifarei perché mi hanno insegnato e se sono quello che sono, lo devo anche a quegli errori del passato, tra cui quello di rifiutare il miliardo".
 

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