MOBBING: IL CASO MARCHETTI. MA QUANTI CASI MENO "FAMOSI" IN LEGA PRO?
Questa settimana avrei voluto affrontare la tematica delle penalizzazioni delle società di Lega Pro inadempienti la scorsa estate all’atto del travagliato iter delle iscrizioni ai campionati ma il Consiglio Federale, che si è riunito il 27.10.2010, ha deciso di rinviare la decisione in merito alle penalizzazioni al 2.11.2010 prossimo. Attendiamo notizie che commenteremo nel prossimo editoriale e che potranno esser fonte di approfondite discussioni carattere giuridico e societario.
Nel frattempo vorrei affrontare un tema molto caldo a livello calcistico e prendere spunto dalla vicenda di Federico Marchetti, affermato portiere del Cagliari, per discutere di Mobbing con riferimento alla Lega Pro dove alcuni casi mi sono già stati segnalati. La storia di Marchetti è molto particolare e potrebbe aver per protagonisti molti giocatori che militano nei campionati di terza serie i quali però non hanno l’attenzione mediatica che attualmente sta meritando l’ex portiere della Nazionale e che, a differenza del numero uno dei sardi, sono ai margini delle rose e rischiano di cadere nel dimenticatoio calcistico. Marchetti ha perso la Nazionale nel giro di breve tempo poiché negli ultimi mesi, non è riuscito a trovare più spazio nemmeno in panchina.
Scelta tecnica o Mobbing? La risposta non è di poco conto. Il problema deve esser sviscerato ed andare ad analizzare le singole fattispecie dove, nella maggior parte dei casi, un atleta legato contrattualmente ad una società, improvvisamente, viene messo “fuori rosa” e, magari, fatto allenare a parte, lontano dal gruppo. Affinché sussista la figura giuridica del “mobbing” è necessario che traspaia nella condotta societaria un chiaro intento vessatorio del team che, per scelta diversa da quella tecnica, non prenda più in considerazione il giocatore per costringerlo a decisioni contrattuali contro la sua volontà. Le motivazioni possono esser molteplici ma solitamente il problema riguarda atleti che non vengono impiegati per esser convinti ad un rinnovo di un contratto in scadenza ed evitare trasferimenti a “parametro zero” oppure per invitare (si fa per dire) un atleta a trovare altra sistemazione ed alleggerire il team da un accordo troppo oneroso.
Marchetti, nel perorare la propria causa, dovrà convenire il Collegio Arbitrale della Lega di Serie A il club sardo sostenendo ovviamente di esser stato vittima di comportamenti vessatori da parte del proprio datore di lavoro il quale avrebbe agito per indurlo a scelte contro la sua volontà. Le richieste che il giocatore potrebbe avanzare in sede di arbitrato potranno esser le seguenti: risoluzione del contratto e risarcimento del danno subito a fronte della mancata convocazione in nazionale derivata dalla inattività dell’atleta. Dall’altro lato la società, in questo caso il Cagliari, dovrà difendersi sostenendo che il portiere è stato escluso dalle convocazioni per scelta tecnica, ma dovrà essere anche in grado di spiegare ai giudicanti come un giocatore, titolare della Nazionale Campione del Mondo uscente agli ultimi mondiali (giocatisi pochi mesi addietro e non due anni fa), non riesca a trovare spazio nemmeno in panchina in una squadra ultima in classifica in Serie A che, teoricamente, necessiterebbe di ottimi giocatori.
Parlare di mobbing con riferimento ai rapporti tra società ed atleti non è cosa semplice poiché necessita sempre una certa sensibilità giuridica e poiché non tutte le esclusioni dalle rose e non tutti i provvedimenti delle società possono esser qualificati con vessatori. Tutto questo solo per significare che il problema che affligge Marchetti ( e altri atleti meno noti ) esiste anche in Lega Pro e, sul punto, c’è un precedete illustre risalente alla scorsa stagione sportiva ovvero quello del “caso Pandev” finito appunto con risoluzione del sinallagma contrattuale e il risarcimento del danno di oltre € 160.000 per il giocatore. In questo contesto continua la diatriba tra Lega di Serie A e Associazione Calciatori nella ricerca del nuovo accordo collettivo dove i punti di attrito tra le parti riguardano proprio le questioni dei “fuori rosa” ( cioè legittimare allenamenti separati per giocatori della stessa società), che possono generare e moltiplicare, guarda caso, proprio i casi di mobbing e i “trasferimenti forzati” ( accettare la destinazione imposta dalle società oppure riduzione degli stipendi fino al 50%) che molte volte sono all’origine proprio dei primi problemi tra società e giocatori.
Concludo nel ringraziare i lettori per l’attenzione con la quale sempre leggono i miei pezzi e ribadisco di esser a disposizioni per eventuali chiarimenti o semplicemente per dei suggerimenti da fornire sia a società che atleti. Le regole esistono per esser rispettate. Grazie come al solito


