IL TIRO AL PICCIONE NON MI È MAI PIACIUTO. IL CALCIO VUOLE ESSERE TRATTATO COME MERITA, MA SCHIVA LE RESPONSABILITÀ CHE DERIVANO DAL RUOLO DI TERZA INDUSTRIA DEL PAESE. NON C'È VISIONE D'INSIEME, MA IL SOLITO SQUALLIDO TEATRINO DELLO SCARICABARILE
Il tiro al piccione non mi è mai piaciuto. Forse perché nel paese in cui sono cresciuto per lunghi anni era pratica diffusa (assieme al più innocuo tiro al piattello) e ricordo ancora qualche piccione moribondo arrivare fino sul terrazzo della mia casa e lì morirvi. Il tiro al piccione di cui parlerò in questo editoriale è certamente meno cruento e vede come bersaglio il ministro dello sport Vincenzo Spadafora in questi giorni al centro del mirino – solo virtuale fortunatamente – dal parte del mondo del calcio. Presidenti, dirigenti, agenti, calciatori, colleghi giornalisti tutti uniti nell'attaccare il ministro reo di poco decisionismo sulla ripartenza del calcio (verrebbe da dire della Serie A visto che delle altre serie sembra potersene fare a meno) e di una non meglio chiarita “antipatia” verso questo sport. Il tutto per scaricare su Spadafora le colpe di un'eventuale mancata ripartenza del calcio in Italia e scaricare le responsabilità di un sistema che al di là delle dichiarazioni di facciata vuole continuare solo per mettere in casa soldi freschi e continuare a tenere in piedi un carrozzone che da tempo ormai anziché a una solida e radicale ristrutturazione preferisce qualche ritocco estetico per non mostrare la propria fragilità.
A scanso di equivoci chi scrive non nutre alcuna simpatia per questo governo, ma neanche per quelli che l'hanno preceduto, e trovo che in molti casi avrebbero dovuto prendere decisioni più forti e radicali. Ma è anche vero che gli va concesso il beneficio di inventario essendosi trovato a gestire una situazione imprevista, imprevedibile e quella che è la crisi più grave in Occidente dalla seconda guerra mondiale.
Il sistema calcio però - visto che in questi giorni va ribadendo di essere la terza industria del Paese, che fattura 8 miliardi di euro l'anno e oltre uno ne versa nei conti dello Stato, che dà lavoro direttamente o indirettamente a circa 300mila persone – dovrebbe iniziare a prendersi anche le responsabilità che il suo ruolo impone e non cercare di scaricare le colpe unicamente sul ministro e il Governo, per motivi politici ed economici (in ballo c'è la perdita di una bella fetta di diritti tv che tengono in piedi i conti spesso in rosso delle squadre italiane), di un eventuale stop. A parte la Lega Pro, che abbiamo più volte elogiato in questi mesi per essersi mossa con chiarezza e in largo anticipo, infatti altrove si è ragionato in maniera individualistica con non solo ogni Lega, ma anche ogni presidente, che è andato avanti per la sua strada cercando di difendere il proprio orticello senza visione d'insieme, senza ragionare sul medio (per non dire lungo) periodo, senza approntare un piano B in caso di mancata ripartenza attendendo che siano altri a decretare il de profundis in modo da non prendersi responsabilità di fronte ai tifosi, che giusto per chiarezza sono nella massima parte contrari alla ripresa, e non perdere i soldi delle tv.
Non si può pretendere il rispetto per essere una delle industrie trainanti del Paese e allo stesso tempo non prendersi nessuna responsabilità e dare vita a uno squallido teatrino che rovina l'immagine di un sistema calcio che appare sempre e solo litigioso e incapace, anche di fronte a un'emergenza come quella che stiamo vivendo, di trovare un'intesa, una visione comune e un modo concreto per superare le difficoltà e dare un futuro a un movimento che va ben oltre la Serie A, che di certo è la punta più brillante dell'iceberg, e che è molto più che un semplice gioco.


