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La Giovane Italia
Serie D

Amelia e la seconda vita: "Una salvezza come scudetto..."

ESCLUSIVA TUTTOSERIED.COM
03.04.2019 12:52 di Gianluigi Longari  Twitter:    articolo letto 5614 volte
Fonte: www.tuttoserieD.com di Matteo Ferri
Amelia e la seconda vita: "Una salvezza come scudetto..."

A Marco Amelia le cose semplici non piacciono proprio. Come quella volta che, nella bolgia di Belgrado, si spinse in attacco per evitare che il suo Livorno finisse prematuramente l'avventura in Coppa Uefa. Lui, che di mestiere i gol li doveva evitare, entrò nella storia del calcio italiano con l'ostinata caparbietà tipica dei figli dei Castelli Romani. E proprio da casa sua, a Rocca Priora, è ripartito per una nuova avventura, quella sulla panchina della Lupa Roma. Una missione salvezza impossibile la scorsa estate ma che oggi non sembra più una chimera, soprattutto per chi è abituato a prendere di petto le difficoltà. L'intervista esclusiva di Tuttoseried.com al portiere Campione del Mondo nel 2006 parte proprio dalla fine.

Siete reduci da una vittoria importantissima nel derby contro l'Albalonga. Al di là delle motivazioni che magari sono venute meno alla squadra di D'Adderio dopo il recupero perso col Trastevere, avete firmato un'impresa. Doppia se consideriamo che gli avevate tolto due punti anche all'andata.
Non credo che l'Albalonga non avesse motivazioni perché nessuno ci tiene a fare brutte figure, soprattutto in casa e contro una squadra che si trova nei bassifondi. Abbiamo fatto una grande partita, sotto il profilo del gioco , come già era accaduto più volte in passato anche se non sempre avevamo raccolto punti. Forse ci siamo abbassati un po'troppo dopo il rigore del 3-0 e loro ne hanno approfittato, creando situazioni pericolose in mischia. La vittoria è utile sia per la classifica che per il morale, perché significa che possiamo tenere testa anche a formazioni che hanno in rosa giocatori importanti ed esperti della categoria.

La classifica dice che siete a -2 dal Castiadas, anche se c'è sempre la spada di damocle della penalizzazione e che domenica giocate con l'Anzio che è ormai in Eccellenza. Salvarsi sarebbe un vero miracolo, anche perché a gennaio sono andati via i giocatori più esperti come Romeo e Scibilia.
In realtà la classifica reale è quella che ci vede a meno due dal Castiadas. C'è stata una richiesta di penalizzazione, però al momento la Lega non ci ha tolto i punti, nonostante su quasi tutti i siti la Lupa figuri a quota 25 e credo che un'eventuale decisione sia rimandata a giugno. La salvezza, per quanto mi riguarda, vale quanto uno Scudetto o un Mondiale perché siamo partiti la scorsa estate con i pronostici più nefasti. Quasi tutti vedevano la Lupa come candidata alla retrocessione con largo anticipo e non ti nascondo che le difficoltà sono molte, perché il gruppo è giovane, spesso paga errori di inesperienza e io sto lavorando per calare i ragazzi in una categoria che è molto difficile e che molti di loro non avevano mai disputato. Per me, come per loro, sarà sicuramente un anno importante e di crescita.

L'idea di diventare allenatore, quindi non preparatore dei portieri come capita a tanti tuoi ex colleghi, quando e come nasce, soprattutto perché hai scelto di partire da un girone di Serie D così complicato, visto che è quasi impossibile studiare gli avversari e non da un settore giovanile professionistico?
Il ruolo di preparatore dei portieri non l'ho mai preso in considerazione. Può sembrare strano ma credo sia molto più difficile rispetto a fare l'allenatore, soprattutto in questi ultimi anni per l'evoluzione che il portiere ha avuto all'interno del contesto tattico della squadra. Il pensiero di intraprendere questa carriera l'avevo già negli anni al Milan, la scelta di iniziare dalla Lupa ha un sapore nostalgico, perché questa società ha la matricola della Lupa Frascati, il club nel quale ho iniziato a giocare a calcio da bambino. Sapevo delle difficoltà a cui sarei andato incontro, anche perché nel Girone G è veramente complicato reperire materiale per studiare gli avversari e per questo devo ringraziare il mio staff. Rocca Priora è casa mia, spesso la sera mi fermo al campo per dare una mano anche ai ragazzi della Scuola Calcio ed è un'esperienza che mi aiuterà a crescere sia a livello umano che professionale.

Nel 2015, quando giocasti col Perugia contro il Latina, in sala stampa parlasti di un progetto a Rocca Priora, frenato dalle difficoltà con l'allora Amministrazione Comunale. Cosa è rimasto di quell'idea?
Quel progetto prevedeva di portare una squadra di Serie C a giocare nel territorio di Rocca Priora, però occorrevano strutture adeguate e uno stadio a norma per la categoria. Alla fine non si riuscì a fare nulla, la Lupa Castelli Romani andò a giocare a Rieti e la cosa terminò lì. Attualmente la squadra del Rocca Priora sta giocando in Prima Categoria ed è in vetta al suo girone, soprattutto ha una Scuola Calcio in grande crescita. Al di là dei numeri, che sono comunque importanti, vedo che hanno una modalità di lavoro che è molto costruttiva per la crescita dei ragazzi, in un paese che ha bisogno di attività positive come può essere il calcio. Io non sono direttamente coinvolto nella società, però ho modo di confrontarmi con i loro allenatori, sia quelli del settore di base che quelli dell'agonistica, anche perché sono tutti amici che conosco da tempo.

Ripercorriamo la tua carriera da calciatore. Inizi a Frascati con la Lupa, poi nove anni con la Roma e uno scudetto da terzo portiere, in un gruppo tra i più forti della storia della Roma. Che ricordi hai di quel campionato?
Quando si vince i ricordi sono sempre belli, però non è stato facile. La stagione iniziò molto male perché uscimmo subito in Coppa Italia con l'Atalanta e io ero in panchina in entrambe le partite. I tifosi venivano già dallo Scudetto vinto dalla Lazio pochi mesi prima e quella delusione li portò a contestarci pesantemente quando rientrammo da Bergamo. La società è stata brava a rimettere insieme i pezzi e ricostruire il rapporto col pubblico, Fabio Capello ha fatto un lavoro straordinario e il gruppo lo ha seguito. Quella Roma non era composta soltanto da campioni in campo ma anche da uomini incredibili, soprattutto chi ha giocato meno è stato fondamentale nella tenuta dello spogliatoio. L'unità di intenti è stata fondamentale soprattutto nei momenti difficili, quando la Juventus è tornata sotto e poteva giocare lo scontro diretto in casa. Quello Scudetto è un ricordo tra i più belli, non solo per me ma anche per tutti i compagni di allora, non a caso anche chi ha poi vinto altrove, ne parla sempre in maniera speciale. Vincere a Roma ti dà delle sensazioni che sono esponenziali rispetto a quelle che puoi provare vincendo a Milano o Torino, sponda Juventus.

Dopo lo scudetto la Roma ti cede in prestito al Livorno, il primo anno fai panchina a Ivan, l'anno dopo vieni riscattato per 700 milioni e vinci il campionato da titolare. In pratica a 20 anni avevi già vinto due campionati, sempre in gruppi piuttosto esperti perché quel Livorno aveva tutta una serie di vecchi marpioni come Ruotolo, Protti, Negri, Bortolazzi, Balleri.
C'erano tantissimi giocatori che avevano fatto la Serie A e che avevano superato i trent'anni. Se a Roma ero ancora un ragazzino, a Livorno, grazie a loro, sono cresciuto tantissimo e diventato rapidamente adulto. Dovevo conquistarmi il posto e non è stato facile, anche perché il primo anno avevo davanti un portiere esperto e che era un idolo dei tifosi. Sentire la fiducia della società, che a fine stagione acquistò tutto il mio cartellino, fu motivo di orgoglio e soddisfazione per me.

Ti ha dato fastidio la cessione frettolosa della Roma e il fatto di non aver mai potuto esordire in giallorosso, nonostante negli anni tu abbia fatto capire che ti sarebbe piaciuto tornare?
Stavo talmente tanto bene a Livorno che non ho avuto una grande delusione da questo. L'ho presa come una possibilità per emergere, ho salutato la Roma con la speranza che fosse solo un arrivederci e negli anni ho sperato di poter tornare. In molte sessioni di mercato ho messo la Roma davanti a tutti nelle richieste, però non si è mai concretizzata una vera e propria trattativa. Forse solo una volta, con Pradè, ci fu una possibilità però i giallorossi erano in difficoltà economica e il mio cartellino era di proprietà di una squadra, quindi non potevo arrivare a costo zero. Alla fine non ho rimpianti, la mia carriera l'ho fatta e spero di tornare un giorno a Roma, magari come allenatore, perché sarebbe la chiusura di un cerchio.

La stagione 2003-04, tra Lecce e Parma, è quella degli esordi: in Serie A e in Coppa Uefa. Da romanista, non credo che quello in cmpionato lo ricordi con grandissimo piacere
Decisamente no, beccammo subito la Lazio che aveva in squadra giocatori fenomenali e stava ricostruendo dopo gli anni d'oro. Pronti, via e iniziarono subito a collezionare angoli e punizioni, con Mihajlović che calciava da tutte le parti. Alla fine perdemmo 4-1, io risultai tra i migliori in campo ma la prestazione personale contò poco perché la sostanza è che tornammo a casa con zero punti.

Torni definitivamente a Livorno e trascorri altri 4 anni, con tre salvezze e poi la retrocessione. Il momento più bello a Livorno, a livello personale, è il gol in coppa a Belgrado o c'è un altro episodio che ricordi con più piacere?
Il gol in Coppa è stata una pazzia, anche perché mancavano cinque minuti al novantesimo e non la presi neanche benissimo. Non ci stavo ad uscire in quel modo dopo che avevamo ottenuto un risultato storico l'anno prima, c'era una piccola possibilità di andare a recuperare la partita e mi sono buttato in avanti. I momenti belli a Livorno sono stati tanti, partire dalla Serie C e arrivare in Coppa Uefa è stato fantastico ed il risultato di tanti sacrifici. Forse il momento più forte, emotivamente parlando, è stato quando siamo andati a giocare il preliminare di Coppa in Austria. Io ero uno dei pochi ad aver fatto tutta la trafila dalla C e pensare di giocare in Europa, quando fino a pochi anni fa le nostre trasferte erano Lumezzane o Carrara, con tutto il rispetto per queste piazze, è qualcosa di incredibile.

Livorno ti ha permesso anche di esordire in nazionale, tra l'altro l'esordio in casa avviene proprio al 'Picchi'. Che rapporto hai avuto con la maglia azzurra e quanto è stato difficile essere un ottimo portiere negli anni di Buffon?
In realtà era uno stimolo, anche perché in quegli anni c'erano tanti portieri bravi in Italia e rimanere nel gruppo non era affatto facile. Io ero stato già convocato da Trapattoni per una gara in Finlandia, ma a quel tempo ero il portiere dell'Under 21 aggregato alla prima squadra. La chiamata di Lippi è stata una grande soddisfazione, perché insieme a me c'erano portieri come De Sanctis, Abbiati, Peruzzi. Certo davanti c'era Buffon che era di un'altra categoria, io sfruttavo le convocazioni per migliorare. Immagina, ho fatto il mondiale con lui e Peruzzi, di cui avevo il poster in camera quando ero bambino ed è stata un'esperienza formativa unica.

Nel 2010 passi al Milan, giochi poco però ti togli lo sfizio di esordire in Champions a Madrid e, soprattutto, di vincere un altro scudetto con l'ultimo Milan realmente forte della storia. Oltre ad aver assistito alla leggendaria rissa Ibrahimovic-Onyewu
Più che una rissa fu un episodio comico, fecero una sorta di presa stile wrestling ed era impossibile separarli. Sembrava uno scherzo finito subito dopo, nel percorso per rientrare negli spogliatoi. Sono screzi che possono succedere in una squadra che punta a vincere, il problema è che quando lo screzio avviene tra due bestioni simili, fa tanto rumore. Ibra ha un carattere forte ma molto positivo per la squadra, Onyewu era un ragazzo di grande valore ma molto sfortunato perché arrivò al Milan con un curriculum importante ma dei gravi infortuni gli hanno poi impedito di proseguire la carriera su certi livelli.

Dopo il Milan fai praticamente più esperienze da imprenditore che non da calciatore, poi all'improvviso ti chiama il Chelsea di Mourinho. Come è nata la trattativa e cosa ti porti dietro di quella che è, di fatto, la tua unica esperienza all'estero?
Oggi direi che l'avrei dovuta fare prima, perché sono arrivato a Londra a fine carriera. Cinque o sei anni prima sarebbe stata ancora più soddisfacente. Dopo il Milan avevo praticamente deciso di smettere per dedicarmi al progetto di Rocca Priora. Dopo l'infortunio di Courtois credo che gli uomini mercato del Chelsea si siano messi a scandagliare i portieri svincolati esperti, Mourinho lo conoscevo dai tempi di Milano, anche se non era mai stato il mio allenatore ma mi sorprese il fatto che conoscesse tutto di me. Quell'estate giocai due partite di Coppa Italia di Serie C con la Lupa Castelli Romani, perché i due portieri titolari non avevano avuto l'ok dai medici per rientrare dagli infortuni, poi mi svincolai il 31 agosto e avevo già parlato con una squadra di Serie B per proseguire la stagione con loro. Invece andai a Londra e mi allenai con la squadra, la cosa bizzarra è che, a livello mediatico, la stampa ci mise quasi un mese a capire che ero al Chelsea. L'esperienza mi è stata molto utile anche perché, oltre a Mourinho, ebbi modo di conoscere Hiddink che lo sostituì in panchina ad un certo punto della stagione.

In un'intervista di qualche mese fa raccontavi che a volte chiamavi i tuoi vecchi allenatori per chiedere consigli. Tatticamente a chi ti ispiri di più?
Non mi ispiro ad un singolo allenatore perché il discorso tattico va gestito in base al gruppo che hai e all'interpretazione tattica che la partita richiede. Gli allenatori vincenti sono quelli che hanno saputo adattarsi alla situazione, in questo mi hanno dato una grossa mano sia Mourinho che Hiddink, l'anno in Inghilterra. Lì la tattica è molto meno esasperante, mentre in Italia le situazioni sono molto più bloccate. In ogni caso ho cercato sempre di carpire segreti da tutti, a partire da Iaconi con qui vincemmo il campionato di C a Livorno, passando per Zeman, Capello che è il top nella gestione del gruppo. Senza dimenticare Gasperini, Prandelli, Ballardini, con cui facemmo un'annata spettacolare a Palermo. Ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa e cerco di portarla con me nella mia esperienza in panchina.

Capello è stato una guida per voi da giovanissimi e uno stimolo per intraprendere la carriera di allenatore. Oltre a te, il tuo ex compagno della Primavera Gaetano D'Agostino siede in panchina già da diversi anni e il prossimo potrebbe essere Daniele De Rossi.
D'Agostino è sempre stato un grande ragionatore in campo, soprattutto quando si è spostato da trequartista a mediano davanti alla difesa. Anche De Rossi, quando smetterà, spero il più tardi possibile, diventerà sicuramente un allenatore importante perché in quel ruolo capisci come si muove tutta la squadra. Anche la carriera da giocatore conta, perché se la abbini ad un carattere di un certo tipo riesci ad importi in un certo modo.

Chi, tra gli ex compagni che hai avuto in Primavera, non ha fatto la carriera che ci si aspettava?
Emanuele Morini, che oggi gioca in Promozione con la Polisportiva Monti Cimini, ma anche Massimo Bonanni, da qualche anno allenatore nel settore giovanile dell'Ostiamare. Entrambi sono andati all'estero in quegli anni ma non furono particolarmente fortunati. Massimo aveva una struttura fisica importante e poteva fare tranquillamente almeno una decina d'anni in Serie A, Emanuele aveva una tecnica impressionante e sapeva interpretare il ruolo di seconda punta come pochi. Probabilmente è stato il più talentuoso giocatore italiano della classe del 1982, non so spiegarmi per quale motivo non sia riuscito a fare la carriera che ci si aspettava da lui.

Mi hanno riferito che, più di una volta, sei stato tu in prima persona a sistemare gli spogliatoi quando siete andati in trasferta. Quanto è difficile essere un esempio oggi, rispetto a vent'anni fa, ovvero quanto effettivamente viene seguito l'esempio da parte dei più giovani?
Io ho insegnato ai miei ragazzi a lasciare sempre pulito lo spogliatoio perché è una questione di rispetto e di educazione. Serve a farli crescere, a valorizzare gli ambienti in cui vivono, gli strumenti che utilizzano ed è un valore che ho appreso soprattutto grazie allo staff di Fabio Capello. Io al campo cerco di dare una mano a tutti, dal magazziniere al custode perché sono persone che lavorano per noi. Purtroppo vedo che spesso, in altre società, questo non avviene e molte volte abbiamo ritrovato lo spogliatoio degli ospiti a Rocca Priora lasciato in condizioni pietose. Ai miei ragazzi io non devo dire più niente perché questi comportamenti fanno parte di loro e credo che questo li faccia sentire anche più completi e più forti.


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