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Serie D

Contini apre il libro: "Sogno la C con i miei ragazzi, Zeman un maestro"

CONTINI IN ESCLUSIVA A TUTTOSERIED.COM
29.03.2019 11:59 di Gianluigi Longari  Twitter:    articolo letto 4652 volte
Fonte: www.tuttoserieD.com Gabriele Rocchi
© foto di Federico De Luca

Matteo Contini, a 360 gradi, si è aperto alla Redazione di TuttoserieD.com. L'ex difensore di Napoli e Atalanta è oggi l'allenatore della Pergolettese che guida il girone, con 6 punti di vantaggio sul Modena a 6 giornate dalla fine del campionato.
Iniziamo con un paio di considerazioni sulla Pergolettese. La squadra, prima del suo arrivo, ha vissuto un inizio di stagione fatto di alti e bassi. Da quando si è seduto in panchina, invece, avete trovato una certa continuità, conquistando meritatamente il primato nel girone. Avete trovato la giusta alchimia?

Sicuramente si è creata un’alchimia tra staff e giocatori, ma la vera differenza l’hanno fatta i ragazzi, che sono riusciti a farsi forza l’uno con l’altro. Non era facile uscire da quella situazione, sono stati molto bravi ad interpretare quello che chiedevo. La squadra, di fatto, mi segue dal primo giorno e i nostri sono tutti ragazzi intelligenti, professionisti che si sono messi a disposizione da subito. Per questo non posso che ringraziarli.

Tra l’altro state facendo meglio di squadre del calibro di Modena e Reggio. Non era un’impresa facile.

No, l’impresa non era sicuramente facile. Come ripeto questo gruppo sta facendo qualcosa di straordinario. Comunque vada da qui alla fine, non posso che fare i complimenti ai ragazzi per come si sono allenati. È logico che tutti quanti vorremo toglierci qualche soddisfazione in più, ma il problema è che abbiamo dietro delle squadre attrezzate per vincere il campionato. Magari non hanno ancora espresso tutto il loro potenziale sul campo, ma hanno grandi giocatori e grandi società alle spalle.

Parliamo di lei. Nella sua carriera ha realizzato poco meno di 500 presenze tra i professionisti, a cui vanno aggiunte quelle maturate nei dilettanti. Se guarda al passato, ha dei rimpianti? O è completamente soddisfatto di come sono andate le cose?

Non ho rimpianti, anche perché non è il mio modo di vedere la vita. L’unica cosa che mi è dispiaciuta è stato l’infortunio alla caviglia rimediato in Spagna, ma pensandoci poteva andare anche peggio. In ogni caso ho cercato di togliermi più soddisfazioni possibile.

Dopo le giovanili con Varese e Milan, con cui tra l’altro ha vinto un Viareggio nel ’99, iniziano le prime esperienze tra i professionisti, in particolare in serie C. È davvero importante per un giovane andare a “farsi le ossa” nei campionati minori?

Parlando della primavera del Milan posso dire che forse quella non era la squadra più forte, ma c’erano bravi ragazzi e soprattutto un grande allenatore come Tassotti, che mi ha aiutato a crescere molto. In generale è molto importante andare a giocare, per iniziare a confrontarsi in campionati difficili come serie C e serie D in cui, se non hai carattere, non riesci ad emergere. Poi in quegli anni non c’erano le regole dei giovani, quindi se eri bravo riuscivi a giocare, altrimenti stavi fuori, al contrario di quanto succede adesso. Non so se fosse più giusto il modo di ragionare di allora, ma sicuramente in categorie come la B e la C c’era più meritocrazia.

Nella stagione 2003/04 arriva la chiamata dell’Avellino. La squadra, che chiuse il campionato con notevoli difficoltà, in ogni caso aveva alla guida un certo Zdeněk Zeman. Che personaggio è Zeman e quanto di lui ritroviamo nel Contini allenatore?

Sicuramente fu una stagione negativa, culminata con la retrocessione, ma è stata, comunque sia, un’esperienza molto importante. C’era un allenatore che sul campo ti costringeva a lavorare tanto a livello fisico, ma ti faceva anche giocare un calcio propositivo, di attacco, senza badare troppo alla fase difensiva. Non c’era un allenamento in cui non mi divertissi. Magari agli occhi dei giornalisti e della stampa Zeman si è creato un certo personaggio, ma con i giocatori aveva un rapporto ottimo. Scherzava e rideva, dimostrandosi una bravissima persona. Sicuramente da lui ho ripreso alcuni movimenti in fase d’attacco. Ad esempio il taglio dall’esterno verso l’interno ma anche altri, che era un maestro a spiegare. Mi è servito tanto perché in fase di possesso palla aveva le idee molto chiare: bisogna giocare la palla senza buttarla via.

Appena un anno dopo arriva l’esordio in Serie A con il Parma nella partita contro l’Inter, tra l’altro in uno stadio come San Siro.

Sono arrivato a Parma dopo il fallimento e fino ad allora non ero mai stato chiamato dal mister. Poi, da un giorno all’altro, mi sono trovato la casacca degli allenamenti da provare e non riuscivo a crederci. L’impatto è stato sicuramente molto forte. Possiamo dire che ho vissuto un esordio col botto, dato che dall’altra parte c’era gente del calibro di Vieri e Adriano. In ogni caso sentivo la fiducia dell’allenatore e dei compagni, soprattutto dei più anziani. C’era molta emozione, ma quando sei lì devi ballare, bisogna solo pensare a giocare e a fare il meglio possibile.

Di campioni però quell’anno ne ha affrontati tanti, visto che siete arrivati in semifinale di Coppa Uefa, poi persa contro il CSKA. Avete sfiorato l’impresa.

Si, quell’anno non siamo arrivati in finale per una serie di motivi anche se il CSKA era molto forte. Bisogna dire, però, che noi pensavamo molto di più al campionato rispetto alle coppe, e soprattutto che volevamo salvarci. Mi ricordo che nelle due semifinali, sia in quella di andata che in quella di ritorno, il mister lasciò fuori più di qualche giocatore proprio per preservarlo in vista delle gare di Serie A. Retrocedere sarebbe stato come un nuovo fallimento. Giocare in Europa è comunque un’esperienza bellissima, da italiano sembra quasi di stare a giocare per la propria nazionale contro un Paese rivale.

Mi collego al discorso Parma per chiederle un commento sulla situazione delle tante squadre, molte delle quali anche illustri, che sempre più spesso soffrono di notevoli difficoltà economiche e che sono costrette a ripartire dai dilettanti. Possiamo parlare del caso dei ducali ma anche di quelli relativi a Bari, Avellino, Modena e tante altre. Non crede che sia una sconfitta per l’intero calcio italiano?

Assolutamente si. Bisognerebbe parlare con chi fa le leggi e chi si occupa di politica. Non conoscendo bene la materia non entro nello specifico, ma credo che a inizio anno tutte le squadre dovrebbero dimostrare di avere un bilancio positivo o dare, in ogni caso, le giuste garanzie per attestare le capacità di sostenere la stagione calcistica. Altrimenti è normale che, facendo iscrivere tutti, chi è in difficoltà finisce per accumulare ancora più debiti. Così non si va avanti, non si può fare il passo più lungo della gamba.

Nell’agosto 2007 si trasferisce a Napoli. Le prime due stagioni, con Reja e Donadoni, vanno alla grande e riesce a raggiungere addirittura il record personale di minuti in campo. Siamo forse nel momento più felice della sua carriera.

Sono arrivato a ritiro finito, ma l’emozione di giocare davanti un pubblico del genere mi ha permesso di tirare fuori quel qualcosa in più, anche per confermare a sé stessi di poter stare in una squadra così importante. Si vedeva che era una società che voleva crescere, e che mi porterò sempre nel cuore. Il pubblico napoletano capisce quando un giocatore dà l’anima e sputa sangue per la maglia.

Però nel terzo anno tra i partenopei ha trovato meno spazio. Cosa è successo?

Abbiamo iniziato con Donadoni, poi visto che i risultati non erano a suo favore abbiamo cambiato con Mazzarri. Ho avuto anche dei problemi familiari, ero in un momento particolare della mia vita. Ho preso quindi la decisione di andare all’estero e sinceramente lo rifarei. Andare in Spagna (al Real Zaragoza, ndr) voleva dire comunque conoscere una nuova cultura, in cui il calcio si vive diversamente, con meno ansie e meno pressioni. Il livello che c’era in Spagna in quegli anni poi era molto elevato e siamo riusciti a raggiungere risultati importanti. Avevo inoltre la stima di un’intera città.

Allora perché non fare altre esperienze all’estero? Sentiva il bisogno di rientrare in Italia?

Ripeto, avevo problemi familiari e dopo un anno e mezzo sono voluto tornare in Italia, sennò avrei sicuramente continuato la mia esperienza in Spagna o in altri campionati esteri. Lì si vive davvero in un ambiente affascinante, in cui il calciatore viene visto come una persona normale. Si notano le differenze con l’Italia.

Dopo una breve esperienza all’Atalanta, decide di tornare in Serie B. Scendere di categoria era forse un modo per mettersi di nuovo in luce e ritrovare una certa continuità?

A Bergamo, per scelte societarie, non rientravo più nei loro piani e in 4 mesi e mezzo non sono nemmeno riuscito ad inserirmi nel migliore dei modi. Sinceramente quell’anno aspettavo, fino agli ultimi giorni di mercato, una chiamata dalla Spagna che non è più arrivata. A quel punto mi era rimasta solo la Serie B, e ho pensato che sarebbe stato meglio andare a giocare piuttosto che stare fermi. Con il senno di poi non so se lo rifarei.

Ma da quale squadra si aspettava la chiamata?

Dall’Espanyol, nell’ambito di una trattativa che alla fine è saltata per diversi motivi. Loro non sono riusciti a chiudere un’operazione in uscita e non hanno fatto più nessun’entrata.

A Bari, il 19 aprile 2016, si procura un nuovo infortunio che la terrà fuori per tutta la stagione. È da quel momento che ha iniziato a pensare al suo futuro come allenatore?

Diciamo che già ci stavo pensando da qualche anno. È stato un peccato perché mi ero fatto male a fine gennaio e poi nuovamente poco dopo il rientro, facendo tutto il girone di ritorno praticamente senza giocare. Ho comunque avuto la soddisfazione di andare a Terni l’anno dopo in una stagione in cui, nonostante tutti i problemi fisici, sono riuscito a totalizzare 20 presenze e a lottare per una salvezza incredibile, sotto la guida di mister Liverani.

Mi può spiegare cosa è successo a Carrara? Ha rescisso il contratto dopo nemmeno due mesi.

Semplicemente non sposavo la linea della società su come venivano gestiti gli allenamenti e tante altre cose. Per non dare fastidio e non mettere in difficoltà nessuno ho preferito andare via e trovare un’altra sistemazione.

Qual era il problema in particolare?

Più che altro ero arrivato ad una certa età in cui vuoi giocare, ma hai anche una famiglia e tanti altri fattori da valutare. Loro avevano scelto di programmare tanti allenamenti, anche giustamente, perché per vincere bisogna fare grandi sacrifici, ma io non mi sono sentito all’altezza. Non è nemmeno colpa loro, magari ero io a non riuscire a sopportare questo carico a 38 anni.

In ogni caso ha vissuto un bel finale di carriera, togliendosi, come ultima soddisfazione, quella di vincere i Play off di serie D con la Pergolettese.

Si, abbiamo vinto i playoff l’anno scorso e sono stato molto felice di aver fatto questa scelta, a prescindere dal fatto che ne sono diventato allenatore. Mi sono sentito davvero importante all’interno della società e con i compagni. Ho avuto l’opportunità di divertirmi e di continuare a giocare, sicuramente con meno pressioni. Il massimo che potevo dare l’ho dato.

Guardando al futuro, quali sono le sue ambizioni?

Guardi, al momento penso solo al futuro imminente. Abbiamo un campionato ancora apertissimo, il massimo sarebbe riuscire a fare qualcosa di grande con questa società. Poi per il futuro ne riparleremo a fine campionato. Sicuramente nell’allenare ci metto tanta passione e dedizione. È un mestiere che mi piace ma non so dove posso arrivare, bisogna avere anche tanta fortuna ed essere al momento giusto nel posto giusto.

A Crema in ogni caso rimaniamo ancora a lungo? O bisogna aspettare e capire come andrà a finire la stagione?

Me lo auguro, ma è una domanda che di certo non va fatta a me. Io sono felicissimo di far parte di questa società, che è davvero importante nel palcoscenico del calcio italiano e in cui lavorano persone molto preparate.

In chiusura. So che magari non preferisce parlare dei singoli, ma c’è qualche ragazzo, tra quelli in rosa, che in futuro potremo vedere protagonista tra i grandi?

Abbiamo dei giovani molto bravi. Ad esempio c’è un giocatore che è stato chiamato al torneo di Viareggio nella rappresentativa di Serie D (Mattia Morello, classe ’99, ndr). Questo vuol dire che ha delle qualità, deve essere bravo lui a sfruttarle. In ogni caso tutti i ragazzi, anche quelli che hanno giocato meno, mi hanno dato grandi soddisfazioni.


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