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Sudamerica

Diario da Rio - Brasile e Argentina avevano chiesto e ottenuto di non giocare contro

01.07.2019 10:03 di Tancredi Palmeri  Twitter:    articolo letto 15147 volte

Avere Brasile-Argentina e Cile-Perù come semifinale significa avere due delle migliori rivalità possibili per la Copa America. In Brasile-Argentina ci sta tutto il derby del Sudamerica, e in verità la più grande rivalità calcistica sulla faccia della Terra. Nel derby Cile-Perù si contiene il Pacifico, così come è soprannominata la rivalità stessa, così come fu soprannominata la Guerra di Confine tra i due popoli, che si trascinò dietro poi l’intero Sudamerica diviso in due fazioni.

Se Brasile e Argentina adesso sono la preghiera esaudita di ogni organizzatore e botteghino, c’è stato un tempo invece in cui entrambe avevano chiesto e ottenuto di non giocare più contro. In Copa America stessa. Pensate a giocare nel giorno di Natale una partita di Copa America che vale il titolo. E pensate che altro che tutti più buoni: in quella partita avvenuta nel 1925, il livello di scontro tra squadre e tifosi fu tale che le due federazioni al termine della competizione ricevettero la garanzia che non si sarebbero più incrociate, conditio sine qua non della loro partecipazione.
Un embargo durato 11 anni, il più lungo per un Brasile-Argentina in una fase finale, fino a questa partita, visto che la semifinale di Copa America 2019 va in scena 12 anni dopo l’ultima partita in una competizione, la finale di Copa America del 2007 dove un Brasile in fase sperimentale diede una ripassata storica 3-0 a una delle Argentina più forti di tutti i tempi.
In verità poi c’è stato di tutto nella storia del Superciasico delle Nazioni: perché quando tornarono in campo dopo l’embargo, prima nella Copa del 1937 il Brasile addirittura abbandonò a partita in corso per protesta verso l’arbitro, e poi l’Argentina fece lo stesso due anni dopo addirittura lasciando che un rigore per il Brasile fosse eseguito di fronte alla porta libera. E poi ancora nel 1945, partita ripetutamente sospesa per invasione di campo, nonché le borracce all’ “acqua santa” (come le ribattezzò Maradona) con cui Branco fu drogato nei minuti conclusivi dell’Ottavo di Italia90, fino alla “mano del Diablo” (non “de Dios”) con cui Tulio segnò e eliminò la Seleccion nei Quarti di Copa America del 1995. E poi Maradona e Pelé, e lo stile e l’accusa di mancanza di coraggio, e l’orgoglio argentino che diventa arrogante, e la paciosità brasiliana che diventa sprezzante. Sono i fondali che sottendono il Sudamerica a sfidarsi.

Così come sono gli altipiani delle Ande a estendersi su Cile-Perù. Rivalità rimestata anche dalla politica e dalla guerra, e sigillata in tempi moderni con la guerra del Pisco, la bevanda alcolica maggiore motivo di orgoglio di entrambe le nazioni, e di cui viene rivendicata la paternità con più veemenza di quanto vengano reclamati i diritti civili generici. Tutto nasce dalla regione condivisa su cui sono ospitate le coltivazioni da cui si ricava, ma poi diventa passaporto culturale per il mondo, e dunque tua stessa identità e radici da difendere con la vita.
Di sfondo guarderà con dolore la partita l’Uruguay. Oscar Wilde diceva: “State attenti a quello che desiderate, perché potrebbe avverarsi”. La settimana scorsa alla vigilia dell’incontro decisivo per la fase a gruppi contro il Cile, i tifosi della Celeste in massa a Copacabana cantavano verso i cileni: “Il tuo vero derby è con il Perù!” In segno di scherno, come a dire noi siamo l’élite, tu invece vai a giocare quelle partite minori. E invece. Le giravolte che ti dà la vita, in Sudamerica sono una danza letale.


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