Andrew Goudelock ricorda Kobe Bryant: "Portiamoci dentro i suoi insegnamenti"
Andrew Goudelock in una video intervista si è lasciato andare in un lungo ricordo di Kobe Bryant: "Kobe Bryant significa tante cose per me, prima di tutto è un mentore e l’eroe di quando ero piccolo. È il primo giocatore che ricordo quando ho iniziato a interessarmi alla pallacanestro. Il modo con cui ha toccato le persone con la sua mentalità, la sua pallacanestro, la sua volontà di aiutare il prossimo. È un eroe, un leader, l’ho conosciuto la prima volta a un trainer camp dei Lakers nel 2011, è arrivato con un look molto elegante, non ho detto niente, ero in soggezione, pensavo solo “wow sono in spogliatoio con Kobe Bryant”. Quando sono sceso in campo non sapeva chi fossi, poi una volta che mi ha visto giocare, ha iniziato a parlarmi. Ero grato di poter imparare da lui, far parte della sua grandezza per qualche attimo. Un giorno si fece male seriamente alla mano destra, doveva stare a riposo, non allenarsi, ma lui è Kobe… disse allo staff medico “io mi alleno e gioco!”, loro gli dissero che non poteva, lui si fasciò polso e mano giocando con la sinistra, fece tutto ciò che faceva con la mano, solo che lo faceva con la sinistra. Non ho mai visto nessuno usare la mano debole così. L’aurea che aveva intorno a sé era incredibile, la facilità con cui racconta tantissime cose, belle e brutte, ha visto tutto della pallacanestro, ma non solo, ha visto cose che io non ho mai visto, magari poter pensare come lui. Nessuno si è mai permesso di contestare, se sosteneva una cosa probabilmente era quella giusta. Mi ispiravo a lui per tutto, se avevo bisogno di qualcosa e lui lo stava facendo sicuramente gli stavo affianco per imparare, era la cosa migliore, qualche persona aveva paura a scherzare con lui per quanto era serio. Era semplicemente lui. Nel mio primo anno da rookie eravamo in striscia positiva, in una partita contro Charlotte avevo 14/15 punti all’intervallo ricordo Walton e Barnes che mi dissero: “Hey ragazzo tiri tanto! Sei come Kobe! Dovremmo chiamarti Mini-Mamba!”, Kobe diede il suo assenso “Sì mi piace il nome”. È stato importante per la mia carriera. Vivo ancora delle cose che mi disse dieci anni fa, consigli che mi guidano nella pallacanestro, è la “Mamba mentality” ed è reale. Le persone ci scherzano, ma è una cosa reale. Quando credi davvero in te stesso e in ciò che fai devi essere “aggressivo” e andare oltre ogni cosa. Questa è la sua mentalità. Non posso che apprezzare il mio soprannome. Così tante persone del mondo dello sport e dello spettacolo amano Kobe per la sua determinazione e il suo modo di approcciare le cose. Ad alcuni può sembrare troppo aggressivo, ma sapevamo quali fossero i suoi obiettivi: diventare il migliore e vincere sempre. La sua faccia parlava chiaro e le cose che diceva erano vere per il mondo in cui viviamo. Credo che chiunque provi a ispirarsi a Kobe, anche ora che se né andato, possa prendere qualcosa di lui e farlo proprio. Funzionerà! Sono fortunato ad averlo vissuto e continueremo ad imparare da lui ancora. Il suo messaggio è molto potente e io ci credo. Alla famiglia posso fare solo le mie più sentite condoglianze, che abbiano la forza di affrontare questa tragedia. Per tutti i tifosi e tutte le persone dell’NBA è veramente dura. Ora sono in Italia, perciò non posso immaginare. Chiunque negli Stati Uniti sta seguendo la vicenda dai media. Il mio consiglio è di tenere stretto ciò che Kobe ci ha dato quando era tra noi, teniamoci stretto ciò che ci ha insegnato e il suo ricordo, perché potremo insegnarlo agli altri. Quando ha smesso di giocare a basket era come un uomo libero devoto alla vita. È uscito dal ruolo di giocatore NBA per diventare una persona normale. Una delle cose più tristi per me, perché ho visto ogni giorno quanto fosse concentrato e determinato, nessuno riusciva a vedere dietro quella maschera. Finalmente quella maschera se l’era tolta. Una volta ritirato, ha potuto finalmente godersi la famiglia, ha aiutato altri giocatori di basket, ha fondato la “Mamba Academy”. È veramente molto triste… spero che tutti possano conservare la sua memoria, ciò che ci ha insegnato quando era qui per fare cose buone nella vita”.


