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Maldini e il mal d'altitudine: una carriera senza campi base
Oggi alle 12:30Primo Piano
di Lorenzo Casalino
per Tuttoatalanta.com

Maldini e il mal d'altitudine: una carriera senza campi base

Il classe 2001 verso il Cagliari in prestito dall'Atalanta: la gavetta mai fatta e perché la Sardegna, oggi, è la scelta più sensata

In alta quota esiste una regola che nessuno scalatore serio si permette di violare: si sale per gradi, si dorme ai campi intermedi, si lascia che il sangue si abitui all'aria rarefatta. Chi salta le tappe arriva più in fretta e sta peggio: mal di testa, gambe molli, la vetta che gira. Si chiama mal d'altitudine, e a rileggerla oggi la carriera di Daniel Maldini — atteso al Cagliari in prestito oneroso da un milione, diritto di riscatto a otto, obbligo legato ai traguardi personali — somiglia parecchio a una scalata cominciata dal campo alto.

Le date, che nel calcio sono referti clinici, raccontano questo. Debutto in prima squadra col Milan a 18 anni, nel 2020, quando il cognome pesava come un sacco di sabbia sulle spalle. Poi due stagioni in bilico tra Primavera e Serie A, il primo gol tra i grandi, il prestito allo Spezia a 21, quello deludente all'Empoli a 22, i sei mesi appena e il trasferimento a gennaio 2024 al Monza, dove finalmente si rilancia — tanto che i brianzoli lo comprano a titolo definitivo — e dove il 14 ottobre 2024, subentrando a Raspadori contro Israele, diventa il terzo Maldini in azzurro dopo il nonno Cesare e il padre Paolo. Un primato mondiale, tre generazioni in Nazionale. Un peso ulteriore, però, per uno che non aveva ancora costruito le fondamenta.

Ed è qui il punto, e stiamo parlando di percorsi, non di talento: in cinque anni non c'è mai stata una stagione di Serie B. Mai un campionato da titolare inamovibile, dove sbagliare senza titoli il giorno dopo, dove giocare quaranta partite e imparare il mestiere con le mani sporche. La cadetteria, per un ragazzo così, non sarebbe stata un declassamento: sarebbe stato il campo base. Il gennaio dell'Atalanta, poi, ha certificato il problema anziché risolverlo, e il successivo prestito alla Lazio nemmeno. Due tentativi di respirare in quota senza essersi acclimatato. Va detto con onestà: l'entusiasmo per quell'approdo a Bergamo lo condividemmo in molti, convinti che il contesto giusto bastasse a sbloccare un talento evidente. Non bastò, e forse il contesto non c'entrava.

Adesso arriva Cagliari, e paradossalmente è la mossa più intelligente della sua carriera. Una piazza calda ma protetta, un allenatore come Fabio Pisacane che ha bisogno di qualità sulla trequarti, un direttore come Pietro Accardi che lo conosce da vicino avendoci già lavorato. Sull'altro versante, un mercato nerazzurro ormai orientato alle uscite: la rosa convince Sarri, e Maldini era finito fuori dal disegno.

A ventiquattro anni — venticinque a ottobre — resta tempo per tutto. Il ragazzo ha piedi buoni, visione, e un'ambizione che nessuno ha mai messo in discussione. Gli è mancato solo di salire piano. Che poi, a pensarci, è la sola cosa che il calcio non perdona: non chi arriva tardi, ma chi è arrivato troppo presto. In bocca al lupo, Daniel: il campo base è quello giusto.

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