Sarri e i mercoledì sul divano: l'Europa comincia da una noia
Immaginate un uomo che ha allenato ovunque, seduto in salotto un mercoledì sera d'autunno con il telecomando in mano, a guardare le notti europee degli altri. Dodici mesi così. È da lì, non da un discorso sul destino o sulla maglia, che Maurizio Sarri ha tirato fuori la carica per la vigilia di Miskolc: «Gli ho solo detto che io l'anno scorso non sono stato in Europa e che il mercoledì e il giovedì, a casa, mi sono rotto». Stasera alle 20, al DVTK Stadion, l'Atalanta si gioca l'accesso alla fase campionato della Conference League.
Stiamo parlando di motivazioni, non di tattica, e la formula che il tecnico ha usato in conferenza merita di essere isolata perché è il modo più onesto che si sia sentito quest'estate per distinguere fra processo e risultato. C'è un macropiano, ha spiegato, in cui la squadra sbaglierà, soffrirà, avrà bisogno di pazienza; e c'è un micropiano, la singola partita, dove le giustificazioni non si accettano. Tradotto: sul cantiere si può discutere per mesi, sulla porta d'ingresso no.
Curiosità che stasera pesa più di una statistica, e la apro perché il precedente è quasi identico. Ve lo ricordate il 30 agosto 2018? L'Atalanta di Gian Piero Gasperini, dopo lo 0-0 casalingo dell'andata, andò a Copenaghen per il playoff di Europa League e produsse un altro 0-0, supplementari compresi, uscendo ai rigori: sbagliarono il capitano Alejandro Gómez, che centrò la traversa, e Andreas Cornelius. Fu una beffa atroce. Quella stessa stagione, però, finì con una finale di Coppa Italia e con la prima storica qualificazione in Champions League. La memoria serve a questo: a ricordare che agosto non emette sentenze definitive, e insieme che certe notti restano appiccicate addosso per anni. Ma torniamo a Miskolc.
Perché l'ostacolo è concreto. Il DVTK, per l'Hapoel, non è un campo neutro ma una fortezza: 2-0 al Ludogorets, 2-0 al Katowice, nessun gol incassato, quattro in tutto in cinque partite europee. È una squadra che si chiude corta, riparte verticale e non lesina il contatto — 15 falli soltanto a Bergamo, ottanta in stagione — e che stasera potrebbe ritrovare Stav Turiel, l'esterno che aveva eliminato i polacchi e che all'andata non si era visto. In tribuna, poi, il conto è impietoso: circa cinquemila israeliani arrivati fin qui contro i poco meno di trecento bergamaschi che hanno attraversato la Mitteleuropa in pullman, in treno da Budapest, con mezzi propri. Trecento persone che ad agosto si fanno duemila chilometri per uno spareggio: prima di parlare di ambiente, teniamolo presente.
Sul campo il compito è quello indicato dal tecnico: alzare il ritmo rispetto all'andata, tenere gli avversari bassi con continuità, e soprattutto trovare il modo di entrare in quella densità difensiva negli ultimi venti metri dove otto giorni fa la manovra si è impantanata. Servirà che Gianluca Gaetano riceva finalmente fronte alla porta, e servirà la qualità di Charles De Ketelaere, sul quale però pende il dilemma del minutaggio, visto che i supplementari sono un'ipotesi reale. Dietro, la rifinitura di Zingonia ha confermato un reparto ridotto all'osso, con Isak Hien e Thomas Kristensen indisponibili e Honest Ahanor conteso a distanza da un tavolo di mercato londinese. Davanti, la staffetta fra Gianluca Scamacca e Nikola Krstović è ormai una consuetudine più che un ballottaggio.
La finale, si dice, è a Istanbul il 2 giugno. Ma stasera l'orizzonte è molto più corto e molto più domestico: basta che, a ottobre, quel divano resti vuoto.
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