Panchina d'Argento a Palladino: «La Dea era il mio destino». Il retroscena che nessuno aveva ancora raccontato
C'è un momento in cui le parole di Raffaele Palladino smettono di parlare di tattica e diventano qualcosa di più intimo, di più personale. È successo ieri sera al Memorial Mazza, la cerimonia in cui il tecnico dell'Atalanta ha ricevuto la Panchina d'Argento: un riconoscimento individuale che il mister campano ha trasformato in un atto di gratitudine collettiva, e nell'occasione per svelare finalmente un retroscena che il popolo nerazzurro aspettava di sentire.
IL PREMIO E LA GRATITUDINE - «Sono molto felice, ringrazio chi mi ha votato e la mia società, che mi ha permesso di ricevere questo premio individuale, riconosciuto per il lavoro fatto con i propri giocatori» ha esordito Palladino dal palco. «Io amo i miei ragazzi, la mia squadra: ringrazio loro per tutto quello che hanno dato quest'anno, come pure i tifosi che sono sempre stati al nostro fianco. Mi ero prefissato l'obiettivo di portare l'Atalanta in Europa e ce l'abbiamo fatta con una giornata d'anticipo. Poi tutti vogliamo l'Atalanta più in alto in classifica». Parole semplici, dirette, che raccontano un allenatore che non si è mai nascosto dietro l'ambiguità della diplomazia.
IL RETROSCENA CHE NESSUNO AVEVA RACCONTATO - Ma è nel passaggio sul suo arrivo a Bergamo che il discorso si è caricato di una risonanza diversa. Raffaele Palladino ha rivelato per la prima volta in maniera esplicita ciò che molti sospettavano ma nessuno aveva confermato: «Lo sanno tutti, io ho aspettato l'Atalanta. Dopo essere andato via da Firenze ho rifiutato varie offerte anche dall'estero, sentivo che questo fosse l'ambiente giusto per me. Da quando sono arrivato mi sono trovato benissimo, credo che i ragazzi e i tifosi abbiano riconosciuto il lavoro fatto insieme». E poi la chiosa, quella che resterà: «Penso che il popolo bergamasco apprezzi chi lavora in silenzio e dà tutto per questi colori, io l'ho fatto e sono arrivati i risultati. L'Atalanta doveva essere il mio destino, poi vedremo cosa accadrà».
UN'ALLENATORE NATO TRA I BAMBINI - Palladino ha anche parlato della sua carriera da calciatore, con una sincerità disarmante che appartiene a chi ha fatto i conti con i propri limiti senza rancori: «Come calciatore volevo dare tanto, ma purtroppo non sono riuscito a dare quello che volevo. Questo lavoro è fatto anche di infortuni e ne ho avuti tanti. Però mi è servita la mia carriera per fare l'allenatore: ho una grande passione per questo lavoro, lo amo e lo faccio da quattro anni a grandi livelli. Però sono partito dal settore giovanile, nel primo anno allenavo i ragazzi di nove anni: bisogna crederci e trasmettere i giusti valori ai ragazzi». Una confessione che dice molto sull'uomo prima ancora che sul tecnico.
LA STAGIONE CHE VERRÀ RICORDATA - La Conference League conquistata con una giornata d'anticipo e la rivoluzione tecnica e dirigenziale che si prepara all'orizzonte fotografano un'era che si chiude con risultati superiori alle attese della vigilia. Gli ottavi di Champions, la nona qualificazione europea nelle ultime dieci stagioni, la Panchina d'Argento: è un bilancio che in molte piazze avrebbe garantito la conferma automatica. A Bergamo, le cose sono più complesse. Ma ieri sera, al Memorial Mazza, tutto questo è sembrato passare in secondo piano. Perché quando un allenatore dice che «l'Atalanta doveva essere il mio destino», sta pronunciando qualcosa che va oltre i contratti e le strategie di mercato. E i bergamaschi, che il lavoro silenzioso lo riconoscono sempre, lo sanno benissimo.
Palladino aveva detto che il confronto con la proprietà avverrà dopo Firenze. Forse, con quelle parole di ieri sera, il confronto è già cominciato.
© Riproduzione Riservata






