ESCLUSIVA TA - Giorgio Marchesi: "Da Palladino mi aspettavo più identità nel gioco. Gasp alla Roma? Un colpo durissimo"
Ci sono legami che restano anche quando la vita porta lontano. Quello tra Giorgio Marchesi, Bergamo e l’Atalanta appartiene a questa categoria. Negli anni ha costruito una carriera importante tra cinema e televisione, diventando uno dei volti più riconoscibili della fiction italiana grazie a serie di grande successo e a film entrati nell’immaginario del pubblico. Persona di una disponibilità rara, proprio nelle ultime settimane è tornato protagonista sul piccolo schermo con la seconda stagione di ‹‹Vanina - Un vicequestore a Catania››, andata in onda su Canale 5, e la nuova fiction Rai ‹‹Buonvino - Misteri a Villa Borghese››. Eppure dentro quel percorso, tra set e prime serate, è rimasto sempre qualcosa di profondamente nerazzurro che riporta lì, alla curva Nord, dove tutto era iniziato e da cui, in fondo, non se n’è mai andato.
Giorgio com’è nata la sua passione per l’Atalanta?
«La passione per l’Atalanta è nata quando ero un bambino perché mio zio mi portava sempre allo stadio - racconta, in esclusiva, ai microfoni di TuttoAtalanta.com -. Ho visto Maradona, ho visto Platini, guardavo la Curva Nord che era un po’ il mio sogno e appena ho potuto mi sono spostato in quel settore come tutti i ragazzi di Bergamo. Prima o poi ci si arriva! La passione vera, ancora più forte, però mi è venuta da grande, intorno ai vent’anni, quando sono andato via da Bergamo. In quel momento l’Atalanta è diventata il gancio che mi teneva legato alla città. Tra l’altro fuori c’è sempre un po’ di aggressività nei confronti delle tifoserie avversarie».
Ha qualche momento vissuto con l’Atalanta che le è rimasto nel cuore più di altri?
«Di ricordi particolari ce ne sono tanti, perché ho visto l’Atalanta dagli anni Ottanta a seguire. Negli anni Duemila ho fatto un po’ fatica a seguirla con continuità, perché vivendo lontano da Bergamo era più complicato, anche se ogni tanto riuscivo a fare qualche trasferta. Mi ricordo, per esempio, una bella vittoria a Bologna con gol di Ganz all’ottantottesimo, dopo una partita in cui loro avevano preso pali e trovato grandi parate del nostro portiere. Però uno dei ricordi più dolciastri è stata per anni la famosa semifinale con il Malines. Ricordo un’emozione incredibile in tutta la città: per la prima volta vedevo anche le signore al bar e dal panettiere partecipi di quella sfida. Ovunque c’erano inviti a portare qualcosa di nerazzurro allo stadio. Mi colpì tantissimo questa partecipazione collettiva e non più soltanto maschile. E poi quella serata, con lo stadio che tremava, è rimasta davvero indelebile nei miei ricordi. Un altro momento recentissimo e bellissimo è stato il ritorno in Europa League nel 2017. Lì ho percepito di nuovo un’emozione totale. Io arrivavo da Roma e ritrovavo gli amici bergamaschi al Mapei Stadium. C’era un’aria speciale, secondo me difficilmente ripetibile. Poi in qualche modo ci siamo quasi abituati alle trasferte europee e al calcio internazionale, ma all’inizio era tutto sorprendente. Ricordo ancora Atalanta-Everton: alla fine del primo tempo eravamo 3-0 e vedevo facce stravolte più dalla sorpresa che dalla gioia».
Oggi riesce ad andare ancora allo stadio?
«Ogni volta che posso, vado, anche in trasferta e porto anche i miei figli. In realtà, per me anche venire a Bergamo è una trasferta, quindi di solito faccio l’abbonamento europeo per le partite in casa e poi provo a seguirla fuori. Sono stato a Cagliari, a Firenze, a Sassuolo. A Roma ci sono andato un po’ di volte, anche ultimamente, però a causa dei vari divieti si è in pochi. Trovarsi un intero stadio contro ed essere pochissimi da una parte è motivo d’orgoglio, dall’altra ti fa un po’ innervosire. Comunque preferisco vivere l’Atalanta allo stadio, perché lì riesco a sfogarmi. In televisione mi agito troppo e non ho modo di scaricare la tensione. Dal vivo posso cantare, saltare, battere le mani, commentare la partita con nuove persone: tutte cose che mi aiutano a vivere meglio la tensione della gara».
C’è più soddisfazione o più delusione per i risultati di questa stagione nerazzurra?
«Riuscire ad andare in Europa ogni stagione sarebbe qualcosa di meraviglioso. Negli ultimi anni è successo tante volte. Prima era quasi impensabile. Per me l’Atalanta è soprattutto una festa. Vincere è bellissimo e quello che è successo a Dublino resterà qualcosa di straordinario, però sono anche abbastanza consapevole che vittorie finali di quel livello non siano così comuni. Per me vale tantissimo il solo fatto di poter fare una trasferta tutti insieme, andare in giro per l’Europa con la sciarpa dell’Atalanta, vivere quelle giornate e quelle emozioni condivise. Aver riconfermato l’Europa, anche se un’Europa tra virgolette minore, resta comunque importante. Sicuramente dobbiamo un po’ abituarci a una dimensione diversa rispetto agli ultimi anni, però io firmerei sempre per l’Europa League e, in questo caso, l’avrei fatto anche per la Conference. Forse tutti ci aspettavamo qualcosa in più, ma la perdita di Gasperini è stata sicuramente molto difficile da assorbire».
Ritrovarselo a Roma che effetto le ha fatto?
«È stata dura, davvero dura. Noi atalantini di Roma siamo un gruppetto che spesso si ritrova, sia per andare in trasferta, sia per vedere le partite insieme e, per tutti noi, quella è stata probabilmente la notizia peggiore. Già per un atalantino vedere il nostro mister, che avremmo voluto sempre con noi, andare in una squadra che non è certo tra le più simpatiche per vecchie rivalità di tifoseria era già stato un colpo e per noi che viviamo a Roma è ancora peggio perché lo viviamo quotidianamente. È come se la donna della tua vita ti lasciasse per mettersi con un altro. Già questo sarebbe pesante, ma qui il problema è che il nuovo compagno è il tuo vicino di casa, quindi ogni giorno apri la porta e li vedi insieme. Ecco, più o meno è questa la sensazione che viviamo noi atalantini a Roma».
Tra l’altro sembra che abbia proprio conquistato la piazza
«Dopo una certa freddezza iniziale, la considerazione nei confronti di Gasperini è cambiata. Loro sono fatti così. Io sul set ho sempre scherzato e discusso con loro: l’80% sono romanisti e negli anni hanno sofferto parecchio l’Atalanta. Per fortuna quest’anno abbiamo fatto quattro punti contro la Roma del Gasp e non abbiamo mai perso. Mi ricordo la partita del 3 gennaio, vissuta da tutti noi in maniera molto intensa, quasi estrema, ed è andata bene. Nei nostri confronti ci sono continue battute, scherzi e sfottò reciproci, ma è normale così. Adesso vediamo cosa succederà. Se la Roma dovesse andare in Champions, lì sì che si caricherebbero davvero».
Ma l’Atalanta di quest’anno le è piaciuta?
«A dire la verità non tantissimo, anche se forse sono condizionato dalle ultime prestazioni. Dal punto di vista del gioco abbiamo perso molta velocità e intensità. Quando si gioca con tanti palloni orizzontali e senza troppa energia si diventa inevitabilmente più prevedibili. Detto questo, credo che la Conference sia comunque un traguardo prezioso. Può permetterci di vivere belle trasferte e credo che giocare in Europa faccia bene al gruppo, faccia bene anche ai giocatori che arriveranno qui e a quelli che magari troveranno più spazio nelle rotazioni e potranno crescere».
Dell’operato di Palladino che idea si è fatto?
«Palladino sicuramente aveva avuto un buon impatto, ma nelle ultime partite, al di là della gara con il Bayern, che può anche essere considerata un episodio che non fa tresto, sul piano del gioco l’Atalanta è calata molto in questa fase finale del campionato. In alcuni giocatori si è visto chiaramente. Questo non depone molto a suo favore, perché nel finale avrebbe dovuto dare ancora più identità alla squadra e mostrare in maniera più evidente la propria idea di calcio. Vedremo cosa succederà, però penso che si possa chiedere di più, non tanto dal punto di vista dei risultati, ma dell’idea di gioco».
C’è qualche giocatore che più di altri l’ha sorpresa positivamente?
«Tra i nuovi, mi ha sorpreso Bernasconi, soprattutto nella prima fase della stagione, e mi ha colpito molto lo spirito di Krstovic. Poi ci sono le certezze di sempre: Kolasinac mi esalta; de Roon e Carnesecchi sono sempre una garanzia e quando si accende De Ketelaere…».
Ora cosa si aspetta dall’ultima partita della stagione?
«Venerdì sera mi aspetto una reazione d’orgoglio. Vorrei vedere professionalità. Sia per noi che per la Fiorentina non c’è più nulla in palio quindi spero che le due squadre giochino almeno per divertirsi e per divertirci, cercando di dimostrare tutti quanti di meritare eventuali conferme e di essere legati a questa maglia. Mi auguro di vedere gente in campo che corre, che dà il tutto per tutto fino all’ultimo e che abbia ancora voglia di chiudere bene la stagione. Ottimisticamente pronosticherei un X2».
E per la prossima stagione da chi ripartirebbe?
«Io spero che si riparta da chi quest’anno ha fatto bene, ma con un occhio particolare anche ai nostri grandi senatori, che hanno dato tantissimo e ai quali non si può chiedere di essere ancora quelli di dieci, otto o cinque anni fa. Mi auguro quindi che si guardi anche al settore giovanile, per trovare nuove sorprese costruite in casa».
A volte una squadra del cuore finisce per diventare molto più di una passione sportiva. Diventa un filo che continua a tenerti legato a casa anche quando la vita ti porta altrove. Per Marchesi, l’Atalanta sembra essere rimasta proprio questo: un richiamo continuo a Bergamo, alle sue radici, a una parte profonda di sé che il successo, i set e la notorietà non hanno mai cancellato. Forse è per questo che certe partite ancora oggi riescono a toccarlo così tanto, perché ci sono emozioni che non si riescono davvero a spiegare. Si possono soltanto sentire.
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