Prima sconfitta: conferme nel bene e nel male
La classifica cambia, e regala ancora un sorriso bello ampio, il mio punto di vista resta lo stesso. A metà del guado tra l'inevitabile tentazione di liberare il mio essere tifoso, il seguire come un mulo la passione e l'analizzare con distacco e lucidità super partes ciò che osservo. L'Avellino è una squadra che fa del concetto di gruppo e di qualche individualità sopra la media (interna alla propria rosa) il suo urlo di battaglia. Poi capita, come contro la Ternana, che dalle ugole venga fuori un gol; ma capita pure che ti resti strozzato in gola, come quando Arini sfiora l'1-0 nel primo tempo di Lanciano e Galabinov, nel secondo, non ti regala, causa prodezza del guardiano dei legni in rossonero, un punto che avresti meritato.
Eccoci al dunque. Il risultato più giusto sarebbe stato il pareggio; il guaio è che il calcio non funziona come la boxe; funziona che un colpo isolato ti cambia la vita e la classifica. Una volta lo sferri tu (Castaldo contro la Ternana), una volta ti arriva dritto in faccia (Amenta al Biondi). L'importante è non farsi abbattere. Rialzarsi, combattere, crederci. Esserci, lottare, non subire e tirare fuori l'orgoglio, la qualità e soprattutto la "fame" del gruppo. Elementi emersi con continuità anche in Abruzzo, specie nella ripresa. E la novità, che prima o poi doveva arrivare nel bene o nel male, è che questi ragazzi rispondono a tono e non si piegano all'avversario nemmeno quando vanno sotto. Finora non era mai capitato. Oggi è successo e la reazione lascia ben sperare per il futuro, con la precisazione che speriamo vivamente di trovarci in simili condizioni quanto meno è possibile.
Se poi nel secondo tempo ti prendi di forza il campo, imponi il tuo credo calcistico ma ti imbatti sulla sinistra nella giornata no di Dia e in area sbatti sull'istinto di un Sepe sontuoso, capisci che oggi (e con quello che adesso Rastelli ha a disposizione) doveva andare così. Da questa trasferta torniamo con ingredienti che si mescolano e restituiscono un sapore agro-dolce da vivisezionare con cura. Scrivere di getto e a caldo, dopo aver sofferto come un cane, rischia di abbassare la classica asticella dell'equilibrio e della obiettività, ma a vedere la classifica, sempre piacevole, i bollenti spiriti si placano e riesci a trovare comunque la via dell'oggettività: abbiamo un punto in meno, la prima macchia sulla casella delle sconfitte, ma anche e soprattutto la dimostrazione che le vampate di fuoco marchiate sulla pelle di Novara e Ternana non erano figlie dell'improvvisazione, bensì di un filone di idee precise, chiare. Di un progetto, quello di Massimo Rastelli, che ha un filo logico. Quello che manca, purtroppo - e chi mi ha letto settimana scorsa sa che il mio giudizio non è schiavo del risultato - è la completa quadratura del cerchio in termini di uomini, risorse, rotazioni. L'ultimissima fase di questa finestra di mercato, anche per come mediaticamente gestita, ha lasciato l'amaro in bocca a qualche tifoso (e non solo), e alcuni "buchi" che sul medio-lungo termine rischiano di allargarsi. Non diventeranno crepe, ne sono sicuro, perché questa squadra ha due cocomeri sotto e, soprattutto, la società non si lascerà scappare (penso e spero) l'occasione di tappare qualche falla nel mercato di riparazione. Fino a quel momento, uniti e compatti. Fino alla fine e oggi più che mai.
D'altronde, fermo restando che l'avversario odierno non aveva la cifra tecnica dei predecessori ma qualche feedback alla voce "motivazioni" leggermente superiore, l'Avellino ha disputato (gestione del pallone e copertura del campo) la sua miglior partita da inizio stagione. Meglio che a Latina, meglio che contro Novara o Ternana. A volte nella sconfitta trovi conferme, idee e riprove che nemmeno in una vittoria a casa tua. Quella che vogliamo andarci a prendere la settimana prossima. Con il coltello tra i denti ed un esercito di lupi in campo e sugli spalti.


