Dalla cantina alla vetrina
Nel ricordare dove giocavi 4 anni fa, e a pensare che per rispolverare una trasferta del genere dovevi salire in cantina e magari lottare con un plotone di ragnatele mutanti per sfogliare l’almanacco anni ’80 e respirare sensazioni vecchia maniera, la vittoria di un popolo si era già materializzata all’atto della prenotazione dei bus destinazione Torino. Sponda Juventus, il maggior grado sportivo italiano, nel lusso più sfrenato dell’ impiantistica sportiva new deal. Vittoria scritta, festeggiata e che, sfiorando le vette più impensabili dell’autostima/autocelebrazione, viene rimpiazzata da un qualcosa molto prossimo all’idea del trionfo. Sì, perché portare migliaia di persone a oltre 900 km di distanza, in un turno infrasettimanale e con temperature tali da consigliare a Babbo Natale l’uso della doppia calzamaglia e di slitta con climatizzatore, è un successo che va oltre ogni logica attesa. Il tappo dello champagne è esploso come da previsione, ma è arrivato oltre confine, oltre le colonne d’Ercole di una tifoseria che ha fatto la storia del movimento in Italia. Ma che dal tavolo delle "grandi" mancava, per colpe non sue, da qualche lustro. Quantistica impressionante: mai nessuno si era presentato con cifre del genere allo Stadium (segnalati irpini con la sciarpa d’ordinanza addirittura negli Sky Box). D’accordo, era Coppa Italia e gli avellinesi hanno potuto ”sfruttare” qualche comprensibile vuoto bianconero di troppo, ma la sostanza quella è. Tanta e in quantità tale da tramandare con rischio esondazione alle prossime otto generazioni. Mettici poi che ai numeri si aggiunge la qualità e il sogno diventa apoteosi. Apprezzati giornalisti (telecronista e radiocronista Rai) che commentano le gesta degli "ospiti" con rispetto ed ammirazione degni della rappresentazione calcistica del bosone di Higgs. Gli stewards che chiedono ai tifosi avellinesi “Ora cosa fate?” e scattano foto ricordo. Gli stessi che hanno vigilato su tifoserie high level e grondanti blasone: Real Madrid, giusto per fare un nome. Ma evidentemente non c’è tradizione che tenga di fronte alla voglia di riscatto di una tifoseria che si fa popolo e trasforma una trasferta in una vetrina - modello gioielleria di via Condotti – della propria città. 90 minuti di sostegno incessante, il regalo omnibus del marchio di fabbrica per eccellenza: la maxi sciarpata che offusca il bellissimo tiro a giro di Giovinco e gli strappa di forza attenzione e scatti d'autore. La sciarpata che ha fatto il giro d’Italia e fatto alzare in piedi uno stadio. Roba che gli sportivissimi tifosi della Juventus “Mai avevamo visto”. Roba che i sostenitori della Vecchia Signora chiedono di "fare un dvd e fatelo vedere ai vostri figli perché sono venuti da Avellino a dare una lezione di tifo" e raccontano che "mio figlio stamattina ancora canticchiava le loro canzoni. È stato tutto il tempo ad ammirarli". Eppure lì, nello stesso settore, c’erano stati quelli del Celtic (una icona, anche loro biancoverdi e famosi per la sciarpata). C’erano stati i turchi del Galatasaray con al seguito materiale da notte di San Silvestro. Mica figuranti? E chi più ne ha, più ne metta. Da ieri ci sono stati anche gli avellinesi. E a quanto pare hanno scritto un’altra pagina di storia, riconosciuta e onorata in un tempio del calcio. Ci sarà una prossima volta. Magari in serie A. È l’augurio del tifoso avellinese. Ma anche di chi ama questo sport e preferisce al rumoreggiare aggressivo dei tastieristi incalliti l’enormità del tifo sano. Oltre ogni categoria e risultato. In cantina continuerai a salire per rispolverare l’almanacco. È più forte di ieri e ti attira come una fetta di pane e nutella dopo due giorni di digiuno. Ma da ieri sai di nuovo chi sei. Lo sai tu. Lo sanno gli altri. Tutti, proprio tutti.


