Esame pilotato
di Vittorio Sanna
C'è una domanda che, nel calcio italiano, continuiamo a evitare. Davvero sono i calciatori a determinare il proprio destino? Oppure il loro percorso viene indirizzato, condizionato e, in molti casi, pilotato dal sistema?
Il vero giudizio sui giovani calciatori non è sempre quello del campo
La convinzione più diffusa è semplice: chi arriva è bravo, chi non arriva non lo era abbastanza. È una spiegazione rassicurante, ma troppo spesso lontana dalla realtà. Il passaggio dal Settore Giovanile al professionismo non rappresenta un esame uguale per tutti. Al contrario, è uno degli esami più diseguali che esistano nello sport.
Immaginiamo due ragazzi che hanno studiato per diventare architetti. Il primo appartiene a una grande società. Quando arriva il momento di verificare il suo valore, viene mandato a svolgere il praticantato in uno studio di architettura importante. Se incontra difficoltà, il giudizio sarà quasi sempre indulgente: "Ha qualità, deve solo maturare". Avrà tempo, nuove occasioni, altri esami.
Il secondo appartiene invece a una società con minori risorse e minore peso politico. Il suo anno di prova non lo farà da architetto, ma da muratore. Attenzione: non c'è nulla di svilente nel fare il muratore. Anzi, un architetto che conosce davvero il cantiere probabilmente sarà un professionista migliore. Il problema è un altro. Se il primo non supera l'esame da architetto, gli verrà semplicemente concesso altro tempo. Se il secondo non eccelle facendo il muratore, il giudizio sarà definitivo: "Non è abbastanza bravo". E nessuno si preoccuperà mai di verificare se avrebbe potuto essere un ottimo architetto.
Il peso del contesto nella crescita dei talenti
Ecco il grande paradosso del calcio italiano. Non tutti i giovani vengono valutati nello stesso contesto. Le società economicamente più forti possono permettersi di mandare i propri ragazzi in prestito in Serie A, in Serie B di alto livello o in campionati stranieri competitivi, dove il livello tecnico continua a stimolare la crescita. Le società meno potenti, invece, sono costrette ad affidarsi prevalentemente alla Serie C o a contesti nei quali spesso l'obiettivo immediato è il risultato e non la valorizzazione del talento. Già questo altera profondamente il giudizio. Perché un ragazzo non viene valutato soltanto per quello che è. Viene valutato per il campionato nel quale gioca, per la qualità della squadra in cui è inserito, per gli obiettivi del club, per il contesto tecnico e persino per il valore mediatico della società che lo ha formato. Il risultato è una dispersione enorme di talento.
Ogni anno decine di ragazzi che hanno attraversato brillantemente tutte le Nazionali giovanili scompaiono improvvisamente dal calcio di alto livello. Possibile che, arrivati ai vent'anni, abbiano tutti smesso di essere bravi? Oppure, semplicemente, molti di loro non hanno mai avuto l'occasione di essere valutati nelle condizioni giuste?
Pensiamo ai tanti nomi che il calcio sardo conosce bene: Marigosu, Contini, Desogus, ma anche nel passato Biancu, Demontis, Porqueddu, Piredda e tanti altri. La narrazione più semplice dice che, se oggi giocano in categorie inferiori, significa che non erano abbastanza forti. La realtà è probabilmente molto più complessa. In molti casi i ragazzi finiscono dentro un tritacarne fatto di interessi, gerarchie, strategie di mercato e percorsi prestabiliti che riducono enormemente le possibilità di una valutazione realmente oggettiva. Il sistema, spesso, giudica più il contesto che il talento.
Ed è proprio qui che nasce la riflessione. Se davvero vogliamo valorizzare il lavoro dei Settori Giovanili, non basta investire nella formazione. Bisogna costruire un ponte credibile verso il professionismo. Non è un caso che le grandi società, nel momento in cui hanno creato le squadre Next Gen, abbiano improvvisamente aumentato il numero dei giovani approdati stabilmente nel calcio professionistico. La Juventus lo ha dimostrato per prima. Poi hanno seguito altre società. Perché? Perché prima di affidare un patrimonio costruito in casa al mercato esterno, hanno deciso di valutarlo direttamente, accompagnandolo passo dopo passo nel calcio degli adulti. È una differenza enorme. Prima di cercare altrove, hanno verificato fino in fondo ciò che avevano coltivato nel proprio cortile.
Forse è proprio questa la lezione. Prima di decretare che un ragazzo non è abbastanza bravo, bisognerebbe chiedersi se gli sia stato davvero consentito di sostenere lo stesso esame degli altri. Perché, quando gli esami sono diversi, anche i risultati smettono di essere comparabili. E allora il problema non è soltanto il talento dei giovani. È il sistema che decide chi può dimostrarlo davvero.


