Il Cesena spegne la luce a Castellamare quando smette di uscire
Perché il Cesena, dopo aver costruito il vantaggio, ha perso progressivamente la capacità di uscire dalla pressione della Juve Stabia?
Nel primo tempo il piano di Diamanti funziona. Bisoli si alza vicino a Shpendi nella prima pressione, Pagano segue Buglio e il Cesena orienta la costruzione stabiese verso l’esterno. Con il pallone emerge una forte asimmetria: a destra Ciofi accompagna molto, spesso entrando dentro il campo, mentre Frabotta conserva l’ampiezza; a sinistra Mangraviti resta più prudente e Fiori può occupare posizioni più alte. Il gol di Shpendi nasce dentro questa fase: il Cesena non domina il possesso, ma porta uomini vicino all’area e trova il centravanti nella zona decisiva.
La partita cambia dopo il 51’. Non subito dopo il vantaggio e nemmeno per effetto del cambio Frabotta-Magni. Tra il 52’ e il 65’ il Cesena produce un solo tiro, da circa 0,02 xG, mentre la Juve Stabia aumenta continuità del possesso e presenza nella metà campo bianconera. Le uscite diventano meno pulite: nel primo tempo il Cesena completa 20 palle lunghe su 31, nella ripresa 10 su 26. Recuperare il pallone non basta più, perché manca il consolidamento della prima giocata.
Il problema non sembra essere l’abbassamento in sé, ma la perdita di una via d’uscita. Shpendi resta troppo spesso isolato e il Cesena non riesce più a tenere un secondo uomo sopra la prima pressione. Così ogni riconquista rischia di trasformarsi in una nuova azione stabiese.
Il pareggio di Di Nardo arriva dentro questa fase, non ne è il fattore scatenante.
Dopo l’1-1 i cambi riaccendono per pochi minuti la produzione offensiva, ma dal 72’ al 90’ il Cesena costruisce ancora un solo tiro da circa 0,02 xG.
La lezione di Castellammare è chiara: quando il Cesena conserva connessioni e almeno due riferimenti per uscire può essere pericoloso anche con poco possesso; quando le perde, finisce per difendere troppo vicino alla propria area e il controllo del risultato diventa fragile.


