Addio a Johan Cruijff: un ricordo del Profeta del calcio totale
Il calcio è composto da epoche, momenti in cui il gioco si evolve, si rinnova, muta espressioni. A volte sono piccoli cambiamenti, altre volte vere e proprie rivoluzioni. In Olanda, alla fine degli anni Sessanta, si verifica un vero e proprio terremoto calcistico: pressing, difesa a zona, giocatori capaci di interpretare sia la fase offensiva sia la fase difensiva, interscambiabilità dei ruoli e delle posizioni sul terreno di gioco. Concetti astratti per l’epoca, resi possibili da una generazione di campioni come Neeskens, Krol, Rensenbrink, Rep. Grandissimi interpreti di una nuova era. Ma per fare una rivoluzione serve un capopopolo, un leader, un profeta. Serve qualcuno di speciale. Per attuare il calcio totale, l’Olanda e Michels scoprono Johan Cruijff. Il ragazzo è magro, è stato scartato dal servizio militare per una caviglia sformata. Ma con il pallone tra i piedi, Johan danza, entusiasma, incanta. Tutti intuiscono che non ha un talento nella norma. La favola del giovane olandese nativo di Amsterdam, classe 1947, decolla con l’Ajax. Sfiora la Coppa dei campioni al primo tentativo andando a sbattere contro il Milan nel 1969. Ma la rivoluzione ha bisogno di tempo per dilagare.
1971, 1972, 1973: tre anni di vittoria in Coppa dei campioni, tre stagioni in cui l’Ajax è la squadra più forte del mondo e Cruijff il profeta di un nuovo modo di concepire il calcio e la vita. Johan in campo è irriverente, a volte persino strafottente ed arrogante verso gli avversari. Ma il pallone non mente mai e tra i suoi piedi sembra un pennello nelle mani di un artista. E l’olandese dipinge, pennella, disegna traiettorie tutte sue, alternando conclusioni potenti con finezze incredibili, passaggi ordinari ad aperture e cambi di gioco con quell’esterno destro da sogno. Il calcio totale vive il suo periodo migliore. Nel 1974 la nazionale olandese mostra al mondo intero il suo valore nel mondiale tedesco. Vince e convince, strapazza pure il Brasile e va in finale, dove perde, non senza polemiche per l’arbitraggio, contro la Germania dell’Ovest. Ma la stella di Johan brilla su tutte, tanto da conquistare al termine di quell’anno il terzo Pallone d’Oro, dopo quelli del 1971 e del 1973.
Probabilmente era scritto da qualche parte che Cruijff sarebbe diventato un allenatore. Forse è inevitabile vista la sua leadership, quel suo essere un punto di riferimento unico in mezzo al campo. L’Olanda non gli basta più: il suo verbo calcistico va esportato anche all’estero. Nel 1988 Johan sceglie di tornare a Barcellona, città in cui ha giocato dopo la sua epopea all’Ajax e nella quale ha avviato una prima rivoluzione. Qui anno dopo anno, il Profeta costruisce una squadra incredibile, capace di esprimere un calcio innovativo ma molto simile all’Olanda anni Settanta. Rispecchia in parte quello che Johan è stato in campo. È una melodia incredibile, elegante ma sfrontata al tempo stesso, ordine e fantasia coniugate insieme. Nel 1992 è Coppa dei Campioni, nel 1994 una sconfitta bruciante contro il Milan gli nega un bis clamoroso. Ma il seme della rivoluzione calcistica è piantato, il cambiamento è avviato e tuttora sta dando i suoi frutti con Messi e compagni.
Cruijff è stato tutto ciò: fenomeno in campo, innovatore e stratega in panchina. Un genio capace di lasciare un segno indelebile in questo sport come pochi sono riusciti a fare e di attraversare generazioni ed epoche con le sue idee controcorrente ma sempre vincenti. Oggi il Profeta del calcio se n’è andato, vinto da un nemico infimo, cattivo, subdolo come l’avversario che ti rifila un colpo basso senza preavviso. Ma le idee di Johan, il suo credo e quel suo essere unico non verranno mai a mancare. Perché lui è stato un rivoluzionario, lui è stato semplicemente Johan Cruijff.


