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Milan: l'esempio Gattuso contro i nemici del Diavolo (Higuain-Piatek e altre acrobazie). Inter: l'arma in più non arriva dal campo (e Barella...). Da Ancelotti a De Zerbi: finalmente c'è chi ha voglia di parlare di calcio

22.01.2019 18:38 di Fabrizio Biasin  Twitter:    articolo letto 49708 volte
© foto di Alessio Alaimo

Ieri era il compleanno di mio padre. Ne ha fatti 83, tipo mummia. È tifoso accanito del Milan. Ha visto la sua squadra vincere, ha mangiato la pizza alla diavola, ha bevuto una birra media, due fette di torta con su scritto "Auguri Celso", tre grappe Berta per le quali va matto e, infine, è entrato in stato di coma apparente. Io non l'ho visto perché sono a Verona per una roba di Celentano, ma mia madre sostiene che dica cose come "minchia Borini!" e "Pipita, quella è la porta!" e "rispetto per Boateng al Barça!" a intervalli regolari. È probabile che non si riprenda mai più, ma non disperiamo.

Vi dicevo che sono a Verona per questioni musical/televisive e quindi per la gioia di molti andrò immediatamente al sodo grazie al sapiente aiuto di Claudio Savelli (@pensavopiovesse), uno che sa quel che scrive e senza il quale questo scritto si sarebbe ridotto alle troiate zuccherine su mio padre. Passo a lui la palla e torno nel finale.

Cominciamo dall'Inter, che non ha scusanti e in qualche modo ha accusato la decisione (assurda) della giustizia sportiva nell'approccio alla partita con il Sassuolo, decisamente troppo morbido. Sì, certo, c'erano 11mila frugoletti, ma l'atmosfera è parsa più quella di una puntata della Melevisione che altro. Le tribune vuote non hanno senso perché colpiscono la gente "normale" per i peccati di pochi fessi. Almeno l'Inter ha il merito di aver dato un significato alle porte chiuse esponendo il suo nuovo slogan antirazzismo (“BUU”, Fratelli Universalmente Uniti) e lanciando un segnale positivo che le istituzioni dovrebbero cogliere. Ha fatto ciò che il governo del calcio non è stato in grado nemmeno di pensare. Un'iniziativa concreta, promossa attraverso lo strumento più efficace possibile: la comunicazione.
L'Inter “in campo” però non è stata all'altezza dell'Inter “fuori”. Si è adagiata sul pareggio, quasi accontentandosi. La classifica è pericolosa perché il terzo posto sembra ormai conquistato, mentre il secondo è lontano tanto quanto il quarto. Il pericolo è che l'Inter pensi di non aver più nulla da giocarsi in questo campionato.
Con il Sassuolo è sembrata una squadra pigra, l'unico che può scuoterla è Spalletti, perché sul mercato a gennaio (salvo improbabili sorprese) non arriverà nulla: Modric non è più attuale, su Godin si sta lavorando per giugno, per Barella ci sono state solo manifestazioni di interesse, ma ai quasi 50 milioni chiesti dal Cagliari rimane un affare complicatissimo. A meno di un'uscita di Gagliardini, che interessa a molte squadre, ma nessuna sembra disposta a formulare un'offerta che convinca l'Inter a sedersi al tavolo della trattativa.
Detto ciò, è inutile parlar troppo di mercato: Spalletti ha in casa gli strumenti per migliorare l'Inter. Su tutti, Lautaro Martinez che in pochi minuti ha tirato in porta più della squadra intera nel resto della partita. Schierare le due punte può essere un rischio nel momento in cui hai qualcosa da perdere, ma l'Inter ora è nella situazione opposta: ha bisogno di una scossa, di mettersi in discussione, di cercare un equilibrio tattico che sembra impossibile.
Si prenda Allegri, quando schierò le quattro punte insieme, due anni fa: lo fece perché aveva intravisto la Juve accontentarsi. Così rimescolò le carte, creando "confusione" e obbligando i giocatori a ritrovare un nuovo ordine.

Ancelotti a Napoli ha utilizzato la stessa strategia. Ha ridisegnato la squadra, cambiato gerarchie, messo in discussione tutti, ed ora ne sta raccogliendo i frutti. Prendete Malcuit, da oggetto misterioso a pedina stra-affidabile. Oppure Milik: soffriva in panchina mentre Mertens e Insigne erano brillanti ed ora si è preso a forza il palcoscenico, lasciando ai compagni l'obbligo di dimostrarsi più forti di lui. Così si ottiene il massimo dai giocatori, così si migliorano le squadre.

Intanto il Milan in piena emergenza batte 2-0 il Genoa e agguanta il quarto posto. E lo fa senza Higuain (per inciso, un giocatore in prestito ha tutto il diritto di "cambiare idea", ma non certo a metà stagione e in questo modo) e Biglia e Bonaventura e Romagnoli e Calabria e Kessié. Gattuso da mesi tira avanti con quel che ha e lo fa al meglio, cioè senza lamentarsi, né chiedendo questo o quel giocatore sul mercato. Gli hanno consegnato Paquetà, che forse non era quello che serviva ora al Milan (con il Genoa ha fatto molto bene, ma è giovane e forse ai rossoneri servivano centrocampisti più “pronti” all'uso) e lo ha lanciato nella mischia senza farsi troppi problemi. Arriverà Piatek e dovrà assestare il gioco per valorizzare il nuovo acquisto nel bel mezzo del campionato. Di volta in volta disegna una formazione, per quanto possibile, all'altezza, cambiando ruoli ai giocatori, adattandosi, e mai una volta che abbia colpevolizzato qualcuno, anche chi se lo sarebbe meritato.
La dirigenza del Milan, invece, dovrebbe alzare le mani e assumersi le sue responsabilità. L'investimento su Higuain era illogico per definizione: non investi 18 milioni su un prestito, è un po' come ristrutturare una casa in affitto. Prima del Milan lo ha capito il Pipita, che ha utilizzato la situazione contrattuale per ritagliarsi una via d'uscita. È arrivato addirittura a tenere sotto scacco la società, forzando l'assenza in Supercoppa e contro il Genoa: un grande club come il Milan non può permettersi il "ricatto" di un giocatore, nemmeno il più importante.
Dicevamo di Gattuso. Se il Milan è in corsa per l'obiettivo finale - il quarto posto -, lo si deve a lui e alla sua ostinata forza di volontà. Ma a Gattuso riconosciamo un merito che va oltre il Milan, cioè il suo modo di porsi, schietto, senza filtri, che fa bene al calcio. Rino dice quello che pensa in un mondo in cui tutti frenano per evitare di fregarsi con le proprie mani. Il calcio italiano ha bisogno di allenatori come lui. E come Di Francesco, De Zerbi, o Giampaolo. Tecnici che finalmente parlano di calcio e basta, che si fermano ai microfoni per dare spiegazioni tattiche non perché sono obbligati dai contratti, ma perché hanno il piacere di farlo, di motivare le scelte ai loro tifosi e a chi per lavoro li giudica. Vittoria o sconfitta che sia, spiegano cambi, moduli, tattiche. Non si esaltano quando le cose vanno bene e non si nascondono dietro ad un dito quando invece vanno male e semmai condividono i problemi, mostrando un reale volontà di risolverli. Non fanno polemica ma rimandano ogni discorso al campo. E vanno oltre il risultato. Lo fanno per certi versi anche altri più esperti come Allegri, Spalletti e Ancelotti, anche un tecnico come Mourinho, che svestiti i panni dell'allenatore dimostra di essere un cultore della materia, e se non ci credete andate a vedervi i video della trasmissione di a beIN in Inghilterra a cui è stato invitato e dove ha parlato di tutto a ruota libera, spiegando il suo pensiero, il suo modo di vedere il calcio e le sue difficoltà.
Per migliorare questo sport bisogna cambiarne il racconto e questi tecnici aperti al dialogo sono un ottimo inizio. Il migliore possibile. Tocca agli altri adeguarsi, ai giornalisti incentivare questo modo di parlare di calcio e ai tifosi investirci, sorvolando sulle polemiche e concentrandosi sugli aspetti del gioco.

Rieccomi. Molto bravo questo Savelli. Lo ringrazio molto. Nel frattempo ha chiamato mia madre. Dice che papà ha iniziato a parlare in polacco, è preoccupata. Ho provato a spiegarle che c'entra un certo Piatek, ma non ha capito.
Ciao. Ora forse arriva Celentano. Forse..


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