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Il soffio di Lisbona sul marmo di Firenze: Rui Costa, il cuore del Maestro che non se n'è mai andatoTUTTOmercatoWEB
© foto di Andrea Pasquinucci
Oggi alle 07:54Altre Notizie
di Redazione TMW

Il soffio di Lisbona sul marmo di Firenze: Rui Costa, il cuore del Maestro che non se n'è mai andato

Ci sono sere in cui il tempo si piega, si accartoccia e decide che venticinque anni possono sparire nello spazio di un respiro, succede quando un paio di calzettoni arrotolati sulle caviglie torna a calpestare l'erba dell'Artemio Franchi. Succede quando il vento porta con sé la nostalgia buona delle cose eterne, Manuel Rui Costa cammina sul prato di Campo di Marte e sembra che l’orologio della storia si sia fermato a quella maledetta estate del 2001, anzi, no: si è fermato alle notti precedenti, quelle delle coppe alzate al cielo, delle corse sotto la Fiesole, dei traccianti millimetrici per il Re Leone. Firenze lo guarda ed è di nuovo amore cieco, totale, viscerale, un amore che le celebrazioni del Centenario viola hanno riacceso con la forza delle grandi storie mai interrotte. Perché a Firenze sono passati i poeti, i navigatori, i geni del Rinascimento. E poi è passato O Maestro, forse l'unico calciatore amato al punto di avvicinarsi a Giancarlo Antognoni. L'inizio ha i contorni della favola. È il 1994, e dal Portogallo sbarca un ragazzo dagli occhi malinconici e i piedi che sembrano dipingere sul rettangolo verde. E chi lo porta alla Fioretina? Proprio lui, Giancarlo Antognoni. Ci mette un attimo, Manuel, a capire la culla del calcio italiano, questione di sguardi, di intesa immediata con la città. Il numero 10 sulle spalle non è un peso, è una tela. E la tela prende vita ogni volta che si accende l'intesa con Gabriel Omar Batistuta, Rui immagina, Bati distrugge.

Una dinastia del gol nata sull'asse Lisbona-Reconquista, battezzata all'ombra del Duomo.

Due gemelli diversi uniti da una fede incrollabile per quella maglia viola che addosso sembrava una seconda pelle. Vinceranno una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana contro il Milan, faranno tremare l'Europa a Wembley ma il vero capolavoro di Manuel non sta nei trofei, sta in una notte di lacrime e dignità che Firenze non dimenticherà mai. Anno domini 2001. La Fiorentina di Vittorio Cecchi Gori è una nave che imbarca acqua, il fallimento è uno spettro che bussa alle porte, per salvare il club serve il sacrificio più grande: cedere il Capitano dopo aver già ceduto Batigol alla Roma l'anno prima. Il Milan e il Parma offrono cifre astronomiche, un altro avrebbe fatto le valigie in silenzio, lui no. Rui Costa fa aprire i cancelli del Franchi. Va incontro al suo popolo a petto scoperto, con gli occhi gonfi di pianto. "Non me ne voglio andare", dice il capitano. Ed è la verità. Non c'è tradimento nel suo addio, c'è solo il dolore straziante di un figlio che si sacrifica per far sopravvivere la madre. Quando sale su quell'aereo per Milano, lascia una parte del suo cuore sotto la torre di Maratona. Oggi, venticinque anni dopo quel doloroso strappo, Manuel è tornato a casa per il Centenario. Ha riabbracciato Batistuta e il tempo, per un attimo, si è arreso, "Sono arrivato bambino e sono andato via uomo. Più che mancare io a Firenze, è Firenze che manca a me", ha sussurrato al microfono, con la voce incrinata dall'emozione profonda di chi sa di non essere mai stato un ospite.Il calcio moderno corre veloce, cambia pelle, dimentica le bandiere. Ma finché ci sarà un bambino che proverà a calciare con i calzettoni abbassati, o un vecchio tifoso che volgerà lo sguardo verso la Fiesole, l'eco delle giocate del Maestro continuerà a risuonare tra le colline di Fiesole. Perché ci sono giocatori che scrivono la storia di un club. E poi c'è Manuel Rui Costa, che della Fiorentina è diventato l'anima.

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